Post-Classici. Reinventare la classicità

Nell’area archeologica del foro romano e del Palatino diciassette artisti contemporanei si confrontano con l’antico. Prendendo le distanze tanto dal neoclassicismo quanto dal postmoderno e dall’anacronismo, ricalcano le orme della memoria. A Roma fino al 29 settembre.

L’area dei Fori è per Roma la radice di un immenso albero che prorompe dall’asfalto. Questo lembo di città emerge nell’estensione del tessuto urbano dimostrando l’esistenza di una dimensione diversa da quella dell’orizzonte. È la continuità verticale del tempo, che scava nelle profondità archeologiche della terra e si erge a testimone della dimensione della Storia. In questa intersezione tra presente e passato si pone la complessa riflessione sul concetto di post-classicità di Vincenzo Trione, curatore dell’esposizione capitolina. Al dibattito ha invitato diciassette artisti di diverse generazioni che si confrontano sul tema con lavori che trovano la loro sintesi nella ricerca di reinterpretazione del concetto di classicità, in perenne oscillazione tra deferenza e violazione. Che si tratti di maestri dell’Arte Povera – Kounellis, Paolini o Pistoletto – o di sopravvissuti della Transavanguardia come Paladino, ognuno di loro invoca una propria maniera di porsi in relazione con la tradizione.

Il tratto comune sembra quello di riconoscersi nella reinvenzione di materiali del passato, i cui esiti evocano a tratti lo straniamento. Operazione in perfetta simmetria con il sentimento che pervade i visitatori. Sospinti dal fluido che scorre nelle arterie dell’area archeologica, gli avventori vengono continuamente sorpresi dagli scarti generati dalla collocazione delle opere,  come sperimentato, ad esempio, per i gessi di Nino Longobardi allo Stadio Palatino. Così le provocazioni divengono tappe di un itinerario nell’itinerario.

Nino Longobardi, Dodici, 2013
Nino Longobardi, Dodici, 2013

Da qui inizia la dialettica tra classico e contemporaneo, tra il territorio armonico e omogeneo dell’area archeologica e gli episodi singolari dell’esposizione che ne divengono i contrassegni, come in un testo la punteggiatura. Partendo proprio dallo Stadio Palatino (con le installazioni di Jannis Kounellis, Claudio Parmiggiani e Zimmerfrei, le videoproiezioni di Andrea Aquilanti, i bronzi di Marisa Albanese, le sculture di Francesco Barocco, Alis/Filliol, Gregorio Botta, le fotografie di Antonio Biasucci) l’ideale percorso si snoda poi verso il criptoportico neroniano che ospita i lavori di Gian Luigi Colin. Per proseguire poi verso il tempio di Venere e Roma, con le sculture di Vanessa Beecroft e Mimmo Paladino, ancora Claudio Parmiggiani e l’installazione di Michelangelo Pistoletto Venere degli stracci, collocata nella cella di Venere. Anche il tempio di Romolo si fa tappa del percorso, con il lavoro di Giulio Paolini, così come la vigna Barberini con le sculture di Roberto Pietrosanti, per concludersi idealmente al museo Palatino con le fotografie di Mimmo Iodice, che sembrano concepite sulle parole di Marguerite Yourcenar: “statue spezzate così bene che dal rudere nasce un’opera nuova, perfetta nella sua stessa segmentazione…

Marisa Albanese, Combattenti, 2000
Marisa Albanese, Combattenti, 2000

Tutto, in questo territorio, concorre ad affermare un locus della memoria collettiva in cui si coagula la cifra del classico. Non solo l’arte cosciente ne è protagonista, tutt’altro. Complici nella sedimentazione del concetto astratto di bellezza antica, sono proprio le azioni involontarie, dovute delle ingiurie naturali del tempo, alla rovina, alla cancellazione, alla spoliazione. Ed è proprio in questo complesso processo di elaborazione naturale e intellettuale dei canoni artistici che si collocano gli esiti del progetto di Trione.

Alessandro Iazeolla

Roma // fino al 29 settembre 2013
Post-Classici
a cura di Vincenzo Trione
FORO ROMANO E PALATINO
Tempio di Romolo, Tempio di Venere e Roma, Vigna Barberini, Stadio Palatino, Criptoportico neroniano, Museo Palatino
06 39967700
www.postclassici.it