Il paesaggio che non può essere compiuto

A Palazzetto Tito sono di scena tredici artisti, per un progetto della Japan Foundation in collaborazione con la Bevilacqua La Masa. Argomento: il Giappone e le mutazioni nella cultura contemporanea globale. A Venezia, fino al 20 ottobre.

Simon Fujiwara, Letters from Mexico, 2011, Photo Keizo Kioku

Mentre la Galleria di Piazza San Marco è sede del Padiglione Norvegia, la Fondazione Bevilacqua La Masa conferma la sua tradizione di ospitalità, dedicando gli spazi di Palazzetto Tito alla mostra Unattained Landscape – Paesaggio Incompiuto, realizzata dalla Japan Foundation. Un progetto complesso, all’apparenza caotico e disomogeneo, che riunisce i lavori di una dozzina di artisti sotto triplice curatela. Come testimonia la loro provenienza geografica, il Giappone ne è protagonista nel senso più esteso: non semplice tematica o comune denominatore, ma case study per una più generale riflessione sugli imprevedibili scenari della contemporaneità. Lo stesso catalogo, introdotto dai curatori Angela Vettese, Akiko Miyake e Didier Faustino, raccoglie una serie di interventi che espandono il discorso agli ambiti sociologico e antropologico tout court (ma anche fino all’intimo e all’esistenziale).
Come sottolinea Angela Vettese, il termine ‘unattained’ indica lo stato di continuo mutamento cui è sottoposto l’ambito culturale in cui viviamo (e, di conseguenza, anche il nostro pensiero). La visita andrebbe così esperita in uno stato mentale in bilico tra l’analitico e l’avventuroso, come già suggerisce l’installazione di David Peace nel corridoio d’ingresso. A questo, poi, andrebbe aggiunta la giusta dose di corrosiva ironia, come conferma la tovaglia firmata Cattelan/Ferrari, adibita per l’occasione ad anonima biglietteria.

Il sovrappopolato immaginario giapponese ci travolge subito dopo, con i cartelloni semoventi di Hiroya Oku, ma ci sferza anche in maniera più indiretta, dalle pareti del salone centrale. Perché se Tacita Dean e Marina Abramović stabiliscono il contatto per il tramite postale (alludendo la seconda agli inevitabili incubi nucleari), Keren Cytter lo riporta al fondo più grezzo dell’umanità, mentre Rirkrit Tiravanija lo diffonde negli odori dei locali.
Nelle restanti sale sono visioni intense e disturbanti della contemporaneità giapponese (Meiro Koizumi), ricognizioni delle sue intimità familiari (Tomoko Yoneda), ma anche improbabili confronti con altre culture (Simon Fujiwara in Messico). Uno spazio è dedicato al ricordo dell’avanguardia teatrale di Shuji Terayama (con video, foto e locandine dei suoi spettacoli), mentre i sei film selezionati da Jim O’Rourke si appoggiano a una struttura modulare ricorrente: un intrico di parallelepipedi guizzanti, improbabile principio ordinatore da cui sorge l’incompiutezza di questo paesaggio.

Simone Rebora

Venezia // fino al 20 ottobre 2013
Unattained Landscape / Paesaggio Incompiuto
a cura di Angela Vettese, Akiko Miyake e Didier Faustino
Catalogo Zak Kyes/Zak Group
FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA – PALAZZETTO TITO
Dorsoduro 2826
041 5207797
[email protected]
www.bevilacqualamasa.it

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Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.