Apartheid. Le immagini di un crimine lungo cinquant’anni

Mostrare l’Apartheid per conservarne la memoria. Senza banalizzare l’indicibile. È la sfida della mostra al Pac di Milano, di non facile leggibilità ma dal forte impatto. E dall’apprezzabile sobrietà. Fino al 15 settembre, per la cura di Okwui Enwezor.

The rise and fall of Apartheid - veduta della mostra presso il PAC, Milano 2013

La prima buona notizia è che la mostra sull’Apartheid al Pac evita completamente il rischio dell’estetizzazione. La sobrietà indispensabile quando si trattano temi del genere risalta sin dall’inizio, nonostante non si rinunci affatto allo strumento dell’estetica per documentare il fenomeno.
Nella prima sala, due schermi affiancati mostrano l’inizio e la fine ufficiali dell’Apartheid: la salita al potere del Partito Nazionale (1948) e il discorso di De Klerk che annuncia tra l’altro la liberazione di Mandela (1990). Sulla parete adiacente inizia il profluvio di immagini, cinquecento in totale, che viaggia su un doppio binario: da un lato le foto ufficiali che magnificano il regime, dall’altro quelle che documentano la vita della popolazione nera, le proteste e la lotta per la liberazione, la cultura sudafricana che si manifesta e fiorisce nonostante il tentativo di soffocamento (oltre alle foto, sono in mostra copie di Drum, rivista della comunità nera, e il suo corrispettivo di regime, Panorama).

The rise and fall of Apartheid - veduta della mostra presso il PAC, Milano 2013
The rise and fall of Apartheid – veduta della mostra presso il PAC, Milano 2013

In parallelo si delinea una storia della fotografia in Sudafrica, dalle prove etnografiche a quelle di reportage fino all’artisticità di autori come Roger Ballen e David Goldblatt (una delle sezioni s’intitola intelligentemente Politics and Aesthetics). Ma tutto ciò rimane un sottotesto, uno strumento e non un fine. E lo stesso accade nella sezione Artists respond to Apartheid, che riunisce opere d’arte contemporanea, di testimonianza più che di reportage. Come nel caso dei potentissimi interventi su pagine di giornale di Adrian Piper, e naturalmente degli straordinari video di William Kentridge: una selezione comprendente alcuni dei suoi capolavori, in cui ci si muove fra storia, cronaca, psicanalisi e deviazioni oniriche che rafforzano la validità politica dell’opera anziché attenuarla.
Il punto in cui la mostra lascia qualche dubbio è l’allestimento. Creativo e allo stesso tempo sobrio ed elegante, è vero. Ma difficile da leggere, perché affastella e comprime tantissime immagini: diventa arduo coglierle singolarmente, sia dal punto di vista documentario che da quello estetico. E per una volta si sente la mancanza di maggiori apparati informativi.

The rise and fall of Apartheid - veduta della mostra presso il PAC, Milano 2013
The rise and fall of Apartheid – veduta della mostra presso il PAC, Milano 2013

Ma l’effetto di accumulazione ha anche i suoi lati positivi: le ricadute sul quotidiano e sulle vite individuali dell’Apartheid investono il visitatore, che non può proprio restare indifferente. E si tocca con mano, così, anche l’aspetto sottolineato dal titolo della mostra: la burocrazia della segregazione, macchina infernale che si autoalimenta cancellando ogni momento la sua abusività, riscrivendosi come la Neolingua orwelliana.
Fare il punto con una mostra che sfrutta anche il potere dell’estetica su un fenomeno che sta passando dalla cronaca alla storia è in ogni caso un’occasione immancabile. Per trovare un modo di parlare dell’Apartheid che sventi il rischio della rimozione, e allo stesso tempo per capire come si può rispettarne la natura di “indicibile”, ovvero evitando di utilizzare aggettivi, aneddoti, narrazioni e retoriche di sorta. Facendone anche un monito contro discriminazioni e soprusi, più o meno legalizzati o di Stato, che sono oggi all’ordine del giorno, e minacciano di svilupparsi.

Stefano Castelli

Milano // fino al 15 settembre 2013
The rise and fall of Apartheid. Photography and the bureaucracy of everyday life
a cura di Okwui Enwezor
PAC
Via Palestro 14
02 88465236
www.comune.milano.it/pac

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.
  • Angelov

    Questa Mostra è quanto di più esaustivo e completo riguardo un infernale meccanismo in atto in Sud Africa, fino a pochi anni or sono, chiamato Apartheid, che tutti conoscono, ma che solo pochi, e cioè coloro che avranno il coraggio di visitarla, e di lasciarsi sconvolgere da qualcosa di autenticamente vero ed irripetibile, potranno apprezzare.

    QUESTA MOSTRA E’ QUANTO DI PIU’ ESAUSTIVO E COMPLETO RIGUARDO
    UN INFERNALE MECCANISMO IN ATTO IN SUA AFRICA, FINO A POCHI ANNI OR SONO, CHIAMATO APARTHEID, CHE TUTTI CONOSCONO, MA CHE SOLO POCHI, E CIOE’ COLORO CHE AVRANNO IL CORAGGIO DI VISITARLA, E DI LASCIARSI SCONVOLGERE DA QUALCOSA DI AUTENTICAMENTE VERO E IRRIPETIBILE, POTRANNO APPREZZARE.

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