Il morbo di Erwin Olaf

Una mostra alla Sucrière di Lione rende giustizia all’arte dell’olandese, distinguendola nettamente da estetiche compiaciute e compiacenti. Foto, video, installazioni sui temi scottanti della nostra epoca. Fino al 30 giugno.

Erwin Olaf - Emotions - veduta della mostra presso La Sucrière, Lione 2013

La critica sociale è una strada sempre più difficile per gli artisti, dato che il sistema della cultura di massa ingloba e addirittura previene ogni opinione divergente. La strada più valida sembra quella della mimesi critica, inaugurata dalla Pop Art. Ma anch’essa è rischiosa, perché ambigua per definizione. Il caso di Erwin Olaf (Hilversum, 1959) è lampante: il modo in cui viene esposta modifica la percezione della sua opera. Si può banalizzarla, riducendola a un giochetto che corteggia l’estetizzazione da quattro soldi di certa moda e di certa pubblicità. O si può lasciarla libera di dispiegare la sua potenza oscura, come accade nella mostra alla Sucrière di Lione.
Innanzitutto, qui il suo lavoro viene mostrato nella sua completezza: oltre alle foto, sono in mostra sculture e installazioni. La scelta di disporre tutto a perdita d’occhio in un unico spazio espositivo amplifica poi esponenzialmente l’atmosfera generata dalle opere di Olaf.

Erwin Olaf - Emotions - veduta della mostra presso La Sucrière, Lione 2013
Erwin Olaf – Emotions – veduta della mostra presso La Sucrière, Lione 2013

Il percorso inizia dalla fine, con le opere più recenti, quelle della serie Berlin, le prime scattate in esterni e non in studio. Un autoritratto di Olaf di spalle che si defila prelude a immagini che rendono la maniera antimanieristica e all’installazione di una giostra di bambini senza testa che ruotano attorno a un clown dall’indubbia cattiveria. Lo stesso movimento lento ma costante si trova nella videoinstallazione Moving targets, quindici volti su altrettanti schermi che fanno smorfie dapprima impercettibili, poi dolorose più che seducenti.
La felice inventiva formale di Olaf è dunque anche veicolo di temi oggi non trascurabili. Il voyeurismo, trattato con coscienza della sua attrattiva ma senza complicità, è protagonista dell’installazione The keyhole, in cui il video si deve spiare dal buco di una serratura. E l’argomento torna in Wet: il video si intravede da dietro una tenda. La stessa tenda da dietro la quale, all’interno del video, una donna matura spia un ragazzo che si fa la doccia. Il nobile morbo decadente, tipico di un’estetica che origina nel tardo Ottocento, viene rinnovato nella forma, aggiornato alle possibilità (ridotte) e ai limiti (ingenti) dell’epoca odierna.

L’alienazione quotidiana è rappresentata con grande forza espressiva nelle serie Hope e Le dernier cri. Le contorsioni identitarie per corrispondere a se stessi e alle imposizioni esterne (sforzo velleitario e doloroso) sono espresse in Dawn, Separation e nei due autoritratti in cui Olaf è ricoperto di pece e di piume. E la festosità forzata è descritta nell’installazione fotografica che chiude la mostra: qui, esplode il mix di divertimento obbligato, esuberanza cromatica e sessualità repressa perché espressa troppo platealmente che è la cifra dell’immaginario attuale, estetico e non solo. Fino al volto offeso e trasfigurato da una velatura dell’ultima foto in mostra.

Stefano Castelli

Lione // fino al 30 giugno 2013
Erwin Olaf – Emotions
LA SUCRIÈRE
Quai Rambaud
+33 (0)4 27826940
[email protected]
www.lasucriere-lyon.com

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.