Ron Mueck a Parigi. Fenomenologia di una star timida

Lo scultore iperrealista australiano torna dopo otto anni alla Fondation Cartier di Parigi. Che gli dedica la più grande mostra mai realizzata, con tre nuove opere e un bellissimo documentario. Fino al 29 settembre 2013.

Ron Mueck, Woman with Sticks (particolare), 2009

Sono nove, appena, le opere di Ron Mueck (Melbourne, 1958) esposte alla Fondation Cartier di Parigi. Per una mostra annunciata come in assoluto “la plus complète” e “la plus actuelle” tra quelle – assai rare – dedicate allo scultore iperrealista, un numero così modesto delinea subito due tratti essenziali del suo modo di lavorare. Primo: i tempi, lunghissimi, necessari alla realizzazione delle sculture. Secondo: l’assenza di quella smania produttiva ed espositiva che sembra invece caratterizzare buona parte delle vedette dell’arte contemporanea internazionale.
Che stiamo parlando di una star è fuor di dubbio. Ad oggi, Ron Mueck è il più celebre fra gli scultori iperrealisti, probabilmente anche più del Duane Hanson che, a partire dagli Anni Sessanta, inaugurò il genere. Tuttavia, Mueck conserva quell’antico gusto per gli aspetti più artigianali della creazione artistica, che sembra invece non trovare spazio in certi suoi colleghi altrettanto illustri.

Sotto vari punti di vista potrebbe sembrare un accostamento forzato, ma parlando di star, di sculture e installazioni che destano un certo scalpore, il pensiero corre immediatamente a due nomi: Hirst e Cattelan. Tra Mueck e questi due vi è una differenza sostanziale nell’attitudine al lavoro: da un lato, un artista che arriva a impiegare un anno intero per una singola opera, che tendenzialmente lavora da solo e che saltuariamente si circonda di uno o due assistenti. Dall’altro, vi è l’impostazione warholiana della factory, dove la realizzazione concreta dell’opera è interamente demandata a un’équipe di collaboratori. Un’altra grande peculiarità di Mueck è la sua riservatezza, il suo tenersi sistematicamente lontano dai riflettori. Questo lato caratteriale si traduce in opere d’arte che, pur avendo un impatto forte sul pubblico, non cercano mai la provocazione né l’attenzione morbosa dei media.

Ron Mueck - veduta della mostra presso la Fondation Cartier, Parigi 2013
Ron Mueck – veduta della mostra presso la Fondation Cartier, Parigi 2013

Mueck è un iperrealista che privilegia la figura umana, che ama molto giocare con le scale di rappresentazione e con l’alternarsi di situazioni banali e distopiche: troviamo riproduzioni umane di dimensioni ridotte (è il caso di Young Couple, 2013) e altre monumentali (Couple under an Umbrella, 2013); scene di vita quotidiana (Woman with shopping, 2013) e altre provenienti forse da sogni (Woman with Sticks, 2009). Il tutto arricchito dalla mimica facciale enigmatica e ambigua dei suoi personaggi, nonché dalla cura maniacale dei dettagli, delle pieghe corporee come dei peli, concorre nel destare nel pubblico un interesse insistente ma mai sordido. Soprattutto, suscita costantemente una domanda: com’è possibile realizzare opere tanto complesse e perfette?
Questa seconda mostra di Ron Mueck presso la Fondation (la prima fu nel 2005) è un appuntamento prezioso proprio perché, per la prima volta, vengono mostrate la genesi e tutte le fasi di lavorazione delle sculture esposte, attraverso il documentario di cinquanta minuti girato dal fotografo Gautier Deblonde, Still Life: Ron Mueck at work. Le immagini scorrono per lo più senza dialoghi e in assoluto silenzio. Vi è, ogni tanto, solo il brusio della tv o della radio, a far compagnia a un artista solitario e al suo lavoro lento, meticoloso, minuzioso, quasi da orefice o da tagliatore di diamanti.

Vittorio Parisi

Parigi // fino al 29 settembre 2013
Ron Mueck
a cura di Grazia Quaroni
FONDATION CARTIER
261 boulevard Raspail
[email protected]
fondation.cartier.com

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Vittorio Parisi
Nato a Bari nel 1986, si laurea in Lettere Moderne e prosegue gli studi con una laurea magistrale in Storia dell’Arte Contemporanea. Dottorando in Estetica all’Université Panthéon-Sorbonne, vive da tre anni a Parigi, dove ha lavorato come assistente presso la Galerie Magda Danysz e alle politiche culturali e sociali dell’Ambasciata d’Italia. Dal 2012 è consigliere incaricato per le arti urbane del Comune di Bari e responsabile della programmazione artistica della Galleria Doppelgaenger. I suoi interessi di ricerca e lavoro riguardano la percezione dell’arte contemporanea da parte del pubblico, con una particolare attenzione per i fenomeni d’arte urbana, la street art e i graffiti. Suona il violino ed è tra i fondatori del collettivo di adbusters Quink. Dal 2013 collabora con Artribune.
  • Angelov

    Si dice che nei periodi storici in cui la società ed il mondo in generale, sono sconvolti da guerre e violenze, l’arte tende ad esprimersi secondo schemi astratti, quasi che la sensibilità umana si rifugiasse o arroccasse in forme dissimulate, per non essere raggiunta o ferita dagli avvenimenti esterni; e per contro, in situazioni generali dove regna la pace e l’armonia sociale, l’arte si esprime seguendo schemi realistici, non avendo la sensibilità comune alcun timore di scoprirsi di fronte ad una realtà ormai pacificata.
    Forse questo spiega il meritato successo di artisti che non vogliono allontanarsi da forme artistiche legate al realismo, quasi che agendo sulle sensibilità comuni, volessero trasformare le coscienze e prevenire quegli eventi che sarebbero in grado di ferirle.

  • Pingback: Woman with Sticks | dlaux1()