Mimmo Rotella. Professione reporter

Alla Fondazione Marconi si riscoprono i magnifici retro-décollage degli Anni Cinquanta dell’artista calabrese, tra informale, gestualità, pop e neorealismo. Per restituirci l’immagine di un elegante sovversivo. A Milano, fino al 15 maggio.

Mimmo Rotella, Un poco in su, 1954

I manifesti ci raccontano una storia che già sappiamo: la storia del nostro percorso sull’autobus fino al lavoro o sulla via di casa, scandito a cadenze regolari dai cartelloni pubblicitari. Questo è quello che si può pensare finché non si passa davanti a un décollage di Mimmo Rotella (Catanzaro, 1918 – Milano, 2006): il suo gesto di spregiudicata appropriazione scardina la struttura sintattica di questi manifesti, estenuati testimoni dello zapping visivo della nostra vita quotidiana, dei nostri sogni, amori e mode, alla ricerca di nuove e inesauribili corrispondenze di significati, colori e materia.
Le foto in mostra, con Rotella impegnato a strappare i cartelloni dai muri, fanno pensare alla gestualità di Fontana, magicamente immortalata da Ugo Mulas nel 1959. Mentre, tra rifiuti e rielaborazioni, le novità dell’Action Painting penetravano in Italia da Oltreoceano, Rotella già da molti anni imprimeva alla sua arte un aspetto di gestualità fortissima, che significativamente non si riversava sulle tele monocrome pre-minimaliste, ma sui muri della Roma indagata dal cinema neorealista, attraversata da questo reporter d’eccezione. Agli inizi degli anni Cinquanta gli orrori della guerra erano ancora troppo vicini perché gli artisti potessero consentire alla figuratività di entrare nell’opera, e così in questa fase Rotella si inserisce a pieno titolo nella temperie informale, attento all’equilibrio dei rapporti cromatici, ma anche vicinissimo alla pittura materica di Burri, in un impasto espressivo modernissimo.

Mimmo Rotella strappa dei manifesti dai muri
Mimmo Rotella strappa dei manifesti dai muri

Al fondo degli strati, sovrapposti programmaticamente dalla società dei consumi, gli equilibri vengono indagati uno strappo dopo l’altro, come in uno scavo archeologico attraverso le immagini effimere della modernità, alla ricerca di qualcosa di nuovo e ancora inespresso da un mondo che sembra aver detto tutto. Un mondo di cui non possiamo che ri-utilizzare i materiali, dando sfogo alla ribellione dell’individuo contro una società che non soddisfa i bisogni che produce, e affida ai manifesti la consumata illusione del sogno di una vita diversa.
Emerge – guardando i décollage – la bellezza del riuso, più che della creazione, e l’attenzione nei confronti della realtà che abbiamo intorno. Quella stessa attenzione che porta Giorgio Marconi, con il suo passato da corniciaio sulle spalle, a dare spazio in mostra anche libri, lettere e riflessioni critiche che contribuiscono a creare l’atmosfera equilibrata, raffinata e rarefatta in cui queste opere possono continuare a vivere.

Giulio Dalvit

Milano // fino al 15 maggio 2013
Mimmo Rotella – Rétro-d’affiche
FONDAZIONE MARCONI
Via Tadino 15
02 29419232
[email protected]
www.fondazionemarconi.org

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Giulio Dalvit
Nato nel 1991 a Milano, ha studiato Lettere e si è laureato in Storia dell’arte moderna alla Statale di Milano. Ha collaborato anche con alcuni artisti alla realizzazione di mostre milanesi tra Palazzo Reale, il Museo del 900 e Palazzo Ducale a Genova. Ha scritto per Flash Art e, ora, Artribune. Sempre in sospeso tra l’antico e il contemporaneo, studia al Courtauld Institute a Londra, dove attualmente vive.