Il marchese del Grillo e il generale Della Rovere

Mentre Roma era quasi indifferente per la partenza del suo vescovo, hanno convissuto e acceso la curiosità di numerosi visitatori le mostre dedicate a due grandi italiani del XX secolo. Due d’eccellenza del nostro cinema, Alberto Sordi e Vittorio De Sica, fra il Vittoriano e l’Ara Pacis.

Vittorio De Sica in Il generale Della Rovere

Due giganti nella stessa città. Al Vittoriano, una frequentatissima esposizione –non solo perché gratuita – ha testimoniato il legame di Alberto Sordi (Roma, 1920-2003) con la Capitale, nonché il ruolo che ha avuto nella sua definizione identitaria nella seconda metà del Novecento. Gli articoli che nel corso degli anni ha scritto per Il Messaggero, tutti riprodotti ed esposti, hanno infatti offerto uno sguardo disincantato e non banale sulla città e sull’animus del suo abitante. Una Roma che non ha mai smesso di amarlo, anche dopo l’enorme abbraccio riservatogli durante i funerali.
Oltre a molti oggetti “privati” di Albertone, come la scrivania, il ritratto che campeggiava nel suo salotto, gli attrezzi da palestra, i premi ricevuti, a catturare l’attenzione erano quelli “pubblici” dei tanti film capitolini: gli stivali di Nando Meniconi, la paletta del vigile Otello Celletti, i copioni de Il Boom e de Il medico della mutua, e poi, soprattutto lui, l’inconfondibile abito del Marchese del Grillo, irrinunciabile foto-ricordo per il sorridente visitatore. E in fondo questo resta impresso più di tutto all’uscita dal Vittoriano, l’affetto e il buonumore che ancora oggi, a dieci anni dalla sua scomparsa, è capace di infondere in chi lo guarda.

Alberto Sordi in Il vigile
Alberto Sordi in Il vigile

Affollata è poi la ricchissima mostra allestita sotto l’Ara Pacis sul divus Vittorio De Sica (Sora, 1901 – Neuilly-sur-Seine, 1974), suddivisa in 12 sezioni per ripercorrere cronologicamente e tematicamente le tappe più importanti della sua ricca e avventurosa vita: gli inizi in teatro, il successo come cantante, l’esordio al cinema come attore prima e come regista poi, la stagione neorealista, il lungo e complesso legame con Zavattini, il sodalizio con la Loren, l’incredibile prolificità tra i Sessanta e i Settanta, le apparizioni televisive, fino alla morte che a metà novembre ’74 irrompe sui giornali e nelle lettere affrante di chi lo ha conosciuto.
Grazie a numerosi prestatori, non solo enti pubblici ma anche collezioni private – in primis quelle dei tre figli di Vittorio: Emi, Manuel e Christian –, ci si può trovare a un passo dall’Oscar vinto per Ladri di biciclette nel 1949 agli abiti e alle parrucche dei tempi del teatro, alle onorificenze e ai premi, ai vestiti di Matrimonio all’italiana e al copione de La Ciociara, alle divise da carabiniere dei vari Pane, Amore e, alla toga del Processo di Frine, a centinaia di foto che lo ritraggono sui set e con i propri cari. Un’occasione unica per entrare nel suo mondo e scoprire così altri aspetti della sua personalità poco noti. Se, ad esempio, la proverbiale passione per il gioco è sostanzialmente messa da parte, affidata al celebre episodio de L’oro di Napoli, nel quale viene sconfitto a scopa da un bambino, in luce è invece quella per l’arte, come testimoniano alcune lettere scambiate con Morandi e i fratelli de Chirico.

Vittorio De Sica e Alberto Sordi in Il conte Max
Vittorio De Sica e Alberto Sordi in Il conte Max

Uno, nessuno, centomila Vittorio. Proprio l’incontro con Pirandello negli Anni Venti segna non soltanto la carriera di giovane e brillante attore di teatro, ma ancor di più la sua esistenza. Nel maggio del ’45, subito dopo la fine della guerra, è il protagonista di Ma non è una cosa seria. Nel ’61, dopo anni di cinema, ritorna al teatro dirigendo Liolà, e da Pirandello trarrà il suo ultimo film, Il viaggio. Ma al di là di queste più o meno coincidenze, a rendere pirandelliana la parabola di De Sica sono sia le complicate vicende sentimentali – due mogli, due famiglie, le ipocrite lungaggini burocratiche per il pieno riconoscimento dei due figli maschi –, sia la straordinaria versatilità che dimostra passando da un campo all’altro, senza soluzione di continuità.
Un artista totale, di grande modernità, pronto a precorrere i tempi. Come egregiamente fa, ad esempio, nell’immediato dopoguerra, contribuendo coi suoi capodopera a rinnovare il cinema, e a intrecciare indissolubilmente tra loro etica ed estetica. Vera chicca di tutta l’esposizione sono, proprio nella sezione neorealista, oltre al mitico velocipede sottratto allo sventurato attacchino, le ammirate lettere che i colleghi gli scrivevano, estasiati dalla salvifica visione di Ladri di biciclette.
Al di là del catalogo, piccolo, sbrigativo, che non tiene conto delle tante memorabilia esposte, una mostra da non perdere.

Giulio Brevetti

Roma // fino al 31 marzo 2013
Alberto Sordi e la sua Roma
a cura di Gloria Satta, Vincenzo Mollica, Alessandro Nicosia
Catalogo Gangemi
COMPLESSO DEL VITTORIANO
Piazza dell’Ara Coeli 1
066780664
[email protected]

Roma // fino al 28 aprile 2013
Tutti De Sica
a cura di Gian Luca Farinelli
MUSEO DELL’ARA PACIS
Lungotevere in Augusta
0682059127
[email protected]
www.arapacis.it

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Giulio Brevetti
Giulio Brevetti (Napoli, 1980), dottore di ricerca in Storia della Critica d’Arte, si occupa prevalentemente del dibattito storiografico tra Settecento e Ottocento. Ha studiato l’iconografia dei Borbone delle Due Sicilie e di Giuseppe Garibaldi, le tematiche risorgimentali nella pittura meridionale, il rapporto tra pittura e fotografia, nonché la cinematografia di autori quali De Sica, Fellini e Polanski. Ha collaborato alla realizzazione di mostre e al riallestimento di sale museali. Ha all’attivo diverse pubblicazioni in cataloghi e riviste specializzate. Scrive da anni articoli e recensioni di mostre e di cinema. In passato, ha collaborato con le testate “Exibart” e “Whipart”. È fotografo semiprofessionista e alcuni suoi scatti sono stati pubblicati su testi di rilevanza scientifica.