Whitechapel-Rebaudengo, seconda puntata

Seconda tappa della rassegna che porta alla londinese Whitechapel la collezione di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo. Un riconoscimento d’alto profilo, che in queste settimane si modula su un’opera di Charles Ray. Appuntamento fino al 10 marzo.

Charles Ray, Viral Research (1986) - Courtesy Collezione Sandretto Re Rebaudengo

Disposti ordinatamente su un tavolo, gli otto contenitori di Viral Research portano il segno dell’inchiostro nero che li riempie tutti allo stesso livello e che, obbediente alle leggi della fisica, si mantiene in perfetto equilibrio grazie ai sottostanti vasi comunicanti. Tuttavia, quello che sembra un pacifico tavolo da laboratorio si trasforma nelle mani di Charles Ray in un minaccioso strumento di contaminazione: a causa del precario equilibrio, l’inchiostro potrebbe fuoriuscire da un momento all’altro e macchiare irrimediabilmente ogni cosa intorno, cambiandone l’identità come un morbo che sfigura.
Viral Research è l’opera intorno alla quale ruota – fisicamente e concettualmente – la seconda mostra nata dalla collaborazione tra la Whitechapel Gallery e la Collezione Sandretto Re Rebaudengo. Tutte le opere sono percorse da un senso di equilibrio instabile, fittizio, sull’orlo del collasso, enfatizzato da una monocromia dominante.
In Untitled (Alpha & Omega) di Piotr Uklanski, brocche e vasi in ceramica si dispongono inaspettatamente perpendicolari alla parete; i “pottery painting” si dichiarano pittura pur essendo scultura, giocano con i registri alti e bassi, sfidano la gravità e le contraddizioni di una ceramica durevole e fragilissima allo stesso tempo. Bojan Sarcevic crea un immaginario paesaggio notturno di frammenti in plexiglas (Unitled-Vitrine Film #2), James Casebere fotografa scenografie fantastiche costruite a tavolino, profili di morbide montagne che rimandano a forme organiche. In tutte predomina l’uso del bianco e nero e di toni neutri, che enfatizzano la ricerca sulla forma.

Reinhard Mucha, Ragnit (2004) - Courtesy Collezione Sandretto Re Rebaudengo
Reinhard Mucha, Ragnit (2004) – Courtesy Collezione Sandretto Re Rebaudengo

La vetrina modulare Ragnit di Reinhard Mucha – legno, vetro e feltro – rimane vuota, monumento all’imponenza del contenitore sul contenuto, mentre appesi altissimi sulla parete si notano due falsi specchi di Flavio Favelli: il titolo, Archivio, ne suggerisce il legame con il ricordo, o meglio con l’impossibilità di trattenere una nitida visione del passato. All’interno delle cornici dorate, infatti, le tessere musive frammentano le immagini, ne cambiano i contorni, le lasciano evanescenti.
All’interno della mostra, un nucleo consistente di opere affronta una problematica tutta al femminile, di artiste che riflettono sulla condizione della donna. Eva Marisaldi incide frasi come “Questo non posso è troppo”, “Una complicazione” o “Necessario” sulle lame affilate di coltelli che hanno perso il manico; sono armi che feriscono due volte, con i loro tagli e con le loro parole. Zoe Leonard riflette sul processo di decontestualizzazione museale di strumenti che hanno svolto una funzione repressiva o di controllo sul corpo femminile (come la cintura di castità o gli strumenti ginecologici), Trisha Donnelly rappresenta l’assenza in un guanto vuoto stretto vigorosamente da un altro indossato, e Rosemarie Trockel crea un inutilizzabile piano da cucina con piastre.

Cindy Sherman, Untitled Film Still n. 49 (1979) - Courtesy Collezione Sandretto Re Rebaudengo
Cindy Sherman, Untitled Film Still n. 49 (1979) – Courtesy Collezione Sandretto Re Rebaudengo

Il mezzo fotografico viene utilizzato anche da Becky Beasley in Suite 1-2-3, dove una struttura lignea che rimanda a un pianoforte stilizzato viene ruotata e descritta in tre diverse angolazioni, e da Sherrie Levine, che ri-fotografa (letteralmente) il lavoro di Walker Evans sull’America della Grande Depressione, innescando una riflessione sull’autenticità dell’opera d’arte e la sua riproducibilità. Grande come sempre la Cindy Sherman degli Untitled Film Stills e la sua riflessione sulla costruzione dell’identità femminile grazie alle sue virtù camaleontiche.
Sono tra i lavori a cui Patrizia Sandretto Rebaudengo tiene particolarmente. Ogni giorno sono sotto i suoi occhi, presenza fissa sulle pareti di casa: “Sono una sorta di specchio. Non un mezzo per cercare me stessa, ma per farmi ricordare dai tanti modi in cui noi, in quanto donne, possiamo guardare le une alle altre ed essere viste”. Sono foto che bloccano l’istante di una vita immaginaria, e che comunicano un senso di attesa, di suspence, di immobilità, che percorre tutta la mostra.
Viral Research: ovvero dell’equilibrio instabile, della donna e dell’immobilità.

Roberta Minnucci

Londra // fino al 10 marzo 2013
Collection Sandretto Re Rebaudengo: Viral Research
WHITECHAPEL ART GALLERY
77-82 Whitechapel High Street
+44 (0)20 7522 7878
[email protected]
www.whitechapelgallery.org 

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Roberta Minnucci
Si laurea in Lettere all’Università di Bologna con una tesi in Fenomenologia dell’arte contemporanea. Durante gli studi trascorre un anno all’estero all’Université Le Mirail di Toulouse (Francia) e a Bologna svolge un tirocinio nella Fondazione Federico Zeri ed un altro nella Galleria d’Arte Maggiore. Nel 2011 collabora con la Fondazione-Museo Pino Pascali in occasione della mostra dedicata a Bertozzi & Casoni, vincitori del premio. Successivamente trascorre un periodo nella Southampton City Art Gallery (Southampton, UK), dove cura la mostra dal titolo “Red: A Coloured Sensation”. Si trasferisce poi a Londra, dove si trova tutt’ora. Scrive per Segno ed Artribune.