Guido van der Werve a impatto zero

Alla Fondazione Giuliani, fino al 23 marzo, va in scena l’impresa di Guido Van der Werve. Che nuotando, pedalando e camminando è riuscito a raggiungere Parigi partendo da Varsavia. Merito indovinate di chi? Di Frédéric Chopin (e anche un po’ di Alessandro Magno). Leggere (e guardare) per credere.

Guido van der Werve, Nummer veertien, home, 4k video, 54', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 - Courtesy Monitor Gallery, Roma; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Roma

Guido Van der Werve, artista olandese classe ’77, percorre il tragitto Varsavia-Parigi – in sequenza – a nuoto, in bici e a piedi, vestito sempre di nero (per affrontare a bracciate i fiumi anche maestosi dell’Europa continentale serve infatti la muta). Lo fa nel segno di Frédéric Chopin, che a entrambe le città ha legato in vita il proprio nome, avendo in mente nel contempo l’epopea delle conquiste di Alessandro Magno, il quale, proprio come il musicista di origini polacche, non riuscì mai a tornare indietro.
L’impresa di van der Werve si traduce in una sinfonia paesaggistico-performativa strutturata in atti, per quasi un’ora di videoproiezione, fatta di riprese che lo vedono incedere per campagne a velocità anche impressionanti, e di intermezzi in forma di coup-de-théâtre. Fanno il resto la continua apparizione di musicisti intenti a suonare arie maestose e avvolgenti, e inquadrature circolari di luoghi di interesse archeologico, anche extraeuropei, che alludono alle gesta dell’imperatore macedone.
Durante i circa 1.500 chilometri percorsi a impatto zero l’artista s’imbatte in bizzarri (e un po’ pericolosi) fuori-programma – sempre, peraltro, quando smette di nuotare/pedalare/camminare. Prende letteralmente fuoco, come capita – per l’appunto – agli strumenti musicali nei quadri di Magritte; viene sollevato da una gru meccanica, sicché prende a ciondolare come un impiccato su uno skyline fatto di anonime case a schiera; finisce in un appartamento-labirinto dove sembra di essere inghiottiti in un’allucinazione lynchiana. Il tutto, ogni volta, al cospetto di orchestrali che eseguono partiture incantevoli.

Guido van der Werve, Nummer veertien, home, 4k video, 54', Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 - Courtesy Monitor Gallery, Roma; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Roma
Guido van der Werve, Nummer veertien, home, 4k video, 54′, Poland, Greece, Holland, Germany, Egypt, India, France 2012 – Courtesy Monitor Gallery, Roma; Juliette Jongma, Amsterdam; Marc Foxx, Los Angeles; Luhring Augustine, New York; Fondazione Giuliani, Roma

Il video soffre un po’ di schematismo, e gli “acuti” non sempre sono avvincenti. Detto questo, van der Werve si conferma artista originale, oltre che talentuoso, per la sua tendenza a collocare il verbo duchampiano, fatto di icastici slittamenti di senso, entro le coordinate del cinematico. Qui di rimarchevole c’è infatti la commistione tra la dimensione idillica del cosiddetto “paesaggio con figura” – di ascendenza giorgionesca e poi romantica –, e la sussistenza di parametri estetici di segno opposto, ascrivibili alla ritmica “angolare” tipica dei videogiochi, delle comiche e – in senso lato – dell’avanguardia in quanto tale.
Se letta in quest’ottica, la coesistenza in uno stesso racconto di due personaggi per molti versi concettualmente opposti come Chopin e Alessandro Magno, può dare delle soddisfazioni.

Pericle Guaglianone

Roma // fino al 23 marzo 2013
Guido van der Werve – Nummer Veertien, Home
Fondazione Giuliani
Via Gustavo Bianchi 1
[email protected]
www.fondazionegiiuliani.org

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Pericle Guaglianone
Pericle Guaglianone è nato a Roma negli anni ’70. Da bambino riusciva a riconoscere tutte le automobili dalla forma dei fanali accesi la notte. Gli piacevano tanto anche gli atlanti, li studiava ore e ore. Le bandiere erano un’altra sua passione. Ha una laurea in storia dell’arte (versante arte contemporanea) ma è convinto che nessuna immagine sia paragonabile per bellezza a una carta geografica. Da qualche anno scrive appunto di arte contemporanea e ha curato delle mostre. Ha un blog di musica ma è un pretesto per ingrandire copertine di dischi. Appena può si fionda in qualche isola greca. Ne avrà visitate una trentina.
  • Ennesimo “giovane indiana jones”…sembra di vedere Ciprien Gaillard 2- la vendetta-
    Ma anche il nostro Andreotta Calò che ha raggiunto venezia dall’olanda…lo faceva Richard Long negli anni 60…il loro nonno…interessante che questa sia quella generazione fregata e mantenuta dalla nonni genitori foundation…una generazione che per essere accettata in “un paese per vecchi” sviluppa quest’ abile archeologia e retorica del passato, proprio e collettivo….

    http://www.artribune.com/2012/11/giovani-indiana-jones/

  • Angelov

    L’onirica ma vagheggiata Wagneriana metafora del transeunte ed effimero procrastinare a ben più granghignolesche e rarefatte esperienze di già vissuto, ma anche il plaudente incedere attraverso gli esordi di più che sperimentati livelli di percezione così incanalati in collettive coscienze, d’usurpate metafore ha realizzato l’arcano condiviso sogno, lasciando il curioso spettatore in uno stato percettivo più che enigmatico, invero direi, enigmistico stupore.

  • Gloria

    Degli “slittamenti di senso” alla Duchamp ne abbiamo piene le tasche, e non solo.La nonna di Duchamp è sempre incinta.

    • Angelov

      Vorrai dire: la mamma di Duchamp…

      • fausto

        bravi, continuate pure così…, ad usare il nome di Duchamp, come se fosse una marca di uno sciampo ! Marcel è quel artista della provocazione dello sberleffo, del filosofo dell’arte che tutti sappiamo. Questi nipotini e nipotoni che lo imitano non hanno la statura e non hanno capito un fico secco.

  • livello commenti inesistente, le mostre e le opere si tendono a conformare verso il basso.

    • Angelov

      compreso il tuo di commento…

  • Carla

    La Mamma di Duchamp partorirebbe Duchamp.La nonna invece darebbe alla vita quelli che… si aspettano ancora un’altro Duchamp.
    Il problema non è dell’arte che fa giustamente quello che gli pare.
    Pistoletto compreso.
    Il problema sono le aspettative del pubblico in attesa di un nuovo genio,pronto a proferire il “nuovo” verbo.

    • Angelov

      …ma il nuovo genio pensavo di essere io….

  • Carla

    ..mi sa che c’è la fila.Riconosco qualcuno che prima la faceva in chiesa,aspettando la benedizione.Cambiano i templi,non i devoti.E pensare che il Papa si è dimesso….Cattelan ha fatto solo finta.

    • fausto

      Il Papa si è dimesso perchè è una persona lodevole; al contrario, la casta politica (compresa quella dell’arte), rimane inchiodata al potere e alla poltrona. Caste che hanno spento o gravemente danneggiato l’immagine dell’Italia all’estero.

  • Ennesimo “giovane indiana jones”…sembra di vedere Ciprien Gaillard 2- la vendetta-
    Ma anche il nostro Andreotta Calò che ha raggiunto venezia dall’olanda…lo faceva Richard Long negli anni 60…il loro nonno…interessante che questa sia quella generazione fregata e mantenuta dalla nonni genitori foundation…una generazione che per essere accettata in “un paese per vecchi” sviluppa quest’ abile archeologia e retorica del passato, proprio e collettivo….

    http://www.artribune.com/2012/11/giovani-indiana-jones/

    • adelaide

      non vedo perchè non si possa lavorare su un tema che già altri hanno trattato come il camminare, non si tratta sempre e comunque di far riferimento al passato tout court, tanto meno da “giovani indiana jones”, definizione che spari ogni volta che c’è la parola “passato”, anche quando non ci sta