Fuck Taboo: l’omosessualità esposta

Camera 16 si trasforma in Wunderkammer saturando i suoi spazi di fotografie, disegni, stampe e collage di artisti eterogenei. Per ragioni espressive, cronologiche, geografiche. Il comune denominatore è il tema: l’omosessualità. A Milano fino al 30 marzo.

Lovett/Codagnone - I Didn't Do It, 1

Se è vera la distinzione operata da Judith Butler tra sesso biologico e gender, intendendo quest’ultimo come prodotto e identità culturale, allora arte e gender è un binomio caldo dalla fine degli Anni Sessanta. Da quella data si può parlare di arte omosessuale, dichiarata e cosciente. Parallelamente alle lotte del movimento per i diritti civili, essa si determina attraverso la forza politica delle immagini e dei corpi, esponendo gli aspetti più radicali e meno assimilabili di un’identità che, fino allora, era esistita nel closet della società e, nell’arte, in forme cifrate e allusive.
Le molte opere di Fuck Taboo sono allestite senza didascalie, fino a saturare le pareti seguendo un criterio dichiaratamente a metà tra la camera delle meraviglie e la dark room, a voler in principio scioccare per poi avvolgere. Ci sono nomi sacri come Larry Clark e Wolfgang Tillmans e lavori meno noti come l’eccellente reportage di Lisetta Carmi sui travestiti genovesi o di Zanele Muholi sulle discriminazioni in Sudafrica. Ci sono opere leggere e divertite oppure di pura contemplazione estetica dei corpi come i nudi mapplethorpiani di Gianpaolo Barbieri; c’è l’aspirazione a una normalità ridiscussa di Lovett/Codagnone, come i pugni nello stomaco programmatici di Bruce LaBruce.
Un’occasione per fare il punto sullo stato dell’arte omosessuale, ma soprattutto per verificare se l’uscita dalla marginalità ne ha affievolito o incrementato l’impatto.

Alessandro Ronchi

Milano // fino al 30 marzo 2013
Fuck Taboo
a cura di Carlo Madesani
CAMERA 16
Via Pisacane 16
02 36601423

info@camera16.it
www.camera16.it

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Alessandro Ronchi
Alessandro Ronchi (Monza, 1982) è critico d’arte e giornalista culturale. Si interessa specialmente di arte dalle origini alla contemporaneità, iconografia, cinema, letteratura, musica e pop culture. Ha diretto il mensile Leitmotiv e collabora con testate giornalistiche, website e gallerie. Tiene corsi di cinema e cultura visiva presso istituti scolastici. Fa parte dello staff redazionale di Artribune dalla fondazione nel 2011.
  • Fabrizio

    No, l’effetto è sempre quello delle vecchie riviste per gay. Non basta l’esibizione di genitali (non certo della grazia dei pendenti michelangioleschi) per fare arte fotografica. Se poi l’omosessualità da fatto estetico, apprezzabile per le linee di un corpo in posa, si tramuta in immagine dai richiami sordidi, questo che c’entra con le rivendicazioni al diritto di parità di genere? Mettete il pisello del Davide di Michelangelo alla canoviana Paolina Borghese, come quando hanno applicato i baffi alla leonardesca Gioconda, e forse si ridurrà la sensazione di marginalità prodotta da quelle foto senza alcuna sorpresa.