Berengo Gardin: quando la storia di uno diventa la storia di tutti.

Ricordi, emozioni, suggestioni: ai Tre Oci di Venezia i 130 scatti Berengo Gardin fanno viaggiare in lungo e in largo, in giro per il mondo. Un giro di giostra da cui non vorrete più scendere. Fino al 12 maggio.

Gianni Berengo Gardin, Venezia, 1958

Sapete quanto costa il giro del mondo in 60 minuti? Nove euro. Questo è il potere della fotografia. Se poi si parla degli scatti di Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930), si viaggia in prima classe. L’antologia più completa del ligure è stata allestita alla Casa dei Tre Oci: 130 scatti che ricoprono più di cinquant’anni di attività.
Venezia, Milano, i manicomi e la legge Basaglia, la Biennale d’Arte e gli zingari, i reportage (tra cui il famoso Dentro le Case), fino ad arrivare agli scatti del Touring Club. Un viaggio, appunto. Anche perché Berengo Gardin è in primis un viaggiatore: da nord a sud, i suoi scatti raccontano un’Italia che non c’è più. Puglia 1966: è il nome di uno scatto che immortala un gruppo di bambini che gioca a calcio sulla banchina del porto di Barletta. Una scena che non siamo più abituati a vedere, perché cambiano i tempi; e dove una volta c’era un pallone che rotolava, ora ci sono le strisce blu, e al posto dei ragazzini in costume ci sono le macchine. Viene nostalgia nel guardare certe foto di Berengo Gardin, sarà il bianco e nero (d’obbligo per tutte le foto), sarà il magico momento che viene immortalato, ma la verità è da cercare altrove: il tempo passa inesorabilmente e le fotografie sono i migliori ricordi che possiamo avere.

Gianni Berengo Gardin, Yugoslavia, 1979
Gianni Berengo Gardin, Yugoslavia, 1979

Ma torniamo alla mostra. Narratore attento alla vita quotidiana, Berengo Gardin è stato sempre attratto dagli spaccati di società, dalle strade (meglio: dai marciapiedi), dalla gente qualunque, dai baci rubati, dai treni in partenza. Una fotografia antropologica è la sua: immagini reali, mai astratte. Foto in cui ci si può riconoscere per l’incredibile propensione al vero. Come il bacio rubato sotto i portici di piazza San Marco. Perché quel bacio è uno, nessuno, centomila (scomodando Pirandello).
In Berengo Gardin c’è la voglia di raccontare, perché quella delle storie è una malattia subdola. Così saltiamo da un bar sulla spiaggia a una via di Monaco, da Milano a Venezia, dal campo rom al manicomio, dal Sud Italia a New York; un tripudio per gli occhi (e il cuore). Una mostra nostalgica, ma anche familiare, amica. Un giro di giostra da cui mai si vorrebbe scendere. Senza dimenticare gli scatti più crudi, come quelli della sezione Morire di classe. Vi renderete conto che non state (solo) assistendo a una mostra di fotografie (questa passa oltre), ma state danzando con i vostri ricordi; vi state innamorando di quei baci rubati, vi starete chiedendo di chi sono quelle mani, chi è la signora che beve il Caffè al Florian tutta sola, vi starete chiedendo chi è quel bambino che tira calci al pallone. E forse vi scapperà un sorriso pensando che, magari, tanti anni fa a correre dietro a quel pallone di pezze eravate proprio voi.

Paolo Marella

Venezia // fino al 12 maggio 2013
Gianni Berengo Gardin – Storie di un Fotografo
TRE OCI
Fondamenta delle Zitelle 43 (Giudecca)
041 2412332
[email protected]

www.treoci.org

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Paolo Marella
Barese, classe 1987, trapiantato maldestramente a Venezia. Laureando in Economia e Gestione dei Beni Culturali all'Università Ca' Foscari, coltiva da anni una forte passione per l'arte e la scrittura. Gli piace il mondo della comunicazione: quest'anno ha lavorato nell'ufficio stampa del Carnevale di 2012. E' giornalista pubblicista, anche se non lo dice in giro. In passato si è occupato di cronaca giudiziaria per il Quotidiano Puglia. A Venezia ha lavorato, come mediatore culturale, nei maggiori musei d'arte contemporanea e moderna - Palazzo Grassi, La Biennale e Peggy Guggenheim Collection. Ha un blog (anche se ci scrive poco) e gli piace molto il cinema. Fa scherma. O almeno ci prova.
  • Giuditta

    Difficilmente potrò visitare la mostra “narrata” nell’articolo, ma proprio leggendo l’articolo ho avuto la sensazione di guardare le fotografie in mostra, di esserne quasi partecipe, di riconoscerne gli scatti. Grazie all’autore delle fotografie ma grazie anche all’autore dell’articolo che ha avuto la capacità di farmi condividere senza essere presente.

  • Dario Roversi

    Ciao Roberto, benvenuto su artribune !