Alessandro Laita. Quando l’artista rottama se stesso

Butta via tutto, Alessandro Laita: nel senso letterale del termine. L’archivio dei suoi progetti irrealizzati va al macero, trinciato e riciclato in sessantacinque fogli nudi. Lapidi per opere abortite che finiscono per diventare opera esse stesse. Fino al 12 febbraio da Placentia Arte

Alessandro Laita – Even if I fail - veduta della mostra presso Placentia Arte, Piacenza 2013

Sono stati bocciati, rifiutati, tarpati, sviliti, irrisi, uccisi, vilipesi, cancellati, frustrati, dimenticati, saltati, evitati, evirati. Sono decine di progetti e bozzetti per opere che non conosceremo mai, se non nella dolorosa resurrezione imposta loro dal proprio autore: mette in scena un olocausto personale Alessandro Laita (Verona, 1979), compiendo il più antico e insieme moderno rito di purificazione. L’abbandono maturo e volontario di ciò che si ha di più caro viene certificato dalla sua rigenerazione; il riciclaggio di opere sporche condensa nell’illusoria memoria del passato la viva presa di coscienza del presente. In questi sessantacinque fogli irregolari, declinati in modo inconsapevole e incontrollato in un effetto estetico più che gradevole, Laita fotografa con stupefacente lucidità ciò che egli è oggi: l’abrasione del passato è fattore creativo, innovazione, slancio. Non un memoriale, allora. Semmai un trampolino da cui tuffarsi nel domani.

Francesco Sala

Piacenza // fino al 12 febbraio 2013
Alessandro Laita – Even if I fail
PLACENTIA ARTE
Via Scalabrini 116
0523 332414
[email protected]
www.placentiaarte.it

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.
  • Non ci siamo. Facile rifugiarsi in questo nichilismo. Contraddittorio: si cancella ma si accetta di portare l’ennesima opera nello spazio espositivo. Si mette tutto in dubbio ma poi si percorrono i medesimi codici e rituali….

    Oggi ogni opera presentata secondo certi codici e rituali è LA STESSA OPERA. Esattamente con al Furla ogni artista ha portato la medesima opera. Si tratta di standard ben preparati: ultimamente gli standard che vanno per la maggiore sono le opere dei giovani indiana jones (citazioni formali o concettuali dalla storia) o un certo nichilismo (se nego tutto faccio sempre bella figura, anche se così facendo non nego nulla). Quello che differenzia lo standardi in assenza di critica sono i luoghi e le pubbliche relazioni: place+rays= …plays…

    http://whlr.blogspot.it/2011/12/blog-post.html

    Non solo come diceva Danto nell’opera qualcosa sfugge all’occhio..ma quì sfugge anche il modo di fare le cose. Si continua a cucinare in cucina con i soliti ingredienti…e si pretende di fare qualcosa di diverso dal concetto di “cibo cucinato”. Impossibile. Ma quale artista rottamato??? L’artista espone come sempre. Perchè si vuole pretendere di uscire dalla cornice senza uscirci veramente?

    Il centro dell’opera (quello che andrebbe venduto in galleria..) è trasversale e quì vediamo solo un 10%. Non so come spiegarmi.

    • “Contraddittorio: si cancella ma si accetta di portare l’ennesima opera nello spazio espositivo. Si mette tutto in dubbio ma poi si percorrono i medesimi codici e rituali…” […] “L’artista espone come sempre. Perchè si vuole pretendere di uscire dalla cornice senza uscirci veramente?”
      Strano sentirlo dire da chi ha esposto nello stesso spazio appena il mese scorso… E poi dai! Proprio tu che te la prendi con il nichilismo! A me sembra che i presupposti della ricerca di Laita abbiano molto in comune con la tua prospettiva critica e la tua ansia di rinnovamento. Non è mia abitudine giudicare un lavoro dalle foto e non ho avuto occasione di visitare la mostra. Tuttavia, se devo essere sincero, da quel poco che si riesce a vedere, la formalizzazione di Laita mi sembra più interessante rispetto a quello che hai proposto tu in passato. Non condivido gran parte delle idee di partenza (vale per il tuo e per il suo lavoro), ma sul piano puramente formale la sua resa mi sembra migliore.

      • Vincenzo, se scambi lucciole per lanterne io ci posso fare poco. E anche fare lo shampoo agli asini dopo un po’ stanca….

        Io ho esposto a piacenza (a cura di baldini ma non nella galleria) una foto liberamente scaricata da internet. Io ho solo indicato la foto. Forse in questo modo ho rottamato una certa pratica. La foto era “10 settembre 2001”, non sto a linkarla.
        Quella foto sottolineava un momento centrale nel discorso fallimento. Ma chi non sa “vedere” -come te temo-non sa nemmeno progettare. Temo.

        Ma in questo commentario è sempre un confronto-lotta tra addetti ai lavori, il gioco è vedere chi lo ha più lungo. E questo non serve a nulla. Peccato.

        • Caro Luca,
          la risposta migliore, a questo punto, è quella che ti ha dato anche il buon Baldini: “Nonostante tutto ti voglio bene”. Credimi, non mi aggiungo volentieri al coro dei tuoi detrattori. Ultimamente però hai perso di vista il senso del limite. Non ho ben capito se fai il discolo per attirare l’attenzione. Ti scagli contro le persone che ti hanno seguito e apprezzato, contro chi ti ha dato occasioni per esporre e diffondere le tue idee! Inoltre hai perso il senso del pudore: ti proponi pubblicamente in ogni contesto, organizzi “corsi pratici” a pagamento, strizzi l’occhio ai potenti… Se l’ansia di “piazzarti” ha preso il sopravvento, sappi che stai sbagliando strategia.
          Venendo alla foto “liberamente scaricabile da internet” (per restare sul tema): mi spieghi l’utilità di esporre, se la fruizione dell’opera per te coincide con il libero download? Rottamare una certa pratica, come tu dici, implicherebbe rinunciare alla commercializzazione. Tu sei proprio sicuro di non essere interessato alla vendita? Se invece vuoi esporre, e vendere, non c’è alcuna differenza tra il tuo lavoro e quello di Laita. Tra l’altro, personalmente, penso che il punto non sia questo. Ma sei tu che ti ostini a voler fare il rottamatore, contraddicendoti ad ogni post. Ti prego, torna tra noi… In fondo, ancora una volta, nonostante tutto, ti vogliamo bene :-)

  • morganthal

    già fatto, già visto

  • Ciao Luca, nonostante tutto ti voglio bene!

    • Nonostante cosa? La passione e la stima si misura anche attraverso una critica costruttiva. Cosa interessava in questa mostra? Qaule urgenza? Il fallimento?

      Mi sembra interessante pensare di intervenire all’ennesima biennale mantenendo la distanza da tale biennale. Con l’oceano in mezzo, nel caso della Biennale del Whitney del 2010. Ma sostenere una preghiera quotidiana affinchè accada in biennale qualcosa di significativo che ci dica qualcosa rispetto la storia degli stati uniti (tematica generica che caratterizza le biennali del whitney).

      Si va incontro ad un fallimento? Parlarne è già un fallimento? A mio parere c’è stata una traccia che mi ha spiazzato. Nel senso che la mostra è uscita dal museo, ed ha assunto un significato. Milioni di persone costrette in un attesa collettiva, che faceva pensare e riconsiderare la distanza. Pensiamo di vivere molto più vicini di quello che in realtà siamo. In realtà, senza mezzi , senza petrolio, siamo distanti…siamo tutti distanti…io dall’Aquila ci metterei 20 giorni ad arrivare ad Arte Fiera…forse di più…60 giorni per arrivare a Milano. Per dire.

      Ma quì potete leggere tutta la traccia: http://www.whlr.blogspot.it/2011/11/elevator-view-whitney-museum-24022010.html

  • Lorenzo Marras

    Ma anche da parte tua Rossi è inappropriato scrivere di Nichilismo per questo che è solo un gesto , possiamo dire , governato ? l’opposto di ogni Nichilismo il cui dispiegarsi non è rivolto alle cose, ma ai VALORI che le cose in se portano.
    Solo rispetto ai VALORI si puo’ scrivere di Nichilismo, altrimenti si chiacchera e niente piu’.
    eh, Rossi, se parli di in questi termini superficiali fai delle pessime figure anche tu NON solo l’artista, laddove TU ti rapporti ad esso per definirlo.

  • ….

    Ciao, un appunto. Io ho visto la mostra la scorsa settimana. A me sembra che Luca Rossi mescoli la critica al lavoro con l’articolo che parla del lavoro. E anche Lorenzo Marras, perchè l’artista non dice da nessuna parte che il suo lavoro è un gesto nichilista (da parte mia trovo che sia l’esatto contrario) o di volersi rottamare.
    Pretendere che l’artista dica cose (che non dice) perchè funzionali a criticarlo mi sembra poco utile per voi che dedicate alla critica buona parte della vostra vita/studio/giornata.

    • Lorenzo Marras

      ma dai , SCRIVE, un pochino di attenzione vivaddio.
      Ho scritto a Rossi che non trovavo NESSUN NICHILISMO per quello che ho potuto nominare nel modo piu’ adeguato come GESTO. (GESTO aggiungo GOVERNATO)
      GESTO che tra l’altro traspare dall’articolo in cui l’artista, appunto distrugge le cose che aveva fatto re-intronducendole MUTATE per apparenti altre vie.

      Santa pazienza, non dico di interpretare ma leggete con attenzione.

  • Elvio

    Il punto sono proprio i valori.Quali valori ? Puo l’arte cosi come è immaginata dal pubblico e strutturata nella società che la promuove,
    essere portatrice di valori all’ombra dell’unico generatore simbolico di tutti i valori ( il denaro) ? Dubito.C’è un qualche ambito dell’agire umano che non debba in una certa misura pagare il suo debito al mercato?
    Non si tratta di fare tabula rasa di ogni valenza pur presente nell’operare artistico,ma di recuperare una certa distanza da quanto il mercato propone.Una distanza cosciente ,critica,diffusa nel pubblico,che non cerchi nuovi dei,artistar, da adorare,pagare,venerare.
    Gli Dei,tutti, vengono promossi da chi vuole gestire un gregge.Finquando il gregge avrà bisogno di Dei,gli verrà promesso l’impossibile,salvo poi chiedere il conto.
    Anche l’arte andrebbe esperita con maggiore consapevolezza e distanza.

    • Piccole Pesti crescono

      I valori su cui poggia la struttura economica post-capitalista di questa società vede l’uomo come oggetto del lavoro e non come soggetto del lavoro. Da tutto ciò discende che l’uomo stesso come i prodotti del suo lavoro sono merce. Solo se si pone al centro l’uomo all’interno di una comunità che condivide valori quali il rispetto dell’altro, ill valore della vita e l’arte stessa si fa testimone di questi valori e non estetica di autocompiacimento, ma interprete di un bello che vuole farsi buono, allora sarà possibile recuperare una dimensione autentica dell’arte e dell’artista.

      La libertà dell’artista deve improntarsi alla verità ed è all’interno della verità (che non è un concetto relativo o nichilista, bensì qualcosa che aderisce strettamente all’uomo e alle leggi della vita e non a quelle delle società borghese) che l’artista deve trovare onestamente la propria libertà. Ma fino a quando l’artista è solo parte e oggetto di un sistema e quindi al pari dei feticci artistici oggetto di mercificazione e non soggetto attivo dell’arte ovvero un soggetto con una propria coscienza e non specchio più o meno inconsapevole della Weltanschaaung della società borghese, sarà incapace di trasmettere valori profondi che la società possa condividere (e non solo la ristretta elite di feticisti) e attraverso di questi crescere, divenendo strumento propositivo di cambiamento del reale propria sulla scorta di tali valori. Il gregge è prodotto direttamente dall’olimpio degli dei. In altre parole la creatura ha bisogno del suo creatore. Ma fino a quando questo creatore si identifica su valori lontani dalla vita e dalla verità dell’uomo, allora l’uomo e anche l’artista non è più uomo ma pecora.

      Oggi il gregge è in primo luogo formato non dal pubblico, ma dagli stessi artisti creature e schiavi del sistema dell’arte che li imprigiona e che fa dell’arte stessa un carcere. Consigliamo di dare uno sguardo a questo video:

      http://www.youtube.com/watch?v=O7g2AFqYnro&feature=share

      • morganthal

        .quoto.

      • Arkadij

        geniale !!!

  • CoDa

    A Elvio: la soluzione che mi sono dato da anni alla tua domanda è quella di non entrare nel sistema, per scelta (posso permetterlo perchè faccio un altro lavoro che mi piace ma che non viene incluso ne mondo dell’arte; però mi permette di tenere i piedi nel mondo che secondo me è importante per un artista).
    Lavoro per me e basta, voglio essere un amatore, un hobbista, non un professionista nel significato economico del termine. Ho uno spazio su Flickr dove metto le mie “cose” (direi nostre visto che coinvolgo tutta la mia famiglia), chiunque le può vedere, ma non è per niente pubblicizzato. Metto link qualche volta sui blog, come artribune, ma solo se è per supportare meglio (con un contributo concreto) quello che sto affermando.
    Sul lavoro di Laita: ritengo molto interessante il suo lavoro “Sono arrivato qui” del 2008 perchè è qualcosa che lui ha provato personalmente e pubblicizza quello che ha fatto (passeggiata e sosta nel bosco di notte con una luce); l’opera esiste solo per lui e la propone a noi. Sta a noi capire l’opera provando quello che lui ci offre. Il suo è solo uno spunto, non un’opera. Mi piace invece meno questo suo ultimo lavoro di “riciclaggio” perchè è estetizzato (fogli posti in file simmetriche, colori leggermente diversi…). Se avesse semplicemente indicato di distruggere i propri lavori per ricostruirne di altri, l’avrei preferito, sarebbe stato più essenziale, più pulito, anche se, come qualcuno ha detto, “già visto”. E se l’idea è già nota, rimane solo l’effetto estetico, poco diverso da quello che si vedeva, quando ci andavo io, nelle aule delle accademie.

    • Marco Z.

      Coda, tu scrivi: “Se avesse semplicemente indicato di distruggere i propri lavori per ricostruirne di altri…”: ma quelli distrutti non sono lavori ma qualcosa (appunti, studi) di mai realizzato.
      Io ho capito così.
      Riguardo l’effetto estetico: buh, sono fogli di carta.
      Non c’è un’ estetizzazione consapevole in essi.

    • Alex Gianotti

      Già visto, già fatto, dove?

  • Lorenzo Marras

    Quando si nomina Nichilismo , puo’ sovvenire in aiuto per poterlo indagare nel suo significato piu’ intimo , la celebre affermazione di Nietzsche, eccola :

    “”””””””CHE COSA SIGNIFICA NICHILISMO? – che i VALORI SUPREMI si svalutano. Manca il FINE; Manca la risposta al “””perché?””””

    E’ da questa frase che si puo’ sviluppare una seria indagine intorno al termine NICHILISMO e, soprattutto, intorno a cio’ a cui è LEGATO INDISSOLUBIMENTE : i VALORI.

    leggere Rossi , che volgarizza un termine decisamente problematico per andare addosso a pinco pallino fa cascare letteralmente le braccia, per non dire altro. NON DIRE ALTRO.

    Vediamo se ci siamo capiti.

  • ….

    Lorenzo Marras, apprezzo la precisazione!

  • Francesco b.

    Davvero siamo ancora alla critica sottile “del già fatto” o ” del già visto”?

    Anche voi siete già fatti e già visti, Luca Rossi in primis.
    L’Indignados dell’arte contemporanea sotto pseudonimo con le velleità linguistiche di un Gianfranco Contini da villaggio turistico.

    Vi suggerisco di macerare i vostri commenti da scolari indispettiti, almeno apprezzereste il lavoro di Alessandro…

    • morganthal

      Tutta l’arte contemporanea si basa esclusivamente sul già fatto e visto, altrimenti non sarebbe contemporanea cioè basata sulla truffa del nuovo ogni 5 secondi. Son solo prodotti per le masse mica altro, ma girano bei soldini altrimenti a che pro tutto questo dire e ridire senza senso ? Io non sono indignato, ci mancherebbe, ogni tanto faccio esperienza estetica della noia, altri magari hanno voglia di indossare altre pose e maschere, alcuni si son convinti di crederci davvero. Se non fosse per i soldi nessuno prenderebbe sul serio tutto questo, lei trascorrerebbe davvero tutto il suo tempo in un ipermercato ?

  • Già fatto

    @alex: John Baldessarri, Nel 1970 bruciò tutti i dipinti creati tra il 1953 ed il 1966 utilizzando quanto rimasto come parte di un nuovo progetto, intitolato “The Cremation Project” (Progetto Cremazione). Le ceneri di questi dipinti sono state cotte come parte di una ricetta di biscotti ed inseriti in un’urna.

    • GIno Strada

      Tutti conosciamo il lavoro di Baldessari (con una Erre), tranquillo, non abbiamo bisogno di un nuovo insegnante…abbiamo già Luca Rossi per questo! Tuttavia non ho capito cosa hanno in comune il lavoro di Laita e quello di Baldessari. Due le cose o tu non hai capito il lavoro di Laita o non hai capito quello di Baldessari. A CoDa che scrive: “Mi piace invece meno questo suo ultimo lavoro di “riciclaggio” perchè è estetizzato (fogli posti in file simmetriche, colori leggermente diversi…). Se avesse semplicemente indicato di distruggere i propri lavori per ricostruirne di altri, l’avrei preferito, sarebbe stato più essenziale, più pulito, anche se, come qualcuno ha detto, “già visto”. E se l’idea è già nota, rimane solo l’effetto estetico, poco diverso da quello che si vedeva, quando ci andavo io, nelle aule delle accademie”. Mi sembra evidente che Laita abbia voluto lasciare solo “l’effetto estetico” volontariamente e consapevolmente. Forse è da qui che dovremmo partire per capire il lavoro dell’artista veronese.

      • Marco Z.

        D’accordo con “Gino Strada”.

      • CoDa

        Puó essere… e quindi è come dire che l’artista non puó che estetizzare anche l’evento più negativo per lui: la distruzione di qualcosa che ha fatto. È un punto interessante. Ma morto perchè l’arte si ridurrebbe a mera decorazione. E molte mostre sono così. E’ vero che questa estetizzazione non è eliminabile ma deve essere ridotta al minimo. Bisogna spostare il focus dalla forma alla sostanza. Almeno questo è quello che mi interessa ed è per questo che non mi ritrovo in questo lavoro di AL.

        • GIno Strada

          CoDa sono parzialmente d’accordo con te. Nel senso che un’eccessiva estetizzazione che riduce il contenuto di base a mero supporto dando vita così a qualcosa che appare come semplice decorazione è qualcosa che a sua volta si è già visto in passato. Penso a parte della metro pictures generation, ad un alcuni lavori del Material Group (Ashford, ad esempio), a Jim Hodges e tanti altri. Il caso limite, in tal senso, mi sembra Sturtevant. Continuo a pensare tuttavia che se questo è il nucleo del lavoro di Laita allora ci sia qualcosa in più, perché è il passato dell’artista ad essere messo in gioco, ad essere ridotto a puro supporto o se preferisci a mera decorazione. Non vorrei azzardare oltre ma questa è la mia lettura del lavoro di Laita.

  • L’artista può anche non dire. L’opera è abbandonata e abbiamo solo tre variabili:

    -titolo e didascalia
    -contesto
    -opera

    Se l’artista permette foto alla mostra, si deve essere pronti a subire una critica su quello che vediamo e sappiamo dal testo-articolo….l’ultima Documenta dipendeva in modo imbarazzante e preoccupante dal testo (nella vita di tutti i giorni non abbiamo TESTI che ci aiutano..).

    L’11 settembre lo abbiamo vissuto o visto tutti dal vivo?????? Non credo….

    Io vedo fogli vuoti appesi in una sorta di negozio vuoto….

    titolo: Even if I fail

    “Anche se io fallisco…” ???

    Dove sta il fallimento? Non lo vedo…avranno fallito quelli che Lino Baldini non ha accettato di esporre…..quindi tutto subito cade……

    Se poi sappiamo che lui ha raschiato i suoi progetti falliti o esclusi…??? La cosa non mi sembra rilevante. Perchè poi esclusi da chi? Da cosa? Perchè sono progetti falliti? Chi decide?

    Insomma, mi sembra un po’ cervellotico se approfondiamo e insufficente se non approfondiamo….

    Rispetto al fallimento invito a questo progetto: http://www.whlr.blogspot.it/2011/11/elevator-view-whitney-museum-24022010.html

    Il fallimento non esiste, come potete ben vedere…se non riferito ad un certo sistema che dobbiamo però saper definire.

  • Marco Z.

    Sì Luca, però se continui la critica sul fallimento citami Matarrese, Isgrò, va bene Baldessari (che comunque, a parte il gesto distruttivo ha fatto un’azione diversa), Kippenberger, Kelley e così via.
    Il fallimento esiste e chi ne ha parlato ha contribuito grandemente alla storia dell’arte.
    Certo che un artista si aspetta delle critiche se viene fatto un articolo, e va benissimo.
    Va anche bene se dici che il testo critico che accompagna il lavoro è “noioso”, certo, è un saggio di storia dell’arte. Io di saggi divertenti non ne ho quasi mai letti.
    Ma se dopo tutto questo concludi con il tuo link, scusa ma il paragone tra Baltz, gli autori che ho citato prima e te, non regge.
    Non ancora almeno.
    Mi sembra comunque che la sincerità con cui questo lavoro si presenta sia sufficiente a spiegarlo ed apprezzarlo.

    • secondo me una discorso per “temi”, per tema fallimento, non regge. Potrei dirti che gli artisti che citi non hanno fallito….e andremo avanti all’infinito.

      la cosa interessante mi sembra lavorare sulla modalità, sul COME viene fatta la torta, perchè è quello che fa la differenza. E allora credo che un certo coraggio (follia?) nell’aprirsi ad un nuovo modo, ci sia nel link che ho suggerito. In quel link c’è anche il vedere quello che vogliamo vedere, oppure c’è la preghiera come strumento. Non so. Mi sembrava utile.

  • CoDa

    Sul “già visto, già fatto” ho visto che hanno risposto altri… Anche io avevo in mente Baldessarri… Ma anche ognuno di noi che di fronte ad un foglio su cui ha disegnato qualcosa che gli non piace più lo butta o lo gira dietro (poco importa se è un lavoro finito o un progetto non realizzato, x rispondere a Marco z). AL fa lo stesso arricchendolo con l’atto del riciclo ma poco cambia. Ha ripreso il gesto tipico del cancellare qualcosa per ricostruire (non ci leggo solo fallimento ma anche voglia di ripartire, peró questo pensiero non mi sembra una gran contributo; lo dicono le maestre spesso a mia figlia: “cancella e rifallo”). Quello che però più non mi va è l’aver disposto questi nuovi fogli in maniera così ordinata (visto new aule dell’a cade ia quando l’ho frequentata ). Erano proprio necessari? Cosa ci danno in più? In sintesi: un pensiero e un modo di esporlo scontato (ripeto che era molto più originale “sono arrivato qui” del 2008). O sbaglio? AL perchè non ti fai vivo e ci fai cambiare idea?

  • CoDa

    Intendevo “nelle aule dell’accademia”

  • Marco Z.

    Coda, ma se li spargeva sul pavimento allora sarebbe stato l’asilo? Mah. I lavori sono esposti secondo una tradizionale modalità che non toglie ne aggiunge nulla. Anzi, a mio parere è una scelta che tende ad un understatement rigoroso modellandosi in base allo spazio a disposizione.
    Inoltre il titolo del lavoro (scritto nel testo critico) non è Even if I Fail, bensì:
    These things I do, and shall do, if I can, are no longer, or are not yet, or never were, or never will be, or if they were, if they are, if they will be, were not here, are not here, will not be here, but elsewhere.
    E poi se fossi in Laita me ne guarderei dall’intervenire. È evidente che nessuno dei detrattori ha interesse nel cambiare idea e immagino che ad un artista come Laita (leggendolo in base a questo lavoro) non interessi provare a farlo. Il suo lavoro l’ha compiuto.

  • @CoDa e Marco Z., anche se, in particolare per un artista, e’ abbastanza naturale che vengano spontanee, critiche basate sul “avrebbe potuto…” , “avrebbe dovuto…” non hanno ragion d’essere. Certo “avrebbe anche potuto…” ma ha deciso diversamente e quella e’ la sua opera, l’unica possibile, che dovremmo giudicare dopo aver cercato di comprenderla e sopratutto, (con buona pace di chi la pensa diversamente e, per sua convenienza, lo dice un commento si ed uno no) dopo averla vista come e dove l’autore ha deciso di mostrarla.
    Certo ci sono opere che son costituite dal loro stesso “concetto” e potrebbero essere presentate come pura enunciazione dello “statement” relativo, ma, ancora una volta, se l’autore decide diversamente, a noi non resta che prenderne atto e fruire dell’opera (e svolgere la critica ad essa) in conseguenza della sua decisione, perché anche la modalità di esposizione ed il luogo fanno parte integrante e sostanziale della comunicazione voluta dall’artista (ovviamente quando non sia stato il curatore o altri per lui a prendere il sopravvento… ma questo e’ un altro, lungo, discorso) non esiste alternativa

  • CoDa

    Anche disporli sul pavimento non avrebbe cambiato molto, visto che è una prassi sempre molto utilizzata. Purtroppo è un vicolo cieco, non se ne esce. Come ho già detto pensiero e modalità di esporlo sono scontati. Non aggiungono nulla a quello che già so e che ho già visto. Non mi cambiano ed è quel qualcosa che mi cambi che cerco nell’arte. Se mi dimostri il contrario (perchè marco z non mi dici xchè questo lavoro ti piace?), sono pronto a cambiare idea. L’ho ammesso che questa interpretazione potrebbe essere un mio limite.
    E non sono un detrattore per definizione. Ho detto anche che “sono arrivato qui”, lavoro di AL del 2008 è interessante per i motivi che ho già palesato.
    Sul titolo, condivido quello che dici, infatti come ho già detto non credo come altri che il lavoro sia sul fallimento. Mi piace quell'”elsewhere”, come a dire che questo lavoro rimanda ad altro, però è un rimando troppo generico (diverso invece il caso di “sono arrivato qui” dove il rimando ad un altrove è ben specificato e io apprezzo la chiarezza).
    E proprio per questa ultima affermazione che l’intervento di AL sarebbe utile. L’arte è già nebulosa per definziione, per la sua storia. Penso sia giunto il momento di fare chiarezza. Basta con le frasi sibilline. Non è che se si dice qualcosa di incomprensibile si è per forza più intellingenti. Proviamo a dire quello che pensiamo serenamente e cercando di essere il più semplici possibili. E su questo chi ha proposto un lavoro, ha un ruolo importante.

  • CoDa

    a gerini che ha postato mentre stavo scrivendo la mia risposta: concordo sul fatto che bisogna capire il lavoro. questo è sempre il fine dei miei interventi ed è per questo che ho chiesto ad Al di partecipare al dibattito. Non si vuole distruggerlo ma vedere se quello che io vedo e capisco è lo stesso che vede lui.
    Meno d’accordo sul fatto che sia fondamentale vedere questo lavoro, è fondamentalmente basato su un pensiero che si può trasmettere anche a distanza. Certo che se l’artista mi dice che, per es., è importante l’odore della carta riciclata… convengo con te

    • Caro CoDa, vorrei che ti fosse chiaro, innanzi tutto, che il mio commento non intendeva essere una critica a te o ai tuoi interventi (che leggo sempre con interesse). Questo detto, personalmente penso che è proprio perché il concetto di questo lavoro poteva essere enunciato in uno “statement” per essere universalmente comprensibile che diventa necessario vedere il lavoro : se l’autore ha deciso di non accontentarsi della sua enunciazione e lo ha realizzato ed esposto dobbiamo concludere che, nella sua visione, “l’opera” come oggetto materiale collocato in un certo modo ed in un certo luogo, non sono meri “accidenti” ma parte imprescindibile ed è quindi “l’opera esposta” che siamo chiamati a “completare” con il nostro tentativo di interpretazione della comunicazione che essa veicola.

      • CoDa

        Mi è chiaro il tuo punto… ma non capisco perchè “dobbiamo concludere che… “l’opera” come oggetto materiale collocato in un certo modo ed in un certo luogo, non sono meri “accidenti” ma parte imprescindibile…”. E se fosse invece un accidente? Perchè tu credi che non lo sia? Ti fidi ciecamente di AL? Se tu l’hai visto prova a spiegarmi perchè è fondamentale vederlo di persona e che differenza c’è rispetto alle foto qui sopra? Se invece non l’hai visto come fai a dire che è “parte imprescindibile”?
        Queste sono le domande che dobbiamo porci di fronte ad un lavoro e non dare mai nulla per scontato. Io me le sono poste di fronte a questo lavoro e non riesco ad essere convinto di questo lavoro. Prova a farlo anche tu e se hai risposte diverse dalle mie (come mi sembra) dimostramelo con parole semplici e chiare.
        Se riuscissi a farlo te ne sarò molto grato come lo sono per la risposta che hai voluto darmi. Apprezzo chiunque voglia parlare di lavori.
        E’ ovvio che dovessi passare da Piacenza lo andrei a vedere.

        • No, purtroppo non ho visto il lavoro, ma ti rispondo, almeno per la parte “E se fosse invece un accidente? Perché tu credi che non lo sia? Ti fidi ciecamente di AL?”
          Certo che potrebbe essere un accidente (e se prima hai notato distinguevo, proprio per questo, tra una esposizione “curata” o “co-curata” dall’autore e altre ipotesi) e non e’ che mi fidi ciecamente di AL o che abbia particolari evidenze che non si tratti di un accidente.
          Il fatto e’ che, di fronte ad un’opera esposta (salvo il caso che non si abbiano evidenze che si tratta appunto di un “accidente”) credo che si debba dare per assunto che se essa e’ li davanti a noi in quella certa collocazione e’ perché l’autore (o magari il curatore) ha ritenuto che questa fosse la situazione migliore per “trasmettere” una data comunicazione, che poi lo spettatore “riceverà” e completerà per suo conto.
          Detto questo, tutto quello che sta a monte dell’ “opera esposta” non conta più se non per la “storia dell’arte” (vedi la rottura del Grande Vetro e la sua riparazione … non ha importanza “come era prima” o “come avrei potuto vederlo” quel che conta e’ che il suo autore abbia deciso che d’ora innanzi l’avrei dovuto vedere cosi’).
          E l’ “accidente”? Prendi Pollock, Kline, Vedova, Schifano, ecc. ecc. nessuno può dir con certezza che nei loro lavori non vi siano “accidenti” (intesi come segni non previamente voluti e programmati) ma ha importanza questo? No, quel che ha importanza e’ che l’autore abbia deciso che quell’accidente “andava bene”, “era funzionale” e, invece di cancellarlo o di rifare il lavoro, lo abbi “accolto” come parte della comunicazione che intendeva trasmettere.
          Quanto alla “collocazione”, come certo sai, Rothko non consegno’ mai, non ostante il danno economico grave che gliene derivava, tutta una serie di lavori fatti per incarico dell’arch. Philip Johnson perché non era soddisfatto di come sarebbero stati “collocati” (in un ristorante) e li dono’ tutti o in parte (non lo ricordo) alla Tate… tutti gli artisti sono cosi’ rigorosi? Purtroppo no, ma io spettatore, non credo dovrei preoccuparmene : l’opera e’ li, in quella data collocazione, che cosa mi comunica?
          Se la realizzazione dell’opera e’ “povera” o se la sua collocazione e’ “sbagliata” la comunicazione ne sara’ certamente condizionata ed il mio giudizio di spettatore (o di critico) sara’ forse negativo… ma questo e’ un problema dell’autore … tutta esperienza che acquista!

          • ..scusa, “…lo abbia “accolto” …”
            Aggiungo qualche cosa, a proposito del “giudicare un ‘opera” da una riproduzione.
            E’ chiaro che non e’ possibile “vedere” tutto “dal vero” ma e’ altrettanto chiaro, almeno per me, che una cosa e’ “farsi un’idea” di un opera, “averne conoscenza”, e a tal scopo una riproduzione, va benissimo, anzi, se e’ davvero una buona mi puo’ consentire di apprezzare dettagli che dal vivo, non potendomi avvicinare piu’ di tanto, non potrei cogliere; altra cosa e’ “fruire”, “esperire” “giudicare” un’opera : una bella foto, un buon video, mi possono dare un’idea di che cosa possa essere una spiaggia tropicale, una vetta alpina… ma per “sentire” che cosa mi comunicano quei luoghi… debbo proprio andarci ed esserci…. lo stesso e’ per un’opera.

          • CoDa

            Tutto condivisibile … e così, tutto considerato, il mio giudizio di questo lavoro rimane negativo per le ragioni di cui sopra.

  • io conosco anche altri lavori di Laita….uno far tutti, lui che va nel posco con una torcia e la punta nel bosco e rimane a guardare per 10 ore….e poi in galleria ci racconta (o non ci racconta) quello che ha fatto….

    Andreottà Calò che arriva a piedi dall’olanda alla Biennale e poi ci racconta (con una voce retorica da figlio di satanasso buono) attravaerso una filodiffusione la sua esperienza…

    Ricard Long che andava nella natura e faceva lunghe passeggiate e poi portava sassi e legna testimoni in galleria… (nel 1965)….

    Il giovane artista (il giovane indiana jones) è prigionieri di una retorica espositiva (andare in galleria a portare l’opera), rituale (i rituali del giovane artista PR) e passatista (ritorno nelle caverne ma poi torno a casa a dormire, citazioni del passato)..

    Non a caso Angela Vettese inviterà al padiglione norvegese un giovanissimo Edward Munch…o come cazzo si scrive…

    Ecco, l’alternativa è lavorare su più dimensioni. Esempio: http://www.whlr.blogspot.it/2011/11/yes-medio-xxx-palazzo-vecchio-firenze.html

    Gestire la distanza, che è poi gestire le informazioni. C’è una crisi della rappresentazione che va scardinata con una pop art più intima, se vogliamo.

  • @Vincenzo: non ci capiamo o non vuoi capire…

    Scagliarsi contro??? Ho solo espresso educatamente il mio giudizio negativo sulla mostra di Laita. C’è questa mentalità da “porta a porta”….la critica è atto d’amore. Vedi, anche tu ragioni all’italiana: “se lui mi ha aiutato quello che fa DEVE sempre andare bene”…e invece no! Questo è il modo per morire tutti!

    La foto è liberamente scaricabile….e poi uno ci fa quello che vuole…..dove sta il problema? Non l’ho esposta io, non mi sono mosso da L’Aquila. E poi c’è anche la vendita (non gratuita) se una persona desidera il certificato di autenticità che permette un investimento e il trasferimento dell’opera. Ma l’opera “non autentica” (perchè l’avete scaricata voi ecc) è disponibile per tutti…..

    Questa è già una dichiarazione rivoluzionaria….fidati.

    Io faccio il discolo? Ma che cavolo dici? Ho scritto l’unico pezzo sensato sulla recente artefiera e da quattro anni sono l’unico (ahimè) che ragiona su un sistema e sulle suo enormi potenzialità inespresse…..

    e io che sto ancora a fare lo shampoo agli asini….va bhe

  • Vedi Luca, il problema, a mio avviso (e prendi anche questa critica come atto d’amore), è proprio il tuo essere troppo concentrato su te stesso. Le TUE sono dichiarazioni rivoluzionarie, TU hai scritto l’unico pezzo sensato su artefiera, TU sei l’UNICO che ragiona sul sistema, solo i TUOI progetti sono validi… Come può la tua critica essere produttiva se non ti va bene nulla a parte quello che fai TU? Sei arrivato al punto che, ai tuoi occhi, qualsiasi cosa faccia Laita, Baldini o chiunque altro non vale nulla solo perché non è una tua emanazione. Dai retta a un asinello come me: lascia perdere il (comprensibile) desiderio di affermarti e torna al tuo operare artistico con maggiore serenità. Ritroverai quella “distanza” di cui predichi tanto, che però non si misura in chilometri…

    • Caro Vincenzo, il problema del Luca Rossi è purtroppo proprio questo ed ha un nome non simpatico : presunzione. Luca Rossi predica e pratica la “confusione dei ruoli” che potrebbero anche essere un esperimento interessante ma che richiederebbe la dote che a lui, apparentemente, manca l’umiltà. Essere artista, curatore, critico e spettatore ad un tempo non è cosa impossibile ma lo diventa nel momento che l’Ego si convince di essere “il migliore” o, peggio ancora “l’unico” … e fin qui non ci sarebbe, per altro, gran ché di male: nessuno è perfetto e Luca Rossi non è né il primo, né l’ultimo e certamente non è l’unico artista (curatore) (critico) (spettatore) convinto di essere “il migliore”.
      Quel che (a me) disturba un po’ è il sospetto che,, in realtà, il Luca Rossi non sia “involontariamente” presuntuoso ma lo sia volontariamente e strumentalmente, per dirlo in altro modo: “ci faccia” .
      Sa bene che le sue sparate e le sue scortesie (tipo il “lavar la testa agli asini”) provocheranno reazioni inviperite che gli consentiranno repliche dello stesso tenore che provocheranno… e così via e la sua notorietà, Luca Rossi, non se l’è guadagnata né con i suoi lavori (alcuni dei quali hanno, per altro, una loro validità e possono essere veramente considerati interessanti e degni di considerazione) né con il suo famoso blog (a volte anche interessante ma frequentato da pochi intimi e commentato quasi da nessuno) ma proprio con i “commenti” (e le “flames” conseguenti) su altra pubblicazione (che non cito ma che tutti conosciamo), prima e su quella, Artribune ed altre ancora, dopo.

      • ma che cavolo dici Luciano…..?

        Stiamo ai contenuti…..per favore. Rispondete al mio primo commento….

        Avete negli occhi solo il successo, la polemica e la mia presunta presunzione….se lo fossi starei quì a commentare? Perchè? Cosa ho ottenuto in 4 anni…..lasciate perdere e state ai contenuti se no TACETE

        • ..appunto dicevasi a proposito di “presunzione” :
          – perche’ pensi di aver il diritto di dire ad altri “TACETE”?
          – “Stiamo ai contenuti…..per favore. Rispondete al mio primo commento…” …casomai: “stiamo ai contenuti e commentate l’articolo di Sala e il lavoro di Laita”, che cosa ti fa pensare che uno voglia o “debba” rispondere al tuo “primo commento”? tu non sei “contenuto” ma “commento”, appunto; personalmente, sui contenuti, ciò che ritenevo dire, l’ho detto in altri commenti, colloquiando con altri e non con te.
          – “Cosa ho ottenuto in 4 anni” … il solo fatto che tu lo chieda a gran voce ci dice che sei tu ad avere “negli occhi solo il successo”
          – ” …la mia presunta presunzione….se lo fossi starei quì a commentare?” … a parte il qui che non tollera l’accento … che cosa significa? che stai perdendo tempo? che stai svolgendo una funzione socialmente utile? che stai gettando “perle ai porci”? o che altro? c’e’ una interpretazione di questa frase che escluda la “presunzione”?

          • si inizia con un mio commento sull’articolo e si finisce a parlare di luca rossi…siete patetici….

            facciamo così, ognuno ha i suoi difetti, ok?

            Ma vi prego di stare in tema e, al limite, controargomentare. Cosa ne pensate della mostra di Laita? E Perchè???

          • ..patetico sei tu con la tua presunzione e nessuno ha tutta quest’urgenza di parlar di te, io ho dato a Vincenzo solo una mia opinione su Luca Rossi perché lui parlava di Luca Rossi, che ognuno abbia i suoi difetti l’ho già detto , appunto, in tale commento, il punto e’ che non credo il tuo sia un “difetto” ma piuttosto un “vezzo”, un malgarbo voluto (e fastidioso) ma detto questo a Vincenzo, non ho nessuna voglia di approfondire l’argomento.
            Per il resto il commentario continua sui contenuti dell’articolo e sui commenti ad esso, senza nessuna necessita’ di “controargomentare” Luca Rossi

    • Vincenzo, spesso e volentieri indico cose che apprezzo e di cui motivo l’apprezzamento. Ma quale affermazione? Ma non vedi la situazione intorno? Quale cavolo di affermazione? Come potrò affermarmi se sono l’unico che argomenta la critica? Non ho amici…e solo perchè mi permetto di ARGOMENTARE…senza neanche offendere.

      Non rispondermi alle mie risposte…guarda le domane che mi avevi fatto!

      Purtroppo sei tu che continui a voler ridimensionare tutto. E’ chiaro che io porto la MIA esperienza (DI CHI DOVREI PARLARE?) e cerco di argomentare i progetti che vedo…

      Io penso che tu, come Gerini, avete una sorta di frustrazione che vi fa ridimensionare tutto…state calmi grazie …non riuscite a stare su i contenuti….stiamo parlando di ME ancora una volta….RISPONDETE AL MIO PRIMO COMMENTO SULLA MOSTRA grazie

  • CoDa

    concordo sulla “pop art intima” di Loudmouth Red:

    http://www.flickr.com/photos/[email protected]/6706271761/in/photostream

  • malpese

    Come direbbe il vecchio zio Benito (affermazione attribuitagli erroneamente): nel bene o nel male purchè se ne parli! Non entro nel merito della inviperita polemica che s’è innescata tra il Rossi&Co, bensì trovo più interessante un’analisi di questa opera di AL, più volte già esposta. Tralasciando solo per un attimo il “già fatto, già vista” e mille altri inequivocabili riferimenti che troviamo nella storia più o meno recente dell’arte contemporanea, ritrovo in essa una germinazione interessante ad un secondo occhio (e non ad un primo), per poi decadere ad un terz’occhio. Mi spiego meglio e mi riallaccio a quanto detto in un precedente da Rossi: se tale opera ha l’aspirazione di inscriversi tra le arti visive è un fallimento totale! Privata di un testo d’accompagnamento si liquefa come ghiaccio nel deserto, perchè assente qualsivoglia elemento linguistico, dato dall’artista, che fornisca un codice di riferimento per una lettura della stessa anche a più livelli: un osservatore tipo che non conosce nè lavoro nè artista si ritroverà dinanzi solo una serie di fogli riciclati e tali resteranno fino all’ausilio del testo. Un difetto patologico questo dell’artista che forse troverebbe in altro medium (forse la letteratura?) un veicolo espressivo più consono alle proprie capacità. Certo che il sistema dell’arte è stracolmo di esperienze analoghe, perchè qualcuno ha deciso che l’arte contemporanea, quella trendy e col bollino di autenticità, non si debba capire, perchè è roba da specialisti, perchè lo scollamento tra realtà (e collettività) e l’alchimia cervellotica dell’artista è inevitabile. Beh io credo che questa sia una grandissima cazzata! Ma fintanto ci sarà qualcuno e qualcosa a legittimare questo modus operandi i tanti AL, credendosi sperimentatori d’avanguardia, si perderanno all’orizzonte accumulando macerie neppur utili al compostaggio. Proprio di recente è scomparso il grande Antonio Caronia, il quale parlando degli artisti diceva “gli artisti devono gettare sassolini negli ingranaggi del potere, non oliarli“, ma come pure afferma Luca Rossi (per il quale non nutro particolari stime), qui parliamo di artisti da allevamento in batteria.

    • Cristiana Curti

      Io invece trovo che l’opera di Alessandro Laita sia talmente comprensibile che non abbia alcun bisogno di essere “spiegata”. Se mai è qui la sua (possibile) debolezza. L’eccessiva didascalìa.
      Ed è facile cadere nel didascalico quando si parla di sé senza un filtro di oggettività.
      Proporre proprie opere (o progetti d’opera, ma che siano di mano dell’artista) sul palcoscenico di un’installazione e, effettuando una mutazione per così dire “interna”, farle diventare un’altra opera in sé presenta un rischio tale per cui si deve lavorare con grande attenzione.
      Forse di valenza più universale sarebbe stata un’installazione con opere (vere o presunte tali) di altri artisti o di un artista immaginario. Ma chi può arrogarsi il diritto di dire ciò che deve fare o non deve fare un artista?
      Tuttavia, io la penso come Luciano: bisognerebbe vedere le mostre prima di parlarne. Nel caso delle installazioni, poi, non se ne può davvero fare a meno.
      Se poi le installazioni sono composte da più opere, verosimilmente singole prove (che cosa vende l’artista altrimenti? Qui forse – ma non lo so – dei singoli fogli o gruppi di fogli con una manciata di frammenti a terra per “lotto”, credo) attinenti a un’unica composizione (accade anche nelle belle mostre in galleria o in siti pubblici di Matteo Fato, ad esempio), è ancora più rischioso per chi commenta parlarne.
      Con ciò non voglio dire che non si può discutere di cosa un’immagine di mostra ispiri nel lettore, ma bisognerebbe essere un poco più dubitosi circa la granitica infallibilità del proprio occhio.

  • malpese

    ma io la mostra l’ho vista e ti dirò che forse è tra quelle installazioni che in foto rende benissimo

    • Cristiana Curti

      Non si può ribattere a questo, allora. E comunque anch’io sono fra quelli che non videro, quindi è giusto astenersi sino a che non si abbia esperienza diretta, per avere un’idea più chiara.

  • merola, gerini, curti siete analfabeti. Non sapete vedere, e questo è grave per la vostra vita… Mi dispiace. Continuate a ragionare per categorie assurde. “la mostra va vista dal vero”. Cosa significa “VERO? Lo sapete? E’ più vera la conoscenza o l’immaginazione? Einstein diceva l’immaginazione. L’11 settembre l’avete visto? E come fate a giudicarlo? Perchè continuate a commentare questa mostra di fogli bianchi se dite che va vista dal vero e non l’avete vista?

    Si tratta semplicemente dell’ennesimo caso di nichilismo: si vorrebbe sottrarre, presentare il fallimento, ma poi ci si espone come fanno tutti, secondo rituali ormai stanchi che questa crisi (sia benedetta) sta finalmente facendo rilevare. I progetti falliti, raschiati, sono quelli rifiutati dalla galleria….ma il tema cancellazione e fallimento viene affrontato in modo didascalico, prevedibile, inutile…

    Ora non farò esempi costruttivi, se no dite che sono presuntuoso, se però non li faccio dite che sono solo negativo. Se parlo dei miei progetti dite che sono egocentrico, se parlo degli altri forse vi va bene…….ma ora sono veramente stanco.

    • Cristiana Curti

      E chi se ne frega.

    • ..a proposito di quello che fa “critica” senza insultare… di quello cje “lui? lui non e’ presuntuoso” !!! ,…si, sei veramente stanco (forse non quanto noi di te)… sarebbe bene che ti riposassi… ma mi raccomando , per un bel po’ !!!

      • analfabeta non è proprio un insulto dai…lo dico in senso neutro, se riflettete maggiormente su quello che vedete, potete migliorare. Coraggio.

        • …figurati! detto da te e’ un complimento! Sai, e’ come la storia del fiore d’aglio che diceva alla rosa “lo sai che hai proprio un brutto odore!”
          E, a proposito… spero proprio di non arrivare mai a “migliorare” nel senso e nel verso tuo, e di continuare a riflettere su quel che vedo a modo mio, come faccio da oltre quarant’anni a questa parte.

          • gerini per favore….infatti, dopo quarant’anni non cambi più…auguri.

          • …e figurati un po’ dopo i settanta… Però, io, fin qui, ci son arrivato … tu… mah! vedremo… ;-)

    • …by the way e solo perché poi tu non dica che che fai domande e non ricevi risposte :
      ” “la mostra va vista dal vero”. Cosa significa “VERO? Lo sapete?”
      Se non sai che differenza ci possa essere tra essere nella Cappella Sistina e guardarne delle riproduzioni, tra essere nel bel mezzo di una performance del tuo beneamato Sehgal e vederla in un video (“rubato” perché in genere non ne autorizza), tra essere al Guggenheim con tutte le riproduzioni di Cattelan appese sulla testa e di fronte a te che sali la spirale e guardare l’applicazione per smartphone di All, distribuita per l’occasione dal museo … beh, sei proprio irrecuperabile!
      Potrei solo dirti : prova a pensare alla differenza tra passeggiare sulla spiaggia di Ko Lipe, immergersi nelle sue acque azzurro-verdi limpidissime, chiacchierare con i lawoi, i nomadi del mare che l’abitano… e guardare una cartolina o un servizio turistico televisivo…o se proprio non ci arrivi, la differenza tra mangiare un gelato e guardarlo in fotografia… ecco e’ un po’ la stessa differenza!
      Non ti rispondo, invece, sull’11 settembre, perché, difetto mio s’intende, io ho una profonda disistima di coloro che guardano e parlano di quell’immane tragedia come si parlerebbe e si guarderebbe ad una performance e, se non fosse contrario ai miei principi, sarei tentato di augurare loro che uno loro stretto congiunto perisca presto in un disastro del genere (come e’ accaduto, appunto, a tanti Statunitensi, alcuni dei quali miei conoscenti ed amici) per poi vedere se se la sentono ancora di considerare l’11 settembre come una performance o meno, e se continuano a riempirsene la bocca con tanta leggerezza.

  • guarda, se non te ne frega a te della tua vita, io non so che farci.

  • Io credo che, l’ho detto prima, ogni opera comunichi qualche cosa, almeno allo spettatore che abbia volontà e desiderio di “ascoltarla” (per esempio mi paiono veramente “poveri” commenti al bell’articolo della Tanni http://www.artribune.com/2013/02/come-diventare-unopera-darte-basta-una-pallina-a-londra-due-performer-si-trasformano-in-sculture-viventi-infiltrandosi-da-saatchi-e-alla-tate-modern%E2%80%A8/ a proposito della performance dei due simpatici Doug e Mikael … anche un osservatore di “seconda mano”, come chi guarda attraverso il resoconto e la documentazione dell’articolo, potrebbe fare considerazioni molto più interessanti e profonde)
    Cero che l’autore può trovare il modo migliore per veicolare la sua comunicazione o può rimanere “incartato” (in questo caso anche letteralmente) nel proprio lavoro o nel modi di “proporlo” … sara’ questo, in buona parte, che ne decreterà il successo o l’insuccesso… bene o male per lui, come ho già detto : tutta esperienza!
    Ma per una volta (e solo per questa) vorrei esprimere le mie considerazioni da “spettatore” (di seconda mano, perché come ho già detto non ho visto il lavoro).
    Supponiamo che non sappia nulla, che non abbia “spiegazioni” di sorta, la situazione che Cristiana (abbastanza correttamente) giudica esiziale per un caso come questo.
    E’ proprio vero che il lavoro crolla completamente?
    Che cosa vedo : dei fogli di carta, molto evidentemente carta riciclata, di colore tenuemente differente, nessun segno nessun colore marcato, carta un po’ stropicciata, precaria, pero’, tutto sommato, piacevole come quasi sempre e’ la carta “vergine” e un po’ “brut”, intrigante come qualsiasi cosa che apparentemente non “esprime” non “dice esplicitamente” non “rappresenta” si “rifiuta” … pure se e’ li, qualche cosa deve pur volermi comunicare ma che cosa?
    Unico indizio il titolo “Even il I fail”, perché “Anche se fallisco”? e perché “anche se” … allora mi sta dicendo che anche se non riesce più a comunicare (e quindi fallisce) pure contiene ancora comunicazione (anche se..). Dove sta il fallimento? non vedo “fallimento” qui attorno, ciò che si vede e’ moderatamente piacevole e rassicurante con una discreta concessione al gusto estetico… allora il fallimento deve essere all’interno di fogli stessi, deve costituirne la sostanza stessa… ma allora di che son fatti quei fogli?…che erano prima di diventare dei simpatici, piacevoli rassicuranti fogli di carta riciclata, vergine, di vago, tenue color pastello?..non ho spiegazione e non ho risposta ma, a questo punto non ha più molta importanza: quei fogli non possono che esser fatti (per me a questo momento ancora idealmente e poeticamente) dei fallimenti dell’autore [e qui noto che il titolo sarebbe stato più’ “indicativo” se fosse stato Even if I failed … Anche se fallii] … e l’autore mi sta dicendo che non importa, che e’ cosciente dei propri fallimenti ma che essi, alla fine si son tradotti in speranzosi fogli intonsi pronti per altre prove, per altri impegni, per altri fallimenti forse, ma forse per un successo che può sempre venire, che e’ li ad attenderlo su quei fogli invitanti che paion “chiamare” la mano armata di penna o matita o pennello o…
    Se si ha voglia di ascoltare, una comunicazione c’e’ sempre, magari non sara’ quella voluta dall’autore (ma in genere e’ colpa sua…) magari non sara’ cosi’ “forte” o esaltante ma c’e’… il guaio e’ che molto, troppo spesso, non c’e’ voglia, disponibilità ad ascoltare, che si va a vedere una mostra non con spirito aperto ma con aspettative, se non proprio con pregiudizi (tipo quelli diffusi, sia pur con indubbia comicità dal video di Sordi citato nei commenti all’altro articolo) tipo “tanto e’ tutta fuffa”, “son tutti furbetti che mi voglio turlupinare”, “pseudo-intellettuali fasulli che per darsi contegno ed importanza giocano a fare gli oscuri”… non che non ci siano anche quelli, purtroppo ci sono e come, ma forse se al pubblico, oltre che a farlo ridere con le amare parodie di Toto’, Sordi, Tognazzi e Vianello, Sordi, Verdone, si fosse data e si desse, anche un po’ di buone e seria comunicazione divulgativa per “controbilanciare”, forse il “pubblico” (e ci siam dentro tutti, ma proprio tutti, anche i cosiddetti “addetti ai lavori” veri e fasulli ed anche i saputelli che s’improvvisano critici e “maîtres à penser” e quelli che … “se non e’ un quadro ad olio o una scultura in marmo o bronzo fatta con le sue proprie mani…”) dicevo, forse il pubblico un po’ di voglia e di disponibilità ad ascoltare l’avrebbe…

  • evviva

    guardate dal secondo articolo del link di giovanna:

    “Il Maxxi, quando fu pensato, era molto interessante e mi sarebbe piaciuto dirigerlo, ma poi si e’ impantanato nelle solite strategie da quattro soldi del sistema culturale italiano. Oggi, siccome critico sempre la gestione e le scelte catastrofiche che hanno fatto per la collezione, dicono che lo faccio perché sono astioso e risentito di non essere io il direttore. In Italia ogni critica non viene mai ascoltata per quello che è, ma viene sempre interpretata.”
    Estratto di un ‘intervista di Giancarlo Politi a Francesco Bonami

  • Marco Z.

    Luciano, apprezzo i suoi commenti. Ieri sera l’avevo scritto ma nel fiume dei commenti si sarà perso. Dal testo in mostra il titolo risulta essere: “These things I do, and shall do, if I can, are no longer, or are not yet, or never were, or never will be, or if they were, if they are, if they will be, were not here, are not here, will not be here, but elsewhere”.
    Credo che “Even if I fail” sia qualcos’altro ma non il titolo del lavoro in mostra.
    L’ho riscritto perchè penso possa interessarle, visto il suo ultimo intervento.

    • Grazie e grazie per la correzione!! Vedi, lo spettatore di “seconda mano” rischia anche questi inconvenienti : riflettere su un lavoro visto in fotografia avendo in testa un titolo sbagliato, cosa che allo spettatore (quello vero, di “prima mano”) non sarebbe certo capitato anzi, avrebbe forse anche avuto il beneficio (…che pero’, se non proviene direttamente dall’autore,io tendo a non considerare tale e se proviene dall’autore mi lascia sempre un po’ la bocca amara perché, ma e’ solo una mia opinione personale, si dovrebbe sempre lasciare che un’opera si “spieghi” da sola ) di una “spiegazione” del lavoro.
      Certo, conoscendo il titolo esatto, molte delle cose che ho scritto sarebbero state diverse, ma, quel che ho scritto, ha davvero poca importanza, quel che mi premeva sottolineare e’ la necessita’ di “apertura” e “disponibilità” alla comunicazione che proviene da un lavoro.

  • Angelov

    Ogni due anni le nazionali di Cricket Inglese ed Australiana si incontrano per disputarsi uno strano e popolarissimo trofeo.
    Il 29 agosto 1882 veniva pubblicato su una rivista sportiva inglese: The Sporting Times, un curioso annuncio: a seguito della sconfitta del team inglese per opera di quello australiano, lo sport del cricket era deceduto.
    Si procedette alla distruzione dei paletti in legno e di altri accessori, che erano serviti in quell’incontro, mediante fuoco, e le ceneri rimaste vennero immesse in una piccola Urna di terracotta.
    Questa piccola urna-trofeo viene contesa ogni due anni, in questo famoso torneo tra le due nazionale, inglese ed australiana.
    Ed è sempre emozionante vedere, al termine della gara, i giocatori vincitori alzare in tripudio una piccola urna piena di ceneri, ricordo di una sconfitta avvenuta tanto tempo fa’, e che ora viene così riscattata o riconfermata.

  • CANE

    RECORD RECORD RECORD!
    Non capisco veramente tutti questi commenti per una mostra che non mi pare poi così incisiva.
    Lucarossi, non è che sei un po invidioso?

  • GIno Strada

    No Lucarossi non conosce l’invidia.

  • GIno S.

    No Lucarossi non conosce l’invidia.

  • sembra quasi che quello che scrivo sia il Verbo. Ho solo cercato di argomentare una critica, anche conoscendo altri progetti di Laita (cosa sempre necessaria). Ma ormai il mio primo commento si è perso (anche se è su incima) e si parla di me….non capisco questa dinamica. Io propongo una TESI che è necessariamente grezza, servirebbero antitesi per arrivare a SINTESI migliori. Ma temo che non ci sia la capacità di vedere le cose e leggere le cose (del mondo e della mostra) senza incagliarsi in stereotipi, spesso conditi di un certo romanticismo stucchevole. Prendiamo sul serio , per una volta, questi fogli appesi in una galleria vuota.

  • aracne

    appunto fogli appesi, vuoti , in un galleria vuota, e cosa c’è da commentare, piuttosto proporrei di iniziare a boicottare questi eventi, pertanto al vuoto intellettuale conformizzato alla scelte curatoriali e critiche, direi di interagire con il vuoto dell’osservatore e cioe la sua assenza

    • Mario

      Caro Aracne lo sai che non si scrive “cosa c’è da commentare?”, se stai commentando.

  • Alessandra

    Dopo l’interessante dibattito su questa mostra mi sono recato a Piacenza per visitarla.
    Entrando in galleria la prima sensazione che ho avuto è stata quella di uno stato di silenzio, di tranquillità, di ordine.
    Davanti a questi fogli silenziosi ho dimenticato l’aggressività del quotidiano dove tutti lottano per sopravvivere al fallimento della propria vita.

  • Alberto Esse

    Già fatto già visto è ovvio. Le avanguardie storiche che ponevano come l’essere arte il momento della sperimentazione cioè della scoperta di un linguaggio , di un modo di essere artista ecc. hanno ormai un secolo. Essere contemporaneo secondo la visione delle avanguardie, per me, ancora essenzialmente valida, significa appunto fare nuove scoperte nel fare artistico. Obbiettivamente estremamente arduo. Per questo preferisco parlare di artisti sperimentatori geniali da na parte ed onesti artisti applicatori, che magari non hanno fatto grandi nuove scoperte ma il loro lavoro è comunque piacevole o di interesse. Ma il problema principale rimane quello del senso. Del senso di quello che si fa e di quello che si è e del contesto in cui si agisce.
    Due parole ,poi, sul mercato dell’arte. Qui c’è un po’ di confusione tra mercato dell’arte e sistema dell’arte. Il mercato dell’arte nella sua forma attuale è completamente estraneo all’arte e all’artista. Non si può esserne che fuori e contro e combatterlo. Questo non significa che le opere che produciamo, almeno come manufatti, anche concettuali, non debbano avere un costo o un prezzo. Solo che questo costo o prezzo non può e non deve essere determinato dal mercato dell’arte. Per quanto riguarda il sistema dell’arte occorre certo essere contro e combattere e stare alla larga di questo sistema dominante dell’arte basato sul mercato, ma questo non significa che non possa e debba esistere un sistema dell’arte (con particolare riferimento alle strutture pubbliche) non basato sul mercato. Io credo che se riguardo il mercato dell’arte dobbiamo assumere una posizione “nichilista” riguardo ai musei invece sia possibile cercare di agire sulla contraddizione tra la definizione teorica del museo data dall’ Unesco e l’attuale asservimento nella prassi della quasi totalità dei musei a logiche estranee ad un reale fare srtistico ed alle loro stesse premesse teoriche.

  • Gentile Alessandra, è stato un piacere conoscerti. Grazie per la bella riflessione sulla mostra!
    lino baldini, “persona senza aspettative”

  • A mio parere il problema nasce nella documentazione e recensione della mostra. Questo trasforma il progetto iniziale, spesso senza consapevolezza dell’artista. Per tanto proponevo di confrontare questo progetto con “I’m not Roberta”. Io continuo a percepire questa mostra contraddittoria, anche senza pensare a quelle immagini della mostra e a quel testo-recensione.

    Si tratta di una provocazione-moda. Mentre è contemporaneo ciò che protegge una sfasatura con il presente e con la moda (lo dice giustamente Agamben). Il presente è fatto da una sovraproduzione di progetti e di artisti, questo è un altro progetto. Certo, ci fornisce una pausa rispetto al mondo esterno. Ma questo mi sembra un po’ poco…il problema non è fuggire dal casino che c’è fuori ma trovare nuovi modi per gestire questo casino…(rimando ancora a I’m not Roberta”)