Sfilata di “modelli” al Maxxi

Strumento finale di verifica statica, funzionale ed estetica, mezzo di indagine architettonica, oppure ipotesi preliminare di controllo attraverso il quale l’architettura viene plasmata? A raccontarci le varie funzioni del modello architettonico ci pensa “Modelli/Models”, in mostra al Maxxi di Roma fino al 2 aprile.

Toyo Ito, EdificioTod's a Omotesando, Tokyo 2004

Ad aprire la mostra, allestita nella Galleria 2 del museo Maxxi, è il modello ligneo del Foro Italico, realizzato tra il 1956 e il 1960 su progetto dell’architetto Enrico del Debbio.
Ampio spazio è dato alla città che ospita la mostra, raccontata attraverso i suoi più importanti progetti di architettura, contemporanea e passata. Si parte appunto dal Foro Italico, per passare al Palazzetto dello Sport (1956) di Pier Luigi Nervi, per il quale è stato realizzato il modello del complesso cantiere che ne permise la realizzazione, per arrivare al Nuovo Palazzo dei Congressi EUR (1998) di Massimiliano Fuksas, meglio ricordato per la “Nuvola” che contiene al suo interno, e concludersi con il modello del museo che ospita la mostra, il Maxxi di Zaha Hadid (1998) insieme agli altri 14 plastici ammessi alla seconda fase del concorso.

Pierluigi Nervi, Palazzetto dello Sport, Roma 1956-57

Non c’è solo Roma, però. Il percorso si apre alla scena nazionale – tra i progetti degni di nota si veda in particolare il Museo Storico del Trentino realizzato a Trento (2007/2009) dallo Studio Terragni Architetti – e internazionale, con alcuni tra i nomi più interessanti del panorama dell’architettura contemporanea come Toyo Ito, Steven Holl e Rem Koolhas.
Una mostra che non illustra solo i modelli, ma anche la storia del modello: l’ultima sezione è dedicata all’attuale strumento del modello digitale e si conclude così come è iniziata. Se nella prima sala è esposto il modello di Nervi nella versione “reale”, nell’ultima possiamo godere della sua versione virtuale (Modelli di geometrie strutturali, 2010), realizzata mediante programmi di modellazione al computer.

Massimiliano Fuksas, Nuovo Palazzo Centro Congressi EUR, Roma 1998

Non solo strumento di verifica, o mezzo per prefigurare un’architettura che verrà, il modello è un veicolo di interpretazione dell’opera a scala reale. Questa possibilità risiede, infatti, nei materiali scelti, che non sono, il più delle volte, gli stessi che verranno utilizzati per la costruzione dell’architettura. L’uso di materiali trasparenti come il plexiglass, ad esempio, rivela la volontà di creare una permeabilità dell’architettura stessa, anche se non sappiamo ancora come questa effettivamente verrà realizzata. Il modello serve a esprimere concettualmente l’opera e a evidenziarne le peculiarità in termini di linguaggio, di relazioni con il contesto, di significati che porta con sé. Contemporaneamente esso stesso è una forma di comunicazione dotata di estetica autonoma. Una forma d’arte.

Valentina Nunnari

Roma // fino al 2 aprile 2013
Modelli/Models
MAXXI
Via Guido Reni 4a
06 39967350
[email protected]
www.fondazionemaxxi.it

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Valentina Nunnari
Valentina Nunnari (Roma, 1987) ha studiato Architettura all’Università la Sapienza di Roma, dove si è laureata con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea. Attualmente è iscritta al dottorato di ricerca in “Architettura. Teorie e progetto” presso il Dipartimento di Architettura e Progetto della Facoltà di Architettura di Roma, dove si occupa di temi legati alla teoria e alla progettazione in architettura, ed è coinvolta in progetti di ricerca e pubblicazioni, svolgendo parallelamente attività di collaborazione alla didattica all’interno di uno dei Laboratori di Progettazione Architettonica I della stessa Facoltà. Da sempre appassionata di arte contemporanea, dal 2012 collabora con Artribune. Grande viaggiatrice.
  • piero

    interessante…

  • Furbe & false, MAXXI LEZIONI. Quest’estate Radio3 ha mandato in onda una serie di trasmissioni intitolate enfaticamente “Lezioni di arte contemporanea”:
    A partire dal 7 luglio e per tutto il Palinsesto estivo il sabato e la domenica alle 9.45 Radio3 ha proposto un ciclo di Lezioni di arte contemporanea, realizzate in collaborazione con il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma.

    Chi conosce i nomi che in questi ultimi anni hanno gestito il MAXXI non può certo stupirsi dei bla-bla-tori e professori invitati. Sono per lo più figure appartenenti ad un’area culturale omogenea dalla quale ogni forma di alterità culturale e di pensiero viene sistematicamente esclusa. E’ il loro MAXXI stile, come sempre riconoscibilissimo. Alcuni stranoti critici+gallerista (sempre gli stessi) vengono utilizzati per condire questa indigesta insalata di professori ed attribuirvi una prospettiva storica avvalorando così la serietà dell’operazione.
    Di fatto il ciclo prende in esame il secondo Novecento. Vi restano quasi del tutto escluse emergenze e novità del presente, tranne alcuni interventi “tecnici” di certo inadatti alla divulgazione, vedi “Dirigere un museo di arte contemporanea” di Anna Mattirolo (Anna complimenti per l’autoreferenzialità).
    Da abili manipolatori, i curatori della trasmissione vogliono instillarci l’idea (mentre fingono di istruirci sui dogmi di un presente tutto accademico, museale, inventato) che le questioni dell’arte e quelle della critica d’arte siano assolutamente sovrapponibili.
    Perché gli artisti non sono stati chiamati a dire la loro?
    Perché l’arte contemporanea ci viene presentata come se si trattasse di lezioni accademiche di storia dell’arte, sul genere dogmatico-tecnico-professorale?
    Perché non viene data voce alle realtà indipendenti?
    Gli scrittori e i poeti non hanno nulla da dire sull’arte presente? Non sono stati anch’essi attori fondamentali nel germinare del moderno nelle arti visive e dei successivi sviluppi?
    Tra gli argomenti trattati non troviamo “lezioni” (ma io preferirei fossero “discussioni”, “racconti”) sui temi scottanti del presente: blog e forum, figura sociale dell’artista vs critico, curator porn, rapporto tra microclimi culturali locali e omologazione, sistema museale pubblico vs no profit, nuove tendenze, underground, arte & sviluppo ecc…
    Fare divulgazione sull’arte contemporanea come se si trattasse di problemi accademico-museali ed attinenti alla critica d’arte significa omettere volontariamente i problemi del presente.
    Potremmo persino cambiare l’altisonante titolo all’intero ciclo, ribattezzandolo “Arte e critica d’arte nel secondo Novecento dei Professori”:
    Arte Di Stato in divisa d’ordinanza. Il quotidiano, il dato esperienziale, le nozioni di negativo, alterità e paradosso sono omessi a favore di una falsa restituzione dei fenomeni per etichette e didascalici dogmatismi. Il tutto, naturalmente, con l’alibi di “avvicinare l’arte contemporanea al grande pubblico”.
    Furbe&false, MAXXI-lezioni.