La polvere della modernità. Il Migros Museum a Bolzano

Grazie ai lavori di ristrutturazione del Migros di Zurigo, un nucleo importante di opere del museo svizzero incontra la collezione del Museion di Bolzano. Unica tappa italiana, 14 artisti in mostra e un viaggio avventuroso nelle ultime tendenze del contemporaneo. Fino al 9 giugno.

Tatiana Trouvé - Inchoativity, The room is closing down, 2009 - photo Albarello

A dispetto del titolo, Migros meets Museion non è una mostra di due collezioni differenti utilizzate come reagenti per scaturire accostamenti imprevedibili. Al contrario, lungo un percorso ben scandito, costruito su un numero contenuto di artisti, emerge un discorso compatto e molto coerente. La storia che viene raccontata è quella della fine delle utopiche idee di pulizia e funzionalità di Modernismo e Minimalismo, movimenti continuamente presenti in sottotraccia ma utilizzati come semplice materiale di riferimento, ruderi inflazionati da cui ricavare nuovi significati.
L’incontro con la collezione del Migros diventa così l’occasione per una riflessione puntuale sugli sviluppi dei linguaggi artistici degli ultimi vent’anni, quelli che Bourriaud ha archiviato sotto la felice formula di Postproduction. Lavori che “condividono il fatto di ricorrere a forme già prodotte”, dove “non si tratta di fare tabula rasa ma di trovare un modo di inserirsi negli innumerevoli flussi di produzione”. Il tutto con un occhio attento al coinvolgimento pubblico e all’analisi del congegno espositivo.

Rachel Harrison – Trees for the Forest, 2007 – photo Albarello

L’incipit viene significativamente affidato al video di Elmgreen & Dragset, dove le sculture di alcuni protagonisti del Novecento (Giacometti, Koons, LeWitt) diventano personaggi di un esilarante siparietto. Ma è nei lavori di Wilkes e di Fischer che il lato obsolescente della modernità emerge con più forza, malinconico per la prima, ironico e bricoleur per il secondo. In entrambi, il ricorso a composizioni fatiscenti rispecchia una sfiducia verso l’idea di progresso, che si riconosce nell’utilizzo di scarti polverosi in opere dal basso profilo materiale ma dalla forte presenza.
Anche il white cube, ricoperto dalla carta da parati di Baldessari o parodiato nelle teche di Sarcevic, viene messo in questione con grande effetto. In questo senso va ricordata l’installazione della Harrison: una foresta labirintica fatta con i rifiuti dell’arte e del museo (pedane, riviste, basi e quadri da rigattiere) da percorrere, scoprire e in cui perdersi. Persino davanti a opere perfettamente minimal (Gonzales & Russon o Walther) la pulizia formale esteriore sembra solo un trucco di repertorio da sporcare con procedimenti “imprecisi”, suoni elettronici o materiali antimoderni.

John Baldessari – Lamp (Zurich No. 2) – 1997-98 – photo Albarello

Parafrasando Postproduction, la concezione alla base di queste opere sembra rispondere alla domanda “che fare con quello che ci ritroviamo?”, più che “che fare di nuovo?”; condizione in cui molti artisti di oggi si possono riconoscere.

Gabriele Salvaterra

Bolzano // fino al 9 giugno 2013
Migros meets Museion. 20th Century Mix
a cura di Letizia Ragaglia
MUSEION
Via Dante 6
0471 223413
[email protected]
www.museion.it

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Gabriele Salvaterra
Gabriele Salvaterra (Trento, 1984) è scrittore e mediatore culturale. Si laurea in Gestione e Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università di Trento con la tesi “Internet e nuove tecnologie nel settore museale. Ipotesi e strumenti per un approccio immateriale alla creazione del valore”. Lavora come collaboratore presso istituzioni museali e come redattore freelance per diverse riviste d’arte. Dopo aver collaborato con Exibart, attualmente scrive per Artribune e Espoarte. Ha curato e contribuito alla realizzazione di diverse mostre sia presso musei pubblici sia come curatore indipendente. Appassionato di storia dell’arte e della critica, equilibra le escursioni nel mondo artistico-culturale con una eterogenea militanza chitarristica nell’underground musicale tridentino.