Una scossa alla Gnam. Grazie a Shay Frisch

Campo 100535 B/N è la mostra realizzata da Achille Bonito Oliva per la Gnam di Roma. L’artista israeliano Shay Frisch presenta un’installazione distribuita su quattro sale e composta da centinaia di elementi modulari conduttori d’elettricità.

Shay Frisch - Campo 100535 B/N - veduta della mostra presso la GNAM, Roma 2012

Nelle fasce monocromatiche luminose di Shay Frisch (Israele, 1963; vive a Roma), l’elettricità si fa forma e linguaggio. L’intervento estetico dell’artista è ripetitivo e minimale, con un gesto estremamente controllato e razionale. Le opere, composte da elementi modulari essenziali, affermano il superamento della materia concreta per una visione sintetica e bidimensionale.

Qualsiasi soggettività sembrerebbe estinta tra i confini delle figure geometriche di Frisch, dove l’ordine e la misura determinano una superficie perfettamente controllata. Eppure, la carica elettrica diffusa dai moduli crea un circuito energetico dinamico e  vivo, con squarci luminosi violenti che infuocano i supporti freddi e statici nelle sale asettiche della galleria.

Michela Santini

Roma // fino al 27 gennaio 2013
Shay Frisch – Campo 100535 B/N
a cura di Achille Bonito Oliva
GNAM
Viale delle Belle Arti 131
06 322981
[email protected]
www.gnam.beniculturali.it

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Michela Santini
Michela Santini è nata a Roma nel 1985. Laureata in Comunicazione Culturale (2008) e in Storia dell’Arte Contemporanea (2011), si è specializzata nella comunicazione nel settore artistico, nell’organizzazione di eventi culturali e di mostre d’arte. Dal 2007 collabora con gallerie, case editrici, riviste d’arte e associazioni culturali non profit. Si occupa attualmente di organizzazione e gestione di eventi legati all’arte e alla cultura ed è critica d’arte e redattrice per riviste d’arte contemporanea.
  • pino Barillà

    Questa installazione è soltanto una ( VARIANTE ).Del linguaggio….
    L’evoluzione è in ritardo di almeno 50 anni .
    Oggi dalla tecnologia e dagli artisti ci si aspetta altro.

  • “L’artista non vuole più confondere arte e vita, risolvere le antinomie della storia, ma operare uno sprofondamento, un salto in avanti nella ricerca. Alla parzialità quotidiana l’artista oppone la totalità relativa dell’opera, che ha dismesso tutte le allusioni mimetiche alla teatralità della vita e ha invece conquistato una sua splendente superficie.”
    (Achille Bonito Oliva, Campo: moduli spirituali dell’arte in Shay Frisch. Campo 100535 B/N, catalogo della mostra, Galleria nazionale d’arte moderna, Roma, Gli Ori, 2012)

    Maria Vittoria Marini Clarelli colloca l’arte di Shay Frisch in quella “zona fredda” in cui si raccolgono le poetiche che sembrano prescindere dalla soggettività e dall’emotività: il costruttivismo, il minimalismo, l’arte programmata e optical, ad esempio. I campi elettromagnetici dell’artista israeliano, composti da sequenze di prese industriali assemblate in modo da formare ampie installazioni, possono essere interpretati come variazioni sul tema della superficie, nella scia della tradizione del Novecento italiano. Il lavoro di Frisch, come quello di Fontana, Scheggi, Castellani e Bonalumi, è fondato sulla disciplina del gesto ripetuto, in cui si materializza l’idea, che sconfina appena dal piano bidimensionale, senza infrangere mai la barriera che separa opera e mondo. In tanti hanno provato (e provano tuttora) a superare questo limite invalicabile, rincorrendo la pericolosa ambizione dell’opera d’arte totale oppure confondendo ingenuamente arte e vita. Da Duchamp a Fluxus, intellettuali e artisti mossi dalle migliori intenzioni hanno tentato di innestare il processo creativo nel quotidiano, raccogliendo la sfida di un’arte fatta d’ordinarietà, che però ha condannato a morte se stessa. Il nobile fine perseguito era troppo ambizioso: modificare un mondo imperfetto con gli strumenti visionari del creativo, senza possedere l’abile diplomazia e la concretezza del politico.
    L’approccio analitico e controllato di Frisch è invece consapevole dei limiti e delle potenzialità del messaggio artistico: richiede rigore, pazienza e metodo. Ponendo un freno all’urgenza di far pressione sulla vita e rinunciando alla pretesa di generare effetti dirompenti, si accontenta di produrre una disciplinata interferenza, un’intrusione a distanza, una sovrapposizione che fa leva sul linguaggio, accettando le regole della comunicazione artistica. Alla scompostezza ingerente e sgraziata dello shock preferisce il riserbo cromatico del bianco e nero e il silenzio autorevole dei moduli che nascondono sottotraccia il flusso energetico, per poi svelarlo nella serialità infinita di sorprese luminose. La geometria insegna a interpretare lo spazio come insieme di regole da rispettare. La libertà può esistere a condizione di essere subordinata alle norme del vivere civile: un mondo nuovo andrebbe progettato nel rispetto delle leggi preposte alla tutela del bene collettivo. Allo stesso modo, le più innovative forme d’arte non dovrebbero avvertire le peculiarità del linguaggio come vincoli o inibizioni: il segno, le forme, i colori, i suoni, i materiali, le lettere e le parole sono in fondo elementi modulari che, combinati insieme in infinite variazioni, hanno da sempre dato vita a universi irripetibili e interminabilmente modificabili. D’altronde, se le regole non esistessero, non sarebbe possibile infrangerle per crearne di nuove: così una presa elettrica può diventare pigmento se qualcuno interpreta in maniera (semi)arbitraria la funzione per cui è stata progettata e prodotta. Eppure gli assemblaggi di Frisch si fondano su un uso tautologico che non annulla l’identità funzionale degli oggetti, ma sembra paradossalmente amplificarla. La spina non è decontestualizzata come objet trouvé, ma semplicemente e banalmente utilizzata per condurre corrente e generare luce. Sarebbe tuttavia riduttivo liquidare la logica combinatoria delle strutture di Frisch etichettandola come sterile e compito esercizio: i suoi lampi luminosi su fondo nero, quando si ripiegano su se stessi in un cilindro che avvolge lo spettatore (come accade nella bella mostra a cura di Achille Bonito Oliva, presso la Galleria nazionale d’arte moderna fino al 27 gennaio), stordiscono quanto le più ardite provocazioni e le più coinvolgenti e conturbanti performance. Si può discutere poi sulle effettive ricadute sociali di opere che, ai più convinti sostenitori del connubio fra arte e politica, appariranno ingessate. In effetti, il rischio latente in ogni metodo, anche in quello che sembra funzionare come un meccanismo perfetto, è che possa trasformarsi in una trappola.

  • Angelov

    Ieri ho visitato a Milano a Palazzo Reale, la molto frequentata mostra di Picasso, proveniente dal Museo Nazionale Picasso di Parigi. Di fronte a quadri come il ritratto di Olga o quello del figlio in abito d’arlecchino, o ad alcuni piccoli quadri, come le 3 bagnanti, o la morte del torero, o alle incisioni dove è presente il Minotauro, c’è solo da rimanere estasiati, per la poeticità oltre che per la tecnica espresse. Ma percorrendo i saloni della mostra, che seguono un andamento cronologico, ho avvertito la sempre maggior resistenza e tenacia dell’artista nel tenersi sempre in relazione alla figura umana ed alla realtà oggettuale: quasi un’eroica lotta per non farsi trascinare via nell’ambito dell’astratto. Quasi che la pura astrazione, che inizia durante i grandi rivolgimenti del ventesimo secolo: guerre, rivoluzioni, collettivizzazione dei grandi centri urbani, progresso industriale e scoperta di nuove energie, fosse sentita come una forma di spersonalizzazione e disumanizzazione a cui dover resistere, ma che nonostante ciò riuscisse ad intromettersi nell’espressione causando quelle varianti quasi caricaturali, per cui Picasso divenne ancora una volta famoso, ma anche deriso.
    Ora, questa mostra-istallazione dell’ artista israeliano, così apparentemente astratta nelle sue specificità, non può forse far pensare anche al Muro del Pianto o a quel muro da poco costruito e tanto controverso, che divide Israele dai territori confinanti?

    • Caro Angelov,
      per approfondire il tormentato rapporto di Picasso con la non oggettività, ti suggerisco di dare una rapida lettura a quanto ha scritto Yve-Alain Bois commentando una tela straordinaria e quasi completamente ignorata: “Due donne di fronte a una finestra” (1927-1929, Olio su tela, 98×131 cm, Z. VII 76, Houston, The Museum of Fine Arts), che ho avuto la fortuna di osservare nel 2009, a Roma, durante la mostra “Picasso 1917-1937. L’Arlecchino dell’arte” al Vittoriano. Riporto qui solo un passo, particolarmente significativo:
      “La questione dell’astrazione è quasi un tabù nella letteratura su Picasso, che si è rigorosamente uniformata all’atteggiamento notoriamente ostile del pittore. L’avversione per l’arte astratta non impedì tuttavia a Picasso di accostarvisi, almeno di tanto in tanto, magari solo per regolare un conto in sospeso e rassicurarsi sulla bontà della propria posizione”. Yve-Alain Bois cita poi la serie centrata sul motivo del pittore e della modella, considerandola il ciclo principale in cui Picasso medita sulla natura della rappresentazione, portandola al limite dell’astrazione. A suo parere infatti, anche la tela da me citata apparterrebbe a questa serie: il titolo, fornito da Zervos, sarebbe impreciso. Esistono però nella sua produzione esperimenti ancora più spinti in direzione di forme a-figurative: penso ad esempio a “Figure geometriche beige e grigie” (1928, Olio su tela, 100×81 cm, non in Zervos, Succession Picasso inv. 12491, collezione privata).

      • Angelov

        Caro Vincenzo, grazie per l’approfondimento propostomi.

  • Lorenzo Marras

    Vincenzo vivissime congratulazioni .
    Mi hai offerto dei validissimi spunti di riflessione che di questi tempi, non si trovano certo dietro l’angolo.
    Mi trovo a disagio dirlo , sono stupito trovare nei commenti, cio’ che è sempre piu’ difficile cogliere negli articoli ufficiali buttati devo dire con ostinata frequenza con formale professionalita’.
    Grazie Vincenzo.

    • Caro Lorenzo,
      ti ringrazio. In realtà il testo che ho qui condiviso nasce come un post per il mio blog, per questo è più approfondito della media dei commenti. Mi spiace solo che il mio intervento abbia generato il tuo disagio e la tua (peraltro garbatissima) osservazione sulla qualità della recensione “ufficiale”. A difesa di Artribune posso dire che il servizio che professionalmente forniscono richiede una copertura ampia di tutta l’offerta espositiva sul territorio nazionale. Non è quindi possibile dedicare spazio di approfondimento a tutte le mostre. A volte un buon giornalista deve utilizzare il dono della sintesi più che quello dell’argomentazione, per venire incontro alle necessità del target dei lettori. Il commentario che gentilmente ci mettono a disposizone può diventare spazio per il confronto e per l’arricchimento culturale. Direi che dovremmo essere grati anche per questa opportunità. In ogni caso grazie ancora per l’apprezzamento.