Franco Vimercati: fotografare il tempo

Al centro del suo lavoro c’era il processo fotografico e non l’oggetto ritratto. Finalmente una retrospettiva rende giustizia alla lunga ricerca di Franco Vimercati. A Palazzo Fortuny, a Venezia, fino al 19 novembre.

Franco Vimercati - Senza titolo - 1998 - Collezione privata - © Eredi Franco Vimercati

Franco Vimercati (Milano, 1940-2001), insieme a Jodice, Ghirri, Gioli, Leonardi, Cresci e Vaccari è stato il costruttore di una nuova idea di fotografia. È fra coloro che hanno lavorato per spostare la fotografia italiana verso una nuova direzione, quella della ricerca artistica.  Succede alla fine degli anni Settanta, e il suo lavoro è, per unicità e per progettualità, forse il più estremo.
La mostra rende finalmente giustizia, per ricchezza espositiva e allestitiva – quest’ultima, delicata e competente, a cura di Daniela Ferretti – a una figura centrale come Vimercati. In uno spazio già “importante” come il Museo Fortuny era complicato dare la corretta visibilità a queste fotografie, ma la mostra ha i suoi luoghi e le sue esigenze che sono state completamente soddisfatte.
Gli scatti esposti comprendono lavori realizzati tra il 1974 e il 2001, anno della scomparsa dell’artista. Gli ingredienti dell’immagine, che ci richiamano ogni volta che guardiamo una sua fotografia, sono lo scatto, la luce, il soggetto, il mezzo fotografico e il suo occhio, nonché i pochi oggetti: mattonelle, zuppiere, brocche, bottiglie, sveglie.

Franco Vimercati – Capovolte – 1996 – Collezione Caccia Dominioni – © Eredi Franco Vimercati

Il piano terra è l’inizio del viaggio tra questi elementi, che tornano continuamente e ossessivamente. Il ciclo della zuppiera ad esempio (1983-1992), composto da un’ottantina di fotografie, è forse il lavoro più rappresentativo, perché vi confluiscono tutte le componenti teoriche e di ricerca di Vimercati. Scatti seriali, puntati su un oggetto che viene così strappato all’ordinarietà dell’esistenza. La ripetizione, tuttavia, è pura apparenza, perché è nella differenza del singolo scatto che il medesimo oggetto gode di un’aggiunta di senso sempre diversa. È la ricchezza delle cose che la fotografia di Vimercati vuole mettere a disposizione dell’osservatore.
In Un minuto di fotografia (1974), serie di tredici fotografie che riprendono una sveglia la cui lancetta viene fermata ogni cinque secondi per il ciclo di un minuto, il tempo stesso si mostra. Non la durata di un’unità di tempo, ma l’esperienza visiva di esso. Altro esempio significativo di questa concezione analitica della fotografia è la serie delle bottiglie d’acqua minerale: trentasei scatti realizzati nell’arco di un pomeriggio.

Franco Vimercati – Capovolte – 1995 – Collezione Caccia Dominioni – © Eredi Franco Vimercati

La luce gioca un ruolo tale da far sembrare che la bottiglia abbia ogni volta dimensioni diverse e il tempo cronologico della mezza giornata sottolinea la cifra in cui tutto il progetto è stato studiato. Ma non è la bottiglia il problema. È la logica degli scatti che costituisce il miracolo – come lo chiama Vimercati – della fotografia.

Claudio Cucco

Venezia // fino al 19 novembre 2012
Franco Vimercati – Tutte le cose emergono dal nulla
a cura di Elio Grazioli
Catalogo John Eskenazi/Skira
PALAZZO FORTUNY
San Marco 3780
041 5200995
[email protected]
fortuny.visitmuve.it

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Claudio Cucco
Claudio Cucco (Malles Venosta, 1954) attualmente è residente a Rovereto. I suoi studi di Filosofia sono stati fatti a Bologna, è direttore della Biblioteca di Calliano (TN) e critico d’arte. S’interessa principalmente di arte contemporanea e di architettura e dell’editoria legata a questi due linguaggi. Collabora con il quotidiano L’Adige, con la rivista Arte e Critica e la rivista Nuova Informazione Bibliografica, edita da Il Mulino. Dal 2011 fa parte dei collaboratori di Artribune, dopo aver collaborato per anni a Exibart e precedentemente a Tema Celeste.
  • E’ un momento felice per la fotografia che viene descritta come un linguaggio carico di “significati”. Eppure sin dal momento dell’uso fatto da Man Ray era chiaro che essa non fosse il mero linguaggio della riproduzione della realtà. Oggi stiamo ancora dibattendo su una questione che non può essere più sottaciuta: la fotografia è un linguaggio dell’arte, così come lo è per il video.Sin dal lontano 1968, alla Rassegna
    di Amalfi curata da Celant e promossa da Marcello Rumma, il marito di Lia, vide il connubbio di artisti performativi con fotografi capaci di leggere significati “altri” della “perfornance”, e così avvenne nel 1978 a Martina Franca con la Rassegna di Arte del Sociale organizzata da Crispolti e Fagone con La Galleria Lidia Carrieri.
    In quella occasione ci furono Cresci e Tateo ma anche Plessi con i suoi primi Video d’Artista. E’ rassicurante che c’è sempre un momento in cui viene riconosciuto ciò che dovrebbe essere dato per scontato. Antonio Tateo detto “Tato”.

  • Fabio

    Mi piacciono molto gli artisti che sanno coniugare la “ricerca” con il piacere della visione che le loro opere regalano.Quelle di Vimercati non sono fatte per gli occhi.Non concedono nulla.Mi rattrista cercare opere che si/ci abbandonino al piacere,e trovare sempre piu spesso operazioni frutto di una speculazione puramente mentale.Tutto sembra essere ,pensato, progettato,controllato,enunciato.Please ,fate passare un po’ d’aria,c’è odore di chiuso.

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