Munch il fotografo. Tagli inediti a Londra

Ansioso, rabbioso depresso: questi sono gli aggettivi che solitamente vengono in mente quando si pensa a Edvard Munch. Una fama, la sua, che un’opera come “L’Urlo” non ha fatto molto per smentire. E se ha fatto conoscere ovunque il nome del norvegese, ha anche contribuito a oscurare parte della sua opera. Alla Tate Modern si tenta un taglio innovativo. A Londra, fino al 14 ottobre.

Edvard Munch - Self-Portrait à la Marat at Dr Jacobson's Clinic in Copenhagen - 1908-09 - © Munch Museum

Organizzata in stretta collaborazione con il Munch Museum di Oslo e il Centre Pompidou di Parigi, la mostra che la Tate Modern dedica a Edvard Munch (Loten, 1863 – Ekely, 1944) presenta una selezione di dipinti, fotografie e cortometraggi realizzati dall’artista.  Ma non si tratta di una retrospettiva, al contrario: i dipinti rappresentano solo una parte del percorso e sono presenti per illuminare un momento particolare della sua carriera. Non mancano i capolavori, ma sono assenti i quadri per cui Munch è noto al grande pubblico: per una volta i curatori, invece di soffermarsi sull’immagine dello psicopatico pittore ottocentesco tramandatoci dalla critica, vogliono dimostrare che Munch era un pittore del XX secolo, al passo con le scoperte del suo tempo, quasi un modernista.
Sebbene l’idea di un Munch d’avanguardia sia discutibile (il fatto che molta della sua opera abiti parte del XX secolo, essendo morto nel 1944, non lo rende necessariamente un modernista), il relegare per una volta le sue ben note angosce esistenziali a un ruolo secondario è una ventata d’aria fresca. Perché Munch, come altri della sua generazione, fu profondamente influenzato dall’avvento della tecnologia e per tutta la sua carriera non cessò di sperimentare con strumenti alternativi alla pittura, come la fotografia e il cinema. Ed è proprio questo che la mostra di Tate Modern mette in rilievo, accanto a un altro elemento altrettanto importante nella sua formazione, il teatro.

Edvard Munch – The Girls on the Bridge – 1927 – Munch Museum – © Munch Museum/Munch-EllingsendGroup/DACS 2012

A causa della fama dell’Urlo, ogni volta che Munch pone una figura in primo piano si pensa a un qualche risvolto psicologico. Certo si tratta di un elemento ricorrente nei suoi quadri, ma il dramma nei suoi dipinti è acuito dal peculiare utilizzo dello spazio, uno spazio claustrofobico come quello della serie de La stanza verde (1907), vero e proprio palcoscenico su cui si muovono tormentati personaggi che sembrano usciti dalle opere di Ibsen e Strindberg (contemporanei di Munch, il quale ben li conosceva); dalle vertiginose prospettive di Toulouse-Lautrec e Degas; dalle stampe giapponesi. E se l’inquietudine che si respira in un lavoro come La vite rossa (1898-1900) è innegabile, è vero anche che quello di rappresentare le figure in prospettive insolite e troncate era un “trucco” derivato dal cinema e dalla fotografia e largamente utilizzato dagli artisti della fine del XIX secolo.
Certo la tentazione di interpretare l’ossessiva determinazione con cui Munch ritorna sulle sue immagini come protomoderna è forte. Ma opere come Bambina malata, Ragazze sul ponte, Vampiro, Il Bacio non sono ripetizioni dello stesso soggetto ma variazioni sul tema con cui Munch risponde alle richieste dei collezionisti. Non copie quindi, ma rielaborazioni dell’originale in cui la pennellata, il colore e il punto di vista sono aggiornati all’epoca contemporanea.

Edvard Munch – Self-Portrait with Hat (Right Profile) at Ekely – 1931 – © Munch Museum

Ma è la fotografia il vero highlight della mostra. L’interesse di Munch per questa tecnica è di lunga data e influenza in modo drammatico la sua ricerca pittorica e la struttura dell’immagine. Non solo: diventa per il pittore un fondamentale esercizio di introspezione. Con un piccolo apparecchio Kodak, Munch realizza infatti una serie di ritratti fotografici di se stesso: si autorappresenta in ruoli diversi e in pose diverse, anche se sempre senza grande successo. La mostra punta molto su queste immagini fotografiche, forse troppo. Sono immagini sgranate e piuttosto banali, che raccontano di vanità e narcisismo. Ma l’uomo che emerge da questa mostra è certamente molto più interessante della figura solitaria a cui eravamo abituati.

Paola Cacciari

Londra // fino al 14 ottobre 2012
Edvard Munch: the Modern Eye
a cura di Angela Lampe, Clément Chéroux e Nicholas Cullinan
TATE MODERN
Bankside
+44 (0)20 78878888
[email protected]
www.tate.org.uk/visit/tate-modern

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Paola Cacciari
Laureata in Lettere Moderne all’Università di Bologna con una tesi sul costume femminile bizantino nei mosaici di San Marco a Venezia, e con un Master in Renaissance Studies alla University of London, Paola Cacciari è storica dell’arte e ricercatrice, specializzata in Storia dell’Arte Moderna. Ha studiato per il Diploma in Translation all’University of Westminster ed è traduttrice freelance associata all’Institute of Translation & Interpreting (ITI). Ha collaborato con diverse riviste indipendenti, scritto per Exibart e Grandimostre e dal 2011 collabora con Artribune. In qualità di ricercatrice, traduttrice e consulente linguistica ha collaborato alle ricerche bibliografiche e testuali per articoli riguardanti gli oggetti delle collezioni del Victoria and Albert Museum di Londra pubblicate sulla rivista accademica Renaissance Studies e per mostre e cataloghi tenutesi allo stesso museo. Vive a Londra.
  • Antonio

    Mostra importante, bell’articolo.

  • And

    Ho visto la mostra qualche mese fa: molto bella e ampia come numero di opere, e lo spazio dato alle sue fotografie è rilevante. Non sono però tanto d’accordo con le osservazioni dell’autrice del pezzo, nel senso che alla fine quello che emerge è un uomo, prima ancora che un artista, afflitto da vari disturbi, compresi i ricordi delle sorelline e della madre morte quando era bambino (e i pannelli si dilungano molto su questo tema dei traumi infantili). Non parliamo poi di altre sue ossessioni come la lite furibonda con i due amici che sbattè fuori da casa sua a colpi di fucile!! In mostra ci sono almeno tre quadri che raffigurano questo episodio, con l’autore, ovviamente, nei panni della vittima. Oppure mi vengono in mente tutte quelle opere in cui le figure femminili sono ispirate alle sue esperienze sentimentali, tutte finite male (compresa una sua amante che aveva tentato il suicidio sparandosi davanti a lui e ferendolo).
    Devo dire che quando sono uscito non ce la facevo più: mai viste tante opere angosciose tutte assieme, soprattutto quelle della sala finale dove Munch si ritrae come un vecchio, solo e malandato. Mi hanno trasmesso un senso di depressione e dolore mai avvertiti prima (ma forse è questa la forza maggiore delle sue opere).