Gli angeli della storia. Al Castello di Rivoli

Sette artisti per raccontare parte della storia del Novecento. Quella che non hanno vissuto. In occasione della rentrée, una serie di installazioni, sculture, foto e video diventa testimonianza indiretta di alcune controverse vicissitudini che hanno travolto l’Italia nel secolo scorso. Eventi, spesso tragici, che ancora dividono l’opinione pubblica e su cui ci si continua a interrogare. Fino al 18 novembre, a Rivoli.

Eva Frapiccini e Flavio Flavelli - inaugurazione della mostra La storia che non ho vissuto, Castello di Rivoli 2012

Senza alcuna velleità programmatica nel determinare una tendenza artistica, La storia che non ho vissuto si pone come occasione per riflettere sul perché, soprattutto negli ultimi anni, molti artisti abbiano indagato precisi avvenimenti della storia italiana del secolo scorso. Gli artisti in mostra, nati tutti dopo il ‘67, non hanno infatti vissuto personalmente le vicende di cui narrano e raccontano. Sono così testimoni indiretti di un passato che ha ancora bisogno di riletture e interpretazioni.
V’è effettivamente da chiedersi perché questi “spiriti celesti” – così descritti dalla curatrice in riferimento alla figura dell’Angelo della storia caro a Walter Benjamin (creatura che, per quanto spinta verso il futuro, non prescinde da un prima) – si interessino al passato. Nell’esposizione – tra gli artisti ben rappresentati dalle rispettive gallerie (sostenitrici delle produzioni date le ristrettezze economiche istituzionali) e coloro strategicamente posizionati nel panorama nazionale (ma assenti all’appello risultano artisti come Elisabetta Benassi, Giorgio Andreotta Calò e tanti altri ancora) – emerge quindi un interesse generale per la storia a partire dall’inafferrabilità della memoria. Indagando lo scarto di quella storia cosiddetta “maestra di vita” per la quale, però, poi gli errori si ripetono ciclicamente.

Seb Patane – allestimento di Kollapsing New People – Castello di Rivoli, 2012

Patrizio di Massimo pone una certa distanza rispetto ai documenti ufficiali per raccontare una storia parallela generata da scollamenti e fatti che, per quanto reali, sono considerati marginali. Nella stessa stanza si sovrappongono (al punto da risultare impercettibili singolarmente a causa della contaminazione dei mezzi impiegati e per l’eccessiva luce) Fuga dal disordine (Vogue Ed.), video-documentazione di una performance realizzata a Villa Necchi in cui un attore conduceva una visita guidata intrecciando suggestioni dell’ideologia fascista e del modernismo, e Il Negus ha detto “Datemi il leone, tenetevi la stele”, lavoro sull’occupazione italiana dell’Etiopia. “Mise en espace” impraticabile – e che sminuisce irrimediabilmente la forza propria delle installazioni – è anche quella riservata a Flavio Favelli ed Eva Frapiccini. Come due sposi separati in casa, le loro opere si ostacolano vicendevolmente nella stessa sala. La serie fotografica Muri di Piombo di Frapiccini è la narrazione, attraverso immagini e parole, di luoghi in cui sono stati commessi crimini per mano delle bande armate terroriste, luoghi che – per chi non li ha vissuti – possono sembrare spazi qualsiasi, anonimi. Gli scorci delle vie in cui si sono susseguiti quegli eventi drammatici sono oggi rivisitati dall’occhio dell’artista, ma con le testimonianze minuziose della cronaca del tempo. Di Muri di piombo non è però possibile avere una visione di tutti gli elementi a 360 gradi. Cerimonia (India Hotel 870) di Favelli è infatti proprio lì, al centro. Distesa nella sala, la sagoma in tela che ricalca le misure del DC9 della tragedia di Ustica costituisce una sorta di abito da cerimonia, una coperta poetica pensata per coprire l’aeroplano dell’Itavia appena uscito dalla fabbrica. Come se la tragedia area non fosse mai successa.

goldichiari – Genealogia di damnatio memoriae – Castello di Rivoli, 2012

Mentre il lavoro di goldiechiari appare rarefatto e carico di citazioni (tra alberi che rappresentano sorte di genealogie familiar-politiche e collage tanto accademici quanto elementari), estremamente sottile è invece il lavoro di Francesco Arena. Privati della retorica, per Arena i fatti della storia diventano sequenze di misure a cui dare forma. In 18.900 metri (La strada di Pinelli), su 3.322 lastre di ardesia l’artista materializza l’ultimo cammino percorso dal ferroviere anarchico Pinelli, vittima anch’egli della strage di Piazza Fontana. Intorno alla comunicazione e alla propaganda sono invece gli interventi di Rossella Biscotti. Must immancabile in questa cornice, l’artista presenta la cinematografia è l’arma più forte, proiezione cinematografica della scritta omonima che indaga il fascismo e le sue politiche culturali attraverso l’uso di slogan, e Gli anarchici non archiviano, installazione costituita da cinque tavoli in metallo con blocchi di caratteri tipografici pronti per accogliere l’inchiostro. Sacrificato negli spazi comuni è infine Seb Patane. Mentre in un angolo trova posto l’installazione sonora Violenza d’avanguardia, un crescendo di suoni sul senso dell’utopia ed espressione dei Circoli di Lotta Continua, nel disimpegno di fronte alla scala è allestita Kollapsing New People, assemblaggio di barre di ferro e legno che ricorda i resti di un’impalcatura a seguito dei disordini di Via Larga a Milano nel 1969.

Francesco Arena – 18.900 metri su ardesia (La strada di Pinelli) – 2012

Se le scelte allestitive compromettono le opere, i lavori in mostra chiariscono in ogni caso come nella ricostruzione della storia non vi sia un solo punto di vista. Sono infatti molteplici le interpretazioni. E, a scapito dell’obiettività, i diversi sguardi spostano costantemente il confine tra racconto personale e memoria collettiva. Nel diluirsi del tempo.

Claudio Cravero

Rivoli // fino al 18 novembre 2012
La storia che non ho vissuto (Testimone indiretto)
a cura di Marcella Beccaria
CASTELLO DI RIVOLI
Piazza Mafalda di Savoia
011 9565280
www.castellodirivoli.org

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Claudio Cravero
Claudio Cravero (1977, Torino). Curatore indipendente, la sua ricerca è rivolta a tematiche inerenti i concetti di alterità, confine e memoria. Svolge attività curatoriale presso il PAV-Centro Sperimentale d’Arte Contemporanea di Torino (www.parcoartevivente.it). Nell’ambito dell’Art program diretto da Piero Gilardi, la sua ricerca indaga le problematiche artistiche proprie dell’arte del vivente e dell’evoluzione dell’arte ambientale. Ha condotto ricerche per il dipartimento di Visual Arts dell’Istituto di Cultura Italiana di New York, USA (2004), il Castello di Rivoli-Museo d’Arte Contemporanea (istituzione con la quale ha collaborato fino al 2006 nelle Relazione esterne), e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino nell’ambito del progetto di mediazione culturale coordinato da Emanuela De Cecco (2002/03). Oltre ad aver seguito l’attività redazionale per il progetto “Arte Pubblica e Monumenti” di OfficinaCittàTorino, 2007/08, è collaboratore di Artribune.
  • Questa mostra diventa sintomatica per un folto gruppo di artisti italiani che non può fare a meno di citare e rielaborare citazioni ed eventi storici (questi sono i più concettuali, gli Story Story I lov Yu, poi ci sono i più formalisti del New Arcaic).

    Artisti che vengono man-tenuti in ostaggio, più o meno direttamente, dalle generazioni di quei periodi storici di cui parlano (la Nonni Genitori Foundation). Giovani Indiana Jones che imbarcano citazioni e riferimenti con la stessa facilità con cui postano su Facebook. Il giochino mi sembra veramente troppo facile e non serve a nulla, se non ad una masturbazione autoreferenziale. Non c’è bisogno di nuove citazioni del passato ma di nuove modalità per risolvere il presente.

    Suggerisco questo articolo sull’ulyimo Artribune Magazine:

    http://issuu.com/artribune/docs/artribune-magazine-9/31

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

      Dal punto di vista linguistico, queste opere non aggiungono molto rispetto a quelle ben più ponderate di artisti del Novecento. La maggiore o minore interpretazione soggettiva della memoria storica, attraverso il fare arte, non è certamente un canone di giudizio estetico. Oltretutto, l’esperienza di raccontare le memorie storiche nel loro manifestarsi, assunta a cose d’arte, rischia di abbassare l’interesse del pubblico, se non ad una ristretta cerchia di persone interessate dentro quattro mura..

      L’opera d’arte come interpretazione soggettiva della storia, non è altro che uno psicodramma individuale dell’artista; è l’incapacità di vedere oltre la verità dei fatti.

      Gli storici del Novecento raccontano la loro verità e gli artisti raccontano ciò che non hanno vissuto come verità.., pur parlando della stessa cosa, ma la scelta che si opera tra queste due verità è vera o falsa?.

  • giogiò

    il lavoro della frapiccini è proprio inutile.

  • pietro c.

    molti di questi artisti sono stati messi nella mostra senza una valida ragione, loro stessi avrebbero dovuto rifiutare di partecipare (godiechiari, frapiccini, seb padane, favelli) infatti il confronto son gli altri tre li vede del tutto perdenti in particolare la frapiccini la quale risulta comunque sempre scadente, purtroppo.
    non riesco a capire la scelta di seb padane il quale fa della superficialità la sua strategia concettuale…e poi goldiechiari che sono passate dall’ iper-patinato inizio duemila allo pseudo-socialpolitical di oggi…non reggono.
    favelli per quanto bravo rimane comunque il cavaliere del nostalgico e del decadente delle bottiglie di martini dei bauli da mercatino, troppo intimista. ustica diventa solo un pretesto, non fa per lui. gli altri tre sicuramente sono quelli che di più rappresentano questo periodo dell’arte italiana ormai alla fine. questa mostra ha decretato la fine di un movimento congiunturale, una moda che ormai ha stancato.

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

      Presto il popolo si unirà con l’elite dell’arte autoreferenziale, partecipando alle loro mostre, alle loro feste mondane. Il popolo è sempre stato solidale con quest’ elite e con loro ritroveranno le radici, la storia, il calore e il senso d’appartenenza ad una comunità solidale.

  • Mara

    Le mostre non vengono mai analizzate e viste seriamente ma sempre commentate per screditare il lavoro di alcuni singoli, sempre artisti, come il caso di frapiccini.
    Non si ragiona sulle scelte curatoriali ma sempre solo il solito linciaggio “mediatico”. Guardate le mostre ed informativi sui lavori e non scrivete per invidia. Sembra un commento retorico ma questa tipologia di critica non costruisce nulla tranne aumentare una società rancorosa.

  • pietro c.

    cara e docile mara, la mostra è stata vista e sinceramente se fossi un artista non invidierei la frapiccini, come gli altri che ho sopracitato.
    la frapiccini … che dire non so. qual’è il nesso tra questo lavoro la palla gonfiabile e caneira? tra l’altro la palla gonfiabile e solo un involucro che non ha nessuna corrispondenza con l’interno, gli sventurati devono registrare il racconto dei loro sogni in un digital recorder…mah! è veramente no-sense.

  • Mara

    Ottimo spunto di ricerca non conoscevo questo lavoro della frapiccini.
    Ma intendi questo?

    http://dtcproject.wordpress.com/

    Beh lei parla proprio di involucro….
    Quindi come capita la maggior parte delle volte, la letture delle opere risulta sempre superficiale e non viene mai analizzata la mostra ma sempre presi di mira i singoli artisti.

    • ross

      che minchiata

  • Francesco G.

    Commenti e Critiche sull’unica mostra al castello di Rivoli dedicata ad artisti italiani.
    Ha ragione il giornalista soprattutto, “Come due sposi separati in casa, le loro opere si ostacolano vicendevolmente nella stessa sala.” riguardo la sala in condivisone di favelli e frapiccini. Due opere di notevole interesse che sono allestite decisamente male.

  • spadoni

    Purtroppo quando un lavoro manca di sostanza come nel caso di Frapiccini ogni commento può diventare superfluo. Non è certo l’artista gista a rappresentare un periodo di arte italiana se non la decadenza della stessa e di un epriodo di artisti che si autocelebrano credendo che basti parlare di cose effimere o di sociale. E’ un’epoca che sta finalmente finendo. Vorrei solo dire alla sig Marta che di sicuro tra questi commenti non vi è nessun invidioso nei confronti delle Frapiccini, lo si percepisce molto bene dai commenti, anzi, un vero distacco per sottolineare finalmente la sopravvalutazione laddove non vi è sostanza.

  • viviana

    Mah. Personalmente ho trovato l’allestimento di grande impatto – e mi riferisco in particolare proprio a quello della sala riservata a Favelli e Frapiccini – e di perfetta fruibilità.

  • Veronica

    Concordo con Pietro riguardo la mostra e anche riguardo la Frapiccini, mi sembra debole ed ancora acerba per una mostra di questo calibro. Vedremo in futuro!

  • luca demeri

    artisti radical chic! curatrice autoreferenziale! mostra pessima!

  • Antonio

    Eva Frapiccini presenta una serie di fotografie che mostrano luoghi che oggi appaiono banali e anonimi, ma dove si svolsero, tra il 1975 e il 1982, drammi sanguinosi, legati al terrorismo e alla sua repressione, richiamati esponendo copie delle cronache giornalistiche dell’epoca: il lavoro di Frapiccini si rivela sobrio, essenziale, quasi didattico, ma capace di raggiungere l’obiettivo di far riflettere, ricorrendo al contrasto tra immagine e testo, sull’uso della violenza in politica, sul significato della storia, sul ruolo della memoria. Il video realizzato da Patrizio di Massimo si regge essenzialmente sulle capacità interpretative dell’attore (purtroppo anonimo per il visitatore), ma propone una ricostruzione ingenua dei rapporti tra arte e politica nell’Italia della prima metà del Novecento, finendo per adombrare, nella narrazione delle vite di Margherita Sarfatti e di Balbo, la presunta esistenza di un fascismo “buono”, colto e modernizzatore: forse l’autore è rimasto suggestionato dalla visione dei documentari di Rai Storia, oppure spera che il suo video venga trasmessa su quel canale: non mi stupirei che quest’opera sia quella che più è piaciuta al presidente del Museo, Giovanni Minoli (autore di un articolo dell’opuscolo di presentazione). I “Dispositivi di rimozione” presentati da Goldschmied e Chiari, limitandosi a mostrare immagini di corpi femminili seminudi sovrapposte a quelle delle stragi e degli attentati, si rivelano un artificio mediocre, incapace di comunicare alcun messaggio, se non la solita e semplicistica riflessione sullo sguardo pornografico e banale con cui la nostra società osserva la morte. Ciò è confermato anche dalle velleità botaniche espresse dall’altra loro opera (Genealogia di damnatio memoriae), nella quale, riducendosi ad iscrivere sul fusto degli alberi le date delle stragi, dimostrano di avere una concezione della storia, della memoria, del ruolo pubblico dell’arte, e del modo di rappresentarli, che non va molto oltre quella che esercitano molti adolescenti, quando lasciano scritte, sulla corteccia degli alberi, delle date solitamente ingentilite dal disegno di cuori.

    • francesco

      caro Antonio…e allora? Dopo tutta questa bella spiegazione? Un’opera d’arte non necessita del cosiddetto “bugiardino” per doverla interpretare. Un’opera parla da sè. Tutto il tuo bello spiegone sottolinea maggiormente la fragilità del lavoro della Frapiccini. Ha raccontato una storia/più storie già esistenti, come farebbe un qualsiasi bravo reporter o giornalista. Ma questa non è arte. Non raccontiamoci delle storie tanto per far sì che quetse belle ricerchine diventino quel che non sono.

      • – Eva Frapiccini presenta una serie di fotografie che mostrano luoghi che oggi appaiono banali e anonimi, ma dove si svolsero, tra il 1975 e il 1982, drammi sanguinosi, legati al terrorismo e alla sua repressione, –

        ma perchè non ha fatto una mostra nella redazione di repubblica dove si svolge terrorismo psicologico quotidiano? una bella mostra su quanto l’informazione drogata condiziona le nostre esistenze no? ora vado ad arrampicarmi su un albero che è appena scattato l’allarme della protezione civile per bomba d’acqua + esondazione del mediterraneo ciao .

    • pietro c.

      antonio non è che sei amico di eva…. parlando seriamente il lavoro della frapiccini è estremamente mediocre, mi sembra la brutta copia di sophie calle.

  • Antonio

    Ad altre mostre torinesi sono stati dedicati, mediamente, pochi commenti nel corso di diversi mesi. Questa ha immediatamente ricevuto numerosi commenti: mi chiedo, tra questi, quanti riflettano un’effettiva conoscenza diretta e personale della mostra…

    • pietro c.

      come ti ripeto la mostra è stata vista, e ribadisco l’ho vista.
      detto questo rispondo al tuo quesito successivo:
      questa mostra in particolare, al di là che essa sia stata fatta a torino, è stata molto attesa e se ne parlò già da molto tempo.
      venne annunciata come la mostra che avrebbe dovuto tirare le somme rispetto ad un periodo dell’arte italiano estremamente publicizzato e celebrato.
      di conseguenza la delusione è direttamente proporzionale alle aspettative, il fatto stesso che la biscotti a boicottato l’evento non presentandosi nè all’opening ne alla presentazione la dice lunga…anche se credo che sarebe stato molto più coerente rifiutare di partecipare, ma la coerenza a volte non paga.
      presumo che anche lei abbia intuito la debolezza concettuale della mostra e soprattutto la selezione superficiale che è stata fatta rispetto agli artisti.
      e questo riguarda la frapiccini, ma come lei anche gli altri (come sopra ho spiegato).
      ora io immagino questa mostra in un contesto internazionale…e la immagino veramente male…

  • Francesco G.

    Pietro ma perché così accanimento? Poi con un unico lavoro? La mostra è composta da sei artisti e da un curatore…..

    • pietro c.

      infatti se leggi i commenti precedenti parlo anche degli altri. non è accanimento è solo una mia opinione.

  • Gino

    La Biscotti ha boicottato la mostra non presentandosi?
    Che stupidaggine, infatti c’era la sua gallerista al suo posto.

    • pietro c.

      la gallerista ma lei non ha patecipato, ovvio che la gallerista c’era che discorsi fai ginooo

  • Antonio

    Condivido che il contenuto artistico della mostra sia in gran parte modesto, ma il lavoro di Frapiccini qualcosa comunica: potrà anche essere fotogiornalismo, ma la sua estetica dell’assenza qualche messaggio lo lascia; Frapiccini non è certo un genio, ma non è neppure la palla al piede dell’arte fotografica contemporanea in Italia.

  • francesco

    Ma quale arte fotografica antonio dai? Non c’è strutttura in questo lavoro della Frapiccini come in nessuno dei suoi lavori. Inconsistente e sta in piedi solo perchè ha qualcuno alle spalle che con un pò di potere vuol far credere che sia un lavoro da istituzionalizzare. Non serve difendere a priori solo perchè amici, siamo onesti con noi stessi e diamo il giusto peso alle cose.

    • Antonio

      Personalmente non conosco Frapiccini; riguardo ai suoi lavori, saranno anche in gran parte fotogiornalistici, ma trasmettono un contenuto artistico e umano: non sono opera di un genio, ma neppure il fondo del barile della fotografia artistica italiana.

  • giovanna m.

    all’estero invitato al Musa di Vienna, al Nederland Fotomuseum, alla Maison de la Photographie, al Gropius Bau di Berlino, all’ house of photography di Mosca, al casino luxembourg,

    questi sono i posti dove dove ha esposto Muri di Piombo… la frapiccini, caro Francesco. Comunque sembra la sua personale, solo perché vive a Torino? Secondo me dovreste documentavi sui siti prima di parlare.

    Oltre a muri di piombo era un presente un suo video, come mai nessuno lo commenta? visto che è la sua personale ormai, segnaliamolo…

    http://www.evafrapiccini.com/projects/project-10/

    • pietro c.

      semplicemente ridicola…ci rifili pure i links

    • francesco

      per cortesia signora giovanna eviti pure di segnalarci i link è già imbarazzante così. infatti del video non se ne parla per evitare ulteriori commenti. per nostra fortuna non è stata la sua personale, sarebbe stata la vergogna per la città di torino.

  • Lorenzo Marras

    Si vede che questi ragazzi non hanno mai letto niente di Cioran . Se lo avessero fatto non sarebbero stati cosi attaccati alle sottane della “storia”.
    Altro che passato, viviamo un disastro del “presente” che non conosce paragoni perche’ siamo una specie logorata dalla quotidianita’ totalitariamente domestica .
    E questi frugano nei rifiuti per mettere in scena.

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

      Caro Lorenzo, diciamo che questi ragazzi sono più attaccati all’edificio dorato dell’arte che al presente. Cioran, coerente con la sua impostazione filosofica, l’edificio dell’arte e della storia l’ha distrutto.
      saluti

  • Lucat

    Ancora Arena? ancora il lavoro della barra di bronzo, presentato due anni fa? Ancora c’è qualcuno a cui può piacere? Ancora una sede galattica per artisti provinciali? Ma santapazienza ci sono miei amici pittori che fanno quadri ai livelli di Guttuso, Vespignani, Freud che ancora faticano a trovare spazio…

    • pietro c.

      non esageriamo però…lasciamo i tuoi amici dove sono

  • Anna

    Dal punto di vista curatoriale, sarebbe stato interessante allargare un po’ il discorso mettendo a confronto gli artisti in mostra con le generazioni precedenti. Come sarebbe cambiata la percezione del lavoro di Arena di fianco al cumulo di macerie del PAC di Cattelan, ad esempio (il dato storico)? Oppure la Biscotti di fronte a Fabio Mauri (il teatro della storia)? E così via. Il progetto espositivo avrebbe avuto forse la vista più lunga. E con la collezione Sandretto da utilizzare a piene mani non sarebbe stato nemmeno così difficile….

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

      Anna, non è un problema curatoriale,,, semmai dobbiamo domandarci il senso di questa mostra sul passato ? Ma il presente dov’è?
      Preferisco leggere “Il formaggio e i vermi” ” di Carlo Ginzburg, se non altro mi permette di ripercorrere la storia di un lavoratore del ‘500.

      • Anna

        Oddio! Ma me lo spieghi perché le tue citazioni sembrano sempre provenire dal cestone del supermercato quello con le offerte a 2 euro?

        • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

          Nell’impossibilità di farti comprendere le mie ironiche e colte citazioni, prendo a prestito gli slogan delle migliori offerte che si fanno nel supermercato.

        • maurizio cattelan

          ahahaahahah fantastico

          • pietro c.

            la biscotti sta a fabio mauri come l’opel tigra sta alla jaguar XJ coupe…

  • Anna

    Il problema è che continuate a formulare giudizi di valore (jaguar contro tigra?) e non analisi storiche (come è cambiata la percezione/trattazione della storia nell’arte italiana?). In fin dei conti chissenefrega se Mauri è meglio della Biscotti? Quale sarebbe la rilevanza di una domanda del genere? E se anche ne avesse una, non sarebbe meglio valutarlo nel confronto diretto tra opere all’interno di una mostra piuttosto che con stupide metafore automobilistiche? Un po’ di acume perdio!

    • pietro c.

      non si tratta di un giudizio.. c’è chi preferisce la tigra, infatti sono d’accordo sul cambio di percezione rispetto all’arte e all’opera. ne dobbiamo prendere atto. forse dovremmo tutti andare in autobus.