Keith Haring e il Cristianesimo

La mostra di Keith Haring a Udine regala l’emozione di tele gigantesche installate in un contesto fuori dal comune. Per dichiarare, una volta di più, la morte del cubo bianco. Fra Dieci Comandamenti e citazioni da Michelangelo, fino a metà febbraio.

Keith Haring - The Ten Commandments - 1985

La mostra di Keith Haring (Reading, 1958 – New York, 1990) a Udine ha generato alcune stolide polemiche – di cui Artribune vi ha tenuto al corrente – a causa della natura delle tele presentate per l’evento Extralarge: the ten commandments, the Marriage of Heaven and Hell. Il contesto nella quale è allestita la mostra è la chiesa sconsacrata di San Francesco, che da alcuni anni è stata riconvertita in spazio espositivo. La querelle ferragostana ha creato aspettativa nella sonnacchiosa cittadina friulana, portando un elevato numero di visitatori durante la prima settimana di apertura, coincidente con il festival Bianco&Nero organizzato dalla Regione.
Le tele del ciclo dedicato ai Dieci Comandamenti sono imponenti (più di 8 metri d’altezza per almeno 4 di larghezza) e rivelano il debito formale, per nulla scontato, dell’artista americano nei confronti dell’arte delle icone russe, di cui si recupera la forma arcuata che rimanda alle nicchie devozionali. Come ha ricordato Angela Vettese in un recente talk, l’influenza russa si nota anche nella scelta del colore degli sfondi, che rimanda ai fondali in foglia d’oro. Ognuna delle tele raffigura uno dei comandamenti reinterpretati attraverso il linguaggio di Haring e sintetizzati nel tratto e nell’uso di una palette minima che vede, oltre al giallo del fondo, il massivo utilizzo di verde, grigio e rosso.
In alcune delle scene il riferimento biblico appare più sfumato e meno nitido, catalizzando l’attenzione dello spettatore sulle enormi figure che occupano solitarie ciascuna tela. Haring propone una visione della religione fuori dai canoni correnti, per giungere a una personale interpretazione del credo e delle sue derive.

Keith Haring – Extralarge: the ten commandments, the Marriage of Heaven and Hell – veduta della mostra presso la ex Chiesa di San Francesco, Udine 2012

Un discorso a se stante è rappresentato dall’opera che occupa l’ex altare della chiesa, The Marriage of Heaven and Hell (1984). Il lavoro – 7 metri per 13 – raffigura una sorta di matrimonio mistico nel quale l’unione è rappresentata dalle due mani che si congiungono mediante un anello. Il gesto delle corna della mano che riceve la fede è un riferimento al simbolo I Love You che alcuni ricorderanno sulla copertina dei singoli di Jovanotti, mutuato dal linguaggio dei segni americano e molto in voga a cavallo tra Anni Ottanta e Novanta. La centralità dell’immagine delle mani che si uniscono è memore di alcune visite dell’artista alla Cappella Sistina. Il gesto della Creazione in primissimo piano si svolge sullo sfondo di una lotta tra angeli e demoni che ricorda Il Giudizio michelangiolesco.
L’allestimento è senza dubbio uno dei punti forti di questa mostra, che vede un intervento curatoriale minimo in favore di un’autonomia formale delle tele. Avremmo però gradito una qualche informazione in più rispetto alla loro genesi e alle loro specifiche, che non costringesse il visitatore all’ascolto di ben 40 minuti di audioguida.

Chiara Casarin

Udine // fino al 15 febbraio 2013
Keith HaringExtralarge: the ten commandments, the Marriage of Heaven and Hell
a cura di Gianni Mercurio
EX CHIESA DI SAN FRANCESCO
Largo Ospedale Vecchio 1
345 6454855
[email protected]
www.arteventiudine.it

 

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Chiara Di Stefano
Chiara Di Stefano (Roma, 1984) è dottore di ricerca in Teorie e Storia delle Arti. Docente e curatrice indipendente, vive tra Udine e Venezia. Si interessa di storia della Biennale di Venezia, arte americana e nuove tecnologie applicate alla didattica museale. Attualmente collabora con Artribune, Giudizio Universale e NPR.