Soffia il vento di Documenta

Lieve, lievissima dOCUMENTA (13)! Evocativa come sempre, comincia con un’opera impalpabile e invisibile. Eppure è (forse) l’installazione più grande di tutta questa mostra di Kassel.

Ryan Gander – I Need Some Meaning… (the Invisible Pull) – 2012 – dOCUMENTA (13), Kassel

Gli antichi greci lo chiamavano pneuma, che sarebbe il soffio vitale, ovvero l’anima, lieve come il respiro, che ci fa esistere, percepire il mondo con i sensi, provare sentimenti, creare cose e pensieri. È un leggero soffio di vento ad accogliere ogni visitatore della dOCUMENTA (13), appena si entra nel Museum Fridericianum, luogo canonico e solitamente iniziale di un percorso lunghissimo, intenso sotto tutti i punti di vista.

I Need Some Meaning I Can Memorize (The Invisible Pull) è solo un alito di vento, un tocco leggero e vitale, invisibile, che attraversa e anima le grandi bianchissime sale del pianterreno, prive di oggetti. L’installazione è dell’artista inglese Ryan Gander, potente per la sua capacità di sfiorare tutti i visitatori, di essere imparziale, anche nei confronti di chi è disorientato dal bagliore vuoto delle sale e non percepisce, non subito almeno, quell’alito di vento. Che però c’è, e non è uniforme, dato che la corrente d’aria, nell’attraversare gli spazi, subisce imprevedibili cambiamenti, indice di rilievo di uno scorrere temporale, di un divenire difforme e differenziato…

Franco Veremondi

www.documenta.de

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Franco Veremondi
Nato a Perugia, residente a Roma; da alcuni anni vive prevalentemente a Vienna. Ha studiato giurisprudenza, quindi filosofia con indirizzo estetico e ha poi conseguito un perfezionamento in Teoretica (filosofia del tempo) presso l’Università Roma Tre. È giornalista pubblicista dal 1994 occupandosi di arti visive, di architettura e di estetica dei nuovi media. Nell’ambito delle arti ha svolto periodicamente attività curatoriale e didattica. Collabora con quotidiani e riviste di area europea.
  • Elsa Alves

    Molto eloquente quest’installazione su quanto riguarda l’arte contemporanea.

  • Andrea

    Sono reduce di Documenta… che dire, l’istallazione di Gander è leggera e impalpabile, invisibile ma percepibile, certamente originale in una rassegna infinita che di originale propone poco; troppa politica scambiata per arte, c’è un luogo per ambedue, troppe performance riservate ai critici e non godibili dai comuni mortali, troppi interminabili video. Pur con i suoi difetti, la visione d’insieme, l’inserimento nei contesti urbani e alcune vere intuizioni d’artista valgono sicuramente il viaggio e la maratona.

    • Rossella

      un’opinione diametralmente opposta. Ho trovato Documenta, forte, attuale e in linea con il momento.
      Un full immersion nel mondo attraverso l’occhio perspicace degli artisti che invitati, organizzati e guidati da Carolyn hanno saputo dare il meglio.
      La storia è anche arte.
      Carolyn Christov-Bakargiev, una donna attenta e preparata ha saputo far respirare i nostri tempi senza annoiare e mantenendo viva sempre l’attenzione.
      L’opera di Ryan Gander ci ha accolto per prima e sorpreso, dando un prologo a tutta Documenta.
      Io mi sono sorpresa a dire “VENTI DI GUERRA”, Poi ho scoperto che erano i venti della nostra epoca ormai abituata alla guerra.

      • Mario Colombo

        E’ bello sentirsi vivi anche quando impazza la menopausa, hai ragione.