Non solo Olimpiadi. Il bouquet di grandi mostre a Londra

Il turismo a Londra è in netto calo. Colpa delle Olimpiadi. Sono i paradossi degli eventi di massa, e a rimetterci – si fa per dire – è la cultura, almeno per qualche settimana. Ma a guardare il bicchiere mezzo pieno: perché non prendere un volo low cost e sfruttare il momento per andar per mostre? Una panoramica ellittica sui big events.

Andy Warhol - Queen Elizabeth II of the United Kingdom - 1985

Inizia agosto, le gallerie sono in buona parte in fase letargica, ma i musei viaggiano a regime. E ci sono pure meno code del solito. E allora l’occasione è buona, mentre tutti sono chiusi negli stadi olimpionici, per salutare di passaggio l’ultimo grattacielo di Renzo Piano e poi rifugiarsi nelle sale museali.
A partire dalla Turbine Hall della Tate Modern, che ospita l’ultima “installazione” targata Unilver, che ha annunciato la chiusura dei cordoni della borsa (e la stessa Turbine Hall chiuderà per alcuni anni, causa cantiere per la Tate 2). Di scena, e non è una metafora, il nuovo lavoro di Tino Sehgal: 200 performer per un’esperienza come di consueto… toccante. E se quella di Sehgal è una performance da non mancare, la possibilità di visitare la Tate di notte è un altro atout non da poco. Ve lo abbiamo raccontato qualche giorno fa, il progetto di Olafur Eliasson. Non resta che provare a prenotare. E se non ci fossero più posti disponibili, ci si può sempre “accontentare” delle mostre più classicamente intese: non vorrete mica ripartire da Londra senza aver visto la retrospettiva di Damien Hirst, e già che ci siete l’antologica di Edvard Munch?

Tino Sehgal – These Associations – 2012 – Turbine Hall, Tate Modern, Londra – photo Aldo Colella

Visto che nel suggestivo tragitto che conduce dalla Shard alla Tate si passa accanto al Globe, Shakespeare non può non venire in mente. Per farne una scorpacciata, la soluzione è dirigersi verso il British Museum, dove è allestita la mostra Shakespeare: staging the world. Che significa: leggere Londra, la sua nascita e vita come metropoli attraverso le lenti ermeneutiche del teatro shakespeariano, che è poi un mondo. Lo riflette, lo interpreta, ma pure lo performa, cambiandone gusti e orientandone tendenze.
Una mostra del genere può magari stimolare un sussulto nazionalistico. La reazione media è cercare di mangiare una buona pizza in loco (e non credete, di pizzerie di altissimo livello ce n’è almeno un paio a Londra), ma per mantenere un certo standing si può dirigere la propria verve prima alla National Gallery, dove il protagonista assoluto del momento è Tiziano, poi verso la Estorick Collection, che è una collezione d’arte moderna italiana, e in questo periodo ha organizzato una gran bella rassegna dedicata all’astrazione nostrana nel periodo 1930-1980.

Le Vide di Yves Klein – 1958

Già che ci si è inoltrati nelle complessità dell’oltre-figurativo, perché non fare un passo ulteriore? L’occasione, unica, la offre la Hayward Gallery, che propone nientemeno che una mostra su… l’Invisibile. Su queste colonne ne abbiamo già parlato attraverso la filosofica penna di Tiziana Andina. E la visita mantiene le promesse: far divertire gli scettici, far riflettere gli studiosi; ma soprattutto viceversa, che è poi quel che dovrebbe fare ogni mostra degna di tal nome.
Per timbrare invece il cartellino del realismo (non alla realtà ci riferiamo, ma al re, anzi alla regina) occorre veleggiare in direzione della National Portrait Gallery, dove è proprio lei, The Queen, a essere immortalata in ogni foggia e stile in occasione del giubileo di diamanti. E non crediate di assistere a una noiosa infilata di ritratti ingessati: ci sono opere di Wahrol e Freud, Richter e Struth, giusto per citare un quartetto.

Paul McCarthy – Basement Bunker: Painting Queens in the Red Carpet Hall 3 – 2003 – photo Ann-Marie Rounkle

E se dalla febbre olimpionica proprio non potete esentarvi – ma di assistere live a un evento londinese non c’è modo, a meno che non si voglia fare un cospicuo investimento presso i bagarini – ci si può sempre consolare con l’esposizione del Design Museum, che strizza l’occhio a sportivi più o meno reali con Designed to Win. Attenzione però: è assai probabile che, anche con quelle scarpette ultratecnologiche, non si sfondi il muro dei 10 secondi per percorrere i cento metri piani.

Marco Enrico Giacomelli

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.