Non solo calcio, anche Kiev ha la sua Biennale

Tra apocalisse e rinascita. La prima Biennale di Kiev, firmata da David Elliott, porta sulla scena le responsabilità dei miti, costruiti o imposti, che hanno sorretto per un secolo le sorti dei totalitarismi. Fino al 31 luglio.

Choi Jeaong Hwa, Golden Lotus, 2012

Un asino recita il ruolo di Cristo in un cortometraggio dal rigore pasoliniano. Un gruppo di colonnelli nazisti zombie partecipa all’inaugurazione di una mostra di “arte degenerata”. Un busto della Statua della Libertà in disfacimento diventa riparo per galline. I frammenti di un satellite ricaduto al suolo si offrono come pagine metalliche su cui è scritta in braille l’Apocalisse di Giovanni.

La prima edizione della Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea di Kiev cerca di sedurre e accattivare, puntando su temi universali e riuscendo ad attrarre cifre record di visitatori nel primo dei due mesi d’apertura. Fuori dal mastodontico ex arsenale dell’Armata Rossa, dove un tempo si costruivano armi, impazzano gli Europei di calcio. Dentro, invece, la grande mostra firmata David Elliott invita a riflettere sui tempi migliori e peggiori della nostra Storia, cercando possibilmente di fare il punto della situazione. Una sfida che il sanguigno curatore inglese assume nella capitale di una nazione che sta facendo i conti con una storia segnata dall’occupazione russa, prima zarista e poi sovietica, e dove il totalitarismo è un argomento scottante.
In mostra non mancano opere sensibili al tema della memoria. Poetiche le fotografie che ritraggono a distanza di decenni gli stessi gruppi familiari raccolti davanti ai monumenti sovietici e ai loro sostituti post-sovietici; toccanti, i ritratti degli anziani pluridecorati eroi di guerra colti nell’abbandono di una vita senza più riferimenti ideologici e poco protetta materialmente. Imperniata su una serie iniziale di grandi installazioni, questa Biennale appare da subito spettacolare, conturbante, a tratti brillante. Malgrado il tema possa prestarsi a un loro abuso, Elliot si mantiene a distanza di sicurezza dai “documenti”, da quelle opere impostate sulla traduzione frugale del reperto in forma artistica. Però non li teme e li usa in alcune opere che sono tra le più belle ed emozionanti. Come la lettera che il Mahatma Gandhi scrive a “Herr Hitler” il 23 luglio del 1939 invitandolo a desistere dalla propria volontà di guerra: non ebbe risposta e rappresenta un documento che Jitish Kallat trasforma in manifesto evanescente e mistico, proiettandolo in formato gigante dentro uno schermo di fumo silenzioso. I documenti sono anche la linfa delle installazioni che nei decenni i coniugi Ilya ed Emilia Kabakov, di origini ucraine e statunitensi d’adozione, hanno raccolto e ordinato per la prima volta nella loro totalità: narrano di una “civiltà perduta” ovvero quella società utopica delineata dal comunismo delle origini e naufragata tra le pieghe della storia. 

David Elliott

Stoviglie di porcellana illustrano, nelle decorazioni, come torturare i dissidenti politici. Fotografie di rigogliosi laghetti cambogiani rivelano i crateri dei passati bombardamenti americani. Una abnorme statua di Karl Marx troneggia, scolpita in legno secondo lo stile dei totem primitivi.

Questa Biennale, che la presidente Natalia Zabolotna definisce “glocal”, accoglie molti grandi nomi dell’arte internazionale e giovani promesse del territorio, oltre che un programma collaterale dedicato all’arte ucraina e polacca co-curato da Fabio Cavallucci. Le stanze di Louise Bourgeois, che ben traducono l’apocalisse e la rinascita in un affaire intimo, dialogano così a distanza con gli acquerelli che l’ucraino Sergy Zarva realizza sulle vecchie copertine del Time sovietico trasformando i volti dell’avvenire in maschere espressioniste che ricordano Grosz o Schiele. L’installazione creata dalla maestra giapponese Yayoi Kusama, dal titolo evocativo Footprints to the Future (simile a uno strike over size), incontra così il film di Mykola Ridnyi sullo smantellamento post-sovietico di uno degli innumerevoli monumenti dedicati ai lavoratori, a quegli “arbeiter” ai quali anche un filosofo come Ernst Jünger, decorato nelle forze d’assalto prussiane, affidava ottant’anni fa il futuro dominio del mondo in un celebre saggio rimasto lettera morta.
L’arte appartiene al popolo”, diceva Lenin, e l’artista del Kyrgyzstan, Vyacheslav Akhunov, tenta di restituirgliela in un connubio di pop art e concettualismo, attraverso un modellino dell’Empire State Building realizzato con le facce dei capi del Politburo che si affacciano sopra un “wall of fame” popolato dai volti ridenti dei grandi “totalitaristi” e dove Karl Marx figura in compagnia di Assad, Putin o Osama Bin Laden.

Louise Bourgeois, Cell (Black Days), 2006

Il dissidente cinese Ai Weiwei invia a Kiev la grande opera Circolo degli animali. Questa serie di grandi bronzi raffigurano le teste animali dei segni zodiacali cinesi che nel 18esimo secolo due gesuiti creano per il giardino imperiale. Le teste sono le bocche di un prodigioso orologio acquatico, simbolo di potere estetico e tecnologico di una civiltà che presto avrebbe distrutto quel giardino e disperso le scultura nelle Guerre dell’oppio. Dalla colonizzazione estetica si passa al sovrappopolamento delle città cinesi e alle pratiche di trasformazione delle abitazioni che, dopo il successo alla scorsa Biennale di Venezia, Song Dong ripropone in una serie di ampie installazioni, tra cui “respira” affannosamente una cassa di vetro dentro cui marcisce un ammasso di cavoli, a simboleggiare l’apocalisse urbana abbattutasi sulla crescita economica cinese.

Song Dong

Sculture di polistirolo colorato narrano la lotta tra Davide e Golia idealmente ambientata tra la Prima Guerra Mondiale e i dipinti di Goya sull’occupazione in Spagna. Un fiore di loto gigantesco muove i suoi petali dorati come tentacoli. Pitture murali bizantine ritraggono roghi di libri e apoteosi di Mao Tse Tung. “Nature morte” fotografiche documentano i giacigli dei cinesi poveri delle province.

Elliott pone attenzione all’arte dell’Asia centrale e delle ex Repubbliche Socialiste Sovietiche caucasiche. Dalla Mongolia arrivano i dipinti che pongono la millenaria tradizione dell’arte tibetana in dialogo con tematiche contemporanee: il giovane Baasanjav Choijiljavin ritrae un mondo degli spiriti in cui il dio della distruzione (e rigenerazione) Shiva veste i panni di un “colletto bianco” con otto braccia tentacolari; la giovane Dagvasambuu Uuriintuya dipinge invece cascate di anime e visioni oniriche ambivalenti, dove apocalisse e rinascita convivono. Lontane e vicine sono le grandi tele psichedeliche dell’americano Fred Tomaselli, da sempre cesellatore di mondi surreali che presenta una torre di Babele variopinta e sinistramente gioiosa. Anche Yinka Shonibare usa il colore in funzione simbolica (i colori dei tessuti africani), ma al centro del suo mondo restano i temi del colonialismo, spesso feroce, che l’Europa ha imposto e impone all’Africa: qui presenta una serie di tableaux vivantes di dipinti antichi dedicati al suicidio di personaggi storici. Solitamente esplosivo, corrosivo e grottesco, l’americano Paul McCarthy (presentato due anni fa alla Fondazione Trussardi) arriva all’appuntamento con una installazione “delicata”: un autoritratto in forma di monarca il cui trono poggia su un patibolo. Tutto molto pulito, per quanto “perturbante”.

Fred Tomaselli

Legata alla cultura popolare, la libanese Lara Baladi colleziona fotografie di fondi di caffè in cui leggere il futuro, mentre il franco-algerino Kader Attia (attualmente presente a Documenta 13 con un’installazione capitale) allude a un’apocalisse “asciutta”, in eteree sculture minimali tratte dai  packaging delle acque minerali magrebine. L’albanese Anila Rubiku riflette sulla paura come collante di un potere che è apocalittico nella sua paranoia: negli anni Sessanta, Enver Hoxha si sente accerchiato e fa costruire bunker per accogliere tutta la popolazione albanese, 750mila persone. Oggi quei bunker sono un elemento “caratteristico” (quasi un’attrazione turistica) del paesaggio albanese.
Anche tra i tanti video ospiti l’Apocalisse pesa più della rinascita. Riprendendo le attuali manifestazioni di piazza sullo sfondo del mausoleo di Ho-Chi Minh, il video artista naturalizzato americano Dinh Q. Lê, esprime la propria perplessità nei confronti del Vietnam attuale, una tigre asiatica in piena forma, che relega i propri giovani ad uno stato passivo di osservazione, ottundendo così l’istinto rivoluzionario di un popolo che nella guerra del Vietnam (è il parere dell’artista) ha conosciuto simultaneamente “il suo peggiore e migliore momento”. Riferimenti più fantasiosi sono invece quelli dell’australiana Tracey Moffat, che crea un collage apocalittico con gli spezzoni dei film di genere, dimostrando così quanto alacre sia il lavorio dell’industria culturale sull’immaginario collettivo. Dionisiaco e apollineo si rispecchiano negli ultimi video dell’artista tedesco John Bock e del cinese Yang Fudong: il primo mette in scena un duello kafkiano e slapstick tra due vecchi impiegati rinchiusi in un ufficio che diventa gabbia psicologica, il secondo narra una storia di valori e ideali in una campagna cinese immersa nella neve.

Shen Shaomin

Su tutti si staglia, come al solito, la genialità sublime di colui che è il videomaker più importante e amato dei nostri tempi, l’americano Bill Viola, il quale inonda un gruppo di individui trasformandoli, con la maestria di un occhio abituato alla pittura antica, in naufraghi che devono stringersi compatti per non venir strappati dalla furia delle acque. Un video in cui l’estetizzazione è spinta al massimo ma che non nuoce, e anzi esalta, il concetto caro all’artista: solo la solidarietà può salvarci nelle avversità, fosse anche l’Apocalisse. Agli splendori della pittura antica guardano anche la finlandese Eija-Liisa Ahtila che inscena un’annunciazione tra pareti domestiche illuminate dall’anodina luce nordica, mentre il campione cinese della computer grafica Miao Xiaochun propone un video in cui La scuola di Atene di Raffaello e Il trionfo della morte di Bruegel prendono vita in un mondo numerico e senza più punti cardinali. Guardando all’arte trobadorica, che ha permesso una rinascita della cultura letteraria europea, il collettivo di Kiev R.E.P. invita musicisti e cantastorie a portare nelle piazze ucraine i racconti delle “eroiche gesta” di maestri della performance come Joseph Beuys, Marina Abramoviċ e Tino Sehgal.

Miao Xiaochun

Occorre considerare che in un mondo come il nostro, tra crisi finanziare che paiono create da un eccesso di benessere (reale o sperato che sia), l’Apocalisse potrebbe assumere il volto patinato della moda, l’asetticità concettuale della pubblicità o la perfezione estetica del cinema. Su ciò riflette da tempo il collettivo moscovita AES+F, le cui installazioni video hanno repentinamente conquistato il mondo dell’arte. Qui presentano il terzo episodio della loro “divina commedia”: il purgatorio. Ambientato in una lounge d’aeroporto, tra talebani e figure mitologiche, questa terra di mezzo (nella quale inevitabilmente realmente viviamo) trae ispirazione dal dipinto Allegoria Sacra di Giovanni Bellini agli Uffizi di Firenze. Anche loro a dimostrare il fatto che l’arte contemporanea, spesso accusata d’essere elitaria e sulfurea, non sfugge alla legge della Storia. Anche lei, malgrado le rotture con la tradizione e forse proprio per questo, risulta essere un “nano appoggiato sulle spalle dei giganti”.

Taras Kamennoy

Piuttosto che limitarmi al cul de sac sovietico, offerto dai paesi conosciuti un tempo come ‘paesi amici’ (il vecchio Blocco Orientale), per questa Biennale ho selezionato lavori che riflettono l’eredità diasporica della vasta massa continentale eurasiatica”, dichiara Elliot all’inizio di un catalogo molto curato che cita, come riferimenti teorici di un discorso in divenire, il filosofo scettico David Hume, il padre della scienza economica Adam Smith e l’utopista Tommaso Moro. Poderosa, con i suoi 148 artisti disposti su 60mila metri quadrati (nessun italiano in lista) questa Biennale non è più piccola della coeva Documenta 13, firmata a Kassel dall’americana Carolyn Christov-Bakargiev. In un possibile confronto a distanza tra le due manifestazioni si nota che Documenta, a dispetto di un titolo “liquido” scelto con cura affinché non intralciasse i lavori, mette in scena una mostra che affronta sostanzialmente le colpe d’Occidente e le colonizzazioni a scapito di nazioni spesso cadute poi nel gorgo dei totalitarismi. David Elliot decide invece di raccogliersi attorno alle responsabilità dei miti, costruiti o imposti, che hanno sorretto per un secolo le sorti di molte di questi totalitarismi. Due punti di vista differenti ma tendenti a convergere: forse in una prossima grande mostra internazionale, da realizzare magari fuori dai confini europei, possibilmente in Paesi e culture “altre”. Magari giusto per vedere l’effetto che fa.

Nicola Davide Angerame

 

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