Le allegorie elettriche di Dennis Oppenheim

Dennis Oppenheim, l’artista che alla ripetizione preferiva la trasformazione. A un anno dalla sua morte, al Kunst Merano Arte si sfiora il mistico, con le sue sculture che attraverso la luce si fanno trasfigurazioni. E la malinconia ha la meglio sul pericolo. Fino al 9 settembre.

Dennis Oppenheim - Two Objects

Una mostra che emerge dalla penombra. Così appare l’esposizione che Merano Arte dedica a un grande artista venuto a mancare poco più di un anno fa: Dennis Oppenheim (Electric City, Washington, 1938 – New York, 2011). Una retrospettiva inusuale che sceglie di focalizzarsi su una selezione di dieci lavori realizzati  quasi tutti tra la fine degli anni Ottanta e il 2001. Dopo i fasti raggiunti con la land art e la body art, l’artista non abbandona la sua predilezione per una fisicità indagata ed esibita, che si manifesta nell’utilizzo di oggetti e materiali sottoposti a trasformazione, come all’interno di un campo di forze. Assemblati, danno luogo ad allegorie del flusso vitale, spesso surreali poiché attingono all’irrazionale insito nelle vicende umane. Nascono sculture che rinunciano alla staticità aprendosi alla mutazione innescata da fonti energetiche. Al di sotto di apparenze banali si dischiudono nuove visioni.
Sono vere e proprie allegorie visive, originate da una sostituzione degli aspetti reali e naturali con oggetti banali e materiali artificiali colti in un continuo cambiamento. Anche la figura umana si adegua al mondo esterno degli oggetti, in un processo contrario all’architettura classica il cui centro è l’uomo misura di ogni cosa. In Blood Breath, due nasi, ingigantiti e capovolti come vasi, lasciano evaporare dalle narici un liquido rosso. L’azione di una fonte di calore trasforma la scultura in un processo al limite della performance. Oppenheim riesce a trasferire agli oggetti le tensioni vitali; le opere sembrano infatti percorse da forze e trasfigurate. Al di là di forme note la materia si fonde con la visione, diventando propaggine del sistema nervoso.

Dennis Oppenheim - Lighting Bolt Men

In Blushing Machine, Oppenheim mima, attraverso luci collegate a sensori, il processo fisiologico dell’ arrossimento innescato nelle persone dall’azione di uno sguardo o dalla prossimità fisica. Trasforma mediante fonti energetiche immagini familiari in forme surreali. Come in Lamp Dog (unica opera che non proviene dalla galleria Fumagalli), una scultura gigante a forma di cane per non vedenti che permette di vedere grazie ad abat-jour di ogni genere che illuminano l’ingresso del museo.
L’installazione più controversa è Deer: il visitatore sembra entrare in un set cinematografico fatto di cervi collegati a bombole a gas, che si fondono con parti dello spazio. Il processo dovrebbe completarsi con l’accensione delle corna che però mostrano solo i segni di passate bruciature. Rimane qualcosa di trattenuto, di non totalmente espresso. Per ragioni di sicurezza. Chi sa cosa ne penserebbe Oppenheim, artista molte volte al centro di polemiche. Sicuramente nessuna evacuazione forzata stavolta per pericolo di incendio.

Antonella Palladino

Merano // fino al 9 settembre 2012
Dennis Oppenheim – Electric city
a cura di Valerio Dehò
KUNST MERAN/O ARTE
Via Portici 163
0473 212643
[email protected]
www.kunstmeranoarte.org

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Antonella Palladino
Dopo la laurea in Conservazione dei beni culturali, negli anni napoletani svolge degli stage presso la Fondazione Morra e il Pan, collabora poi come assistente con la galleria Umberto Di Marino. Fondamentale si rivela essere l’esperienza presso l’ufficio comunicazione del Mart di Rovereto. È assistente di Filippo Tattoni-Marcozzi per un breve e felice periodo. Si trasferisce in Trentino Alto-Adige e inizia l’attività di critico scrivendo per diverse riviste tra cui Artribune e Juliet Art Magazine. Cura delle mostre per la galleria Paolo Erbetta, Stop Motion di Alessio Rota e Noisy di Gianluca Capozzi. A Benevento presenta Lichtkammer dell’altoatesino Harry Thaler. Per ora lascia il Trentino e inizia una nuova avventura.