Elad Lassry: il lucore della nudità

Al PAC di Milano, fino al 16 settembre c’è la prima retrospettiva italiana di Elad Lassry. Che stupisce per rigore e concisione. Una retrospettiva dal taglio monastico che rende la fotografia un’immagine lucida e non più solo apparente delle cose come verità.

Le sale generose del PAC subiscono un contraccolpo di scala. I tagli ampi delle superfici verticali precipitano sui propri baricentri. Elad Lassry (Tel Aviv, 1977; vive a Los Angeles) dispone fotografie, filmati, sculture e persino un disegno nel cuore puntiforme di ogni parete; cesellata senza alcuna eccedenza. La prima retrospettiva italiana dell’artista israeliano si presenta come un percorso miniato. Un innesto visivo dosato rispetto alle proporzioni aperte degli spazi di via Palestro.
L’artista sembra allestire la propria retrospettiva esattamente come se fosse una personale, mettendo in opposizione – ci si augura consapevolmente – la densità immanente di ogni soggetto con la relativa estensione (rappresa) nel reale. Il lavoro di Lassry, riunito e poi disseminato lungo un unico percorso, stupisce per il ritmo descrittivo mordace con il quale mantiene gli occhi fessurati sul quotidiano (Yellow Plinth, Wave Length, 2008), un mondo che sembra aver passato lungo tempo nelle cavità lucidanti di una camera iperbarica (Untitled (Blue Bar Mural), 2011). Le nature morte (Short Ribs, Eggs, 2012) così come i ritratti (Portrait (Gala), 2012) fanno ampio uso di una certa, spasmodica perfezione tecnica (si veda la stampa alla gelatina d’argento e lamina metallica su stampa offset su carta) quale arma compositiva affilata.

Elad Lassry – Verso una nuova immagine

Spesso, però, l’uniformità dei soggetti, la leziosità delle pose e la costante ripetizione di sfondi cromatici saturi (Three Men, 2011) tradiscono la presenza di una accentuata (perché pressoché ancora in fieri) caducità del linguaggio, rivelando la mera esibizione di una superficie rilucente piuttosto che un’analisi approfondita di un più netto pensiero visuale. L’estrazione del vero dalle cose e l’allontanamento forzato di ogni particella d’ossigeno (Untitled (Rosewood Cabinet), 2012) creano in Verso una nuova immagine il giusto ecosistema tridimensionale di questa mostra, allestendo camere ardenti per la fotografia (a metà tra scultura e design).
Nonostante la presenza coreografica e dinamica dei filmati (Untitled (Passacaglia), 2010,  Super 16 mm film), l’immagine torna dunque a riempire avvelenate urne sottovuoto (Four Braids (Blue), 2012). Significanti dalla perfezione mortifera che davanti all’obiettivo di Lassry ipostatizzano la finzione come unico, possibile oggetto reale.

Ginevra Bria

Milano // fino al 16 settembre 2012
Elad Lassry – Verso una nuova immagine
a cura di Alessandro Rabottini
PAC
Via Palestro 14
02 88446359
www.comune.milano.it/pac

CONDIVIDI
Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
  • tigre

    Lu ‘core di Napoli? Elad Lassry è un’artista a me sconosciuto, ma leggendo la recensione m’è passata la voglia di andare al Pac. Non c’è qualcun altro che c’è andato e ci fa incuriosire? grazie T.

  • sparkenbroke

    ??? I tagli ampi delle superfici verticali precipitano sui propri baricentri. ???? quale sarà mai il senso proprio di questa arguta affermazione???? Condivido l’opinione che questa recensione (come spesso molte recensioni) ti fa passare la voglia di andare a vedere. Non vorrei mai essere coinvolto in questo precipitarsi …..

  • Ursula

    Mamma mia, davvero, ma che c’è scritto, ma come è scritto? … Ma va là!

  • Mario Colombo

    La mostra in realtà non è male, ci sono un paio di lavori che veramente vale la pena di vedere: Anthony Perkins che suona la chitarra davanti a delle ceramichine ammicanti mentre fuori scorre il parco e alcuni teneri 16 mm, ormai un classico shabby chic di ogni artista come si deve.
    Il tono e il respiro sono pesantemente anni 90, piena scena gay intellettuale densa e pesante come il piombo ma con qualche guizzo à la Gonzalez-Torres.
    Tutti i pezzi vengono dalla Galleria De Carlo che è o s s e s s i v a m e n t e ringraziata su ogni cartellino. L’artista ha sempre un cappellino simpatico in testa e questo deve convincere chiunque a uscire subito di casa per raggiungere il PAC: è gratis, ha un giardino attorno, l’aria condizionata funzionante e i custodi non vedono l’ora di vedere qualcuno per fare qualche commento.

  • tigre

    grazie Mario per i suggerimenti. Vado dai custodi

  • renzo

    il pac è fondamentalmente un pacco!
    no money no party!

    • Mario Colombo

      non à vero. E’ uno dei migliori spazi per l’arte contemporanea a Milano e ha un pedigree di tutto rispetto. La mancanza di fondi, endemica, non ha mai inciso sulla qualità delle mostre o degli allestimenti che sono incredibilmente sempre sopra la media.
      L’unica cosa è che mi sembra che vivano alla giornata. Questa volta il ‘donatore’ è De Carlo, spero che il prossimo sia almeno Massimo Minini, o qualche altro gallerista che abbia un controllo reale dei propri magazzini.
      Perchè non usare il PAC come un padiglione di Unlimited, Basilea, per esempio?
      Lo spazio gratis e i contenuti a cura di gallerie di chiara fama.

  • renzo

    DETTO BENE DEI PROPRI MAGAZZINI…. PER FORTUNA è GRATIS .. IL PAC è MEZZO VUOTO… LASCIAMO CHE VIVANO ALLA GIORNATA. W LA CHIARA! FAMA!