Qui Beirut. Fra Richter e Sharif

Una mostra appena conclusa del maestro tedesco e una – fino al 21 lugio – dedicata al sempre più noto artista degli Emirati Arabi. In una Beirut che sta ripiombando in una situazione politica tutt’altro che agevole e rilassante.

Beirut Art Center

Beirut sta nuovamente sperimentando la tensione derivante dalla presenza di vicini politicamente ingombranti, riflettendo come uno specchio l’avvicendarsi di un’escalation di aggressioni e violenza che ricordano fedelmente copioni già ripetuti troppe volte. La storia non dovrebbe essere uno spettacolo teatrale di cui si diano numerose repliche. La storia dovrebbe avere solo prime.
La mostra appena conclusasi dedicata a Gerhard Richter presso il Beirut Art Center, iconicamente intitolata Gerhard Richter. Beirut, non avrebbe potuto essere programmata meglio in termini di timing, se solo consideriamo il ruolo capillare che la rivisitazione della storia ha occupato nella produzione artistica del maestro tedesco La storia che raggiunge gli onori della cronaca, o i suoi disonori, sarebbe forse meglio dire.
Sebbene gran parte dei lavori in mostra rientrassero fra le produzioni meno monumentali di Richter, molti dei temi chiave della sua produzione sono stati debitamente illustrati. Le ragioni della selezione operata dal curatore, Achim Borchardt-Hume, sembrano in parte adducibili a una ristrettezza di mezzi che il Beirut Art Center (come molte altre istituzioni di questi tempi, e senza guardare troppo lontano) costantemente si trova a dover affrontare, ma non meno a una preoccupazione ampiamente condivisibile circa l’incolumità di opere maggiori qualora vengano fatte circolare in contesti nei quali la sicurezza risulti spesso a repentaglio.

Gerhard Richter - Cage Grid - photo ©Cristiana de Marchi

In mostra un’ampia selezione delle Overpainted Photographs la cui produzione inizia a metà degli Anni Ottanta, per poi intensificarsi sensibilmente a partire dalla fine dello stesso decennio, dove il dialogo stabilito tra fotografia e pittura (la modalità pittorica qui adottata riproducendo quella delle grandi tele) rifiuta ogni dogmatismo, ogni categorizzazione, introducendo il pubblico a una delle tematiche più spesso esplorate dal Richter.
La relazione fra pittura e fotografia è qui sottoposta a un’impietosa e coercitiva dissezione, di cui si proponevano in mostra alcuni esempi e prospettive: Betty, il celeberrimo dipinto del 1988 della figlia raffigurata di spalle, qui in una versione fotografica del 1991, e 128 Detailsfrom a Picture (Halifax 1978) II, dove l’esplorazione fotografica condotta dall’artista su un dipinto diviene l’occasione non tanto per meglio comprendere o analizzare il quadro, quanto per dimostrare l’estraneità, la precarietà della ‘prova’ fotografica rispetto alla “realtà”.
La storia, si diceva, viene da Richter rappresentata nella sua immanenza, nella sua soverchia indifferenza al destino dei singoli, un’indifferenza parafrasata dai mezzi d’informazione, entrambi silenziosamente stigmatizzati in opere quali Mustang Squadron, 14. Feb. 45 e War Cut (qui proposto nella versione inglese, con ritagli tratti dal New York Times).
I paralleli con la situazione tristemente nota in Medio Oriente non può evidentemente sfuggire: molti i temi maggiori toccati dalla cronaca che si ritrovano echeggiati, raddensati e astratti dalla produzione artistica di uno dei maggiori artisti del nostro tempo.

Gerhard Richter - Pane of Glass - photo ©Cristiana de Marchi

Non potrebbe risultare più appariscente il confronto con la produzione di Hassan Sharif, artista emiratino ancora poco noto in Europa, di cui si celebra la prima personale presso l’influente galleria Sfeir-Semler (fra i numerosi artisti rappresentati da Andrée Sfeir-Semler in mostra alla Documenta 13, Etel Adnan, Rabih Mroué, Walid Raad, Kalil Rabah, Wael Shawky e Akram Zaatari,). Insignito quest’anno, con Luis Camnitzer, del John Jones’s Art on Paper Award per il suo lavoro sperimentale dei primi Anni Ottanta e dell’Alice Award per la miglior mostra realizzata in uno spazio pubblico, da oltre quarant’anni Sharif sviluppa un lavoro artistico variegato e lo fa, oggi, senza clamore, pur avendo lungamente lottato con le nascenti istituzioni degli Emirati Arabi Uniti a favore della diffusione capillare di un’educazione multi-culturale e pluralistica.
La mostra Hassan Sharif Works 1980-2012 presenta, in modo non strettamente cronologico seppur sostenuto da un chiaro intento didascalico e ampiamente deferente nei confronti della monografica curata lo scorso anno ad Abu Dhabi da Catherine David (presente all’inaugurazione di Beirut) e Mohammed Kazem, tutte le categorie espressive con cui l’artista si è cimentato sin dalla fine degli Anni Settanta.
Una prima sezione propone i lavori sperimentali e le performance condotte durante la prima metà degli Anni Ottanta, quando l’artista viveva fra Londra e Dubai, sviluppandovi una ricerca totalmente passata sotto silenzio e oggi finalmente riconosciuta e debitamente valutata dagli esperti.

Hassan Sharif - Works 1980-2012 - veduta della mostra presso la Sfeir-Semler Gallery, Beirut 2012

Un certo livello di contaminazione viene azzardato in mostra, spesso in modo assai stringente e studiato. Se la presentazione di quadri ispirati a oggetti quotidiani e oggetti manipolati, distorti e quasi violati dall’artista, supinamente accoppia due elementi quasi fossero carte di un solitario, l’abbinamento di alcuni dipinti concettuali e di pochi oggetti in metallo, tutti prodotti nel corso degli anni centrali dello scorso decennio, risulta francamente persuasivo, restituendo e ricreando il dialogo indubbiamente intercorrente fra queste opere.
Due mense monastiche sorreggono altrettante serie di “scatole” create da Sharif con materiali di fortuna, impastate, congestionate, precluse a una visione aperta e dischiusa, mentre una selezione davvero essenziale di Semi-Systems completa questo percorso introduttivo alla scoperta dell’opera di Hassan Sharif.
Opera che sembrerebbe totalmente avulsa da qualsivoglia allusione o volontà di coinvolgimento nella storia, un rifiuto ironico all’impegno pubblico, un’auto-reclusione entro i confini ridotti di una stanza o di uno studio. Ma, come ricorda Sharif ai microfoni di Artribune: “Ogni azione è un atto politico, il mio tracciare linee su un foglio richiama la ripetitività della storia, la sua assurdità, la sua totale mancanza di senso”.

Cristiana De Marchi

Beirut // fino al 16 giugno 2012
Gerhard Richter – Beirut
a cura di Achim Borchardt-Hume
BEIRUT ART CENTER
Jisr El Wati – Off Corniche an Nahr. Building 13, Street 97, Zone 66 Adlieh
+961 (0)1 397018
[email protected]
www.beirutartcenter.org

Beirut // fino al 21 luglio 2012
Hassan Sharif – Works 1980-2012
SFEIR-SEMLER GALLERY
Tannous Building – Quarantine
+961 (0)1 566550
[email protected]
www.sfeir-semler.com

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Cristiana de Marchi
Nata a Torino nel 1968, da oltre un decennio Cristiana de Marchi si è stabilita in Medio Oriente dove vive e lavora (Beirut, 1998-2006; Dubai, dal 2006 ad oggi). Specialista in arte e archeologia, ha collaborato con varie istituzioni culturali (fra cui Istituto Italiano di Cultura in Libano; Musée Archéologique, Beyrouth; Archaeology Museum, Sharjah, UAE; Fondazione The Flying House, Dubai) e insegnato presso università italiane e straniere (Politecnico di Torino; Université Saint-Joseph, Beyrouth). Scrittrice e artista, conduce da anni una ricerca personale in ambito creativo, oltre a pubblicare contributi su riviste d’arte contemporanea italiane e internazionali.