Manifesta 9: la miniera della modernità

Ha aperto ieri al pubblico la nona edizione di Manifesta, biennale nomade d’arte contemporanea che quest’anno si svolge in Belgio, nella cittadina di Genk. Tre curatori e tre sezioni per raccontare la nascita della modernità. Il filo conduttore, tematico e metaforico, è il carbone, materia che in passato veniva estratta proprio nella sede della mostra.

Reperti del museo della miniera di Waterschei

La nona edizione di Manifesta trova nuova dimora nella regione fiamminga del Limbourg, nel piccolo paese di Genk – a poco più di un’ora da Bruxelles -, un tempo importante sito per l’estrazione del carbone. Ed è proprio da questo materiale-tema che nasce l’idea della triade curatoriale composta da Cuauhtémoc Medina (1965, Città del Messico) Katerina Gregos (1967, Atene) e Dawn Ade (1943, Londra). Per Deep to the Modern, questo il titolo della mostra, è stato individuato un luogo che potesse far dialogare diversi ambiti storici e artistici, allargando la riflessione al fenomeno dello sviluppo industriale, capitalistico ed ecologico a cavallo fra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo.
In mezzo a verdi e rigogliose distese di campi si erge il rudere gigante di ciò che un tempo fu il centro vitale della cittadina di Genk: la miniera di carbone di Waterschei, meglio conosciuta come André Dumont-sous-Asch dal nome del suo fondatore André Dumon, completata nel 1924 su disegno di Gaston Vautquenne e attiva fino al 1987. Unica sede espositiva scelta per la più nomade delle biennali, l’imponente cattedrale industriale è in perfetto stile Art Deco: il linearismo geometrico, il rigore e la maestosità delle forme e dei materiali, le grandi vetrate e un’indiscussa prevalenza del ferro, fanno da cornice ideale al tema centrale della mostra, insieme elogio e condanna di Modernismo, industrializzazione e de-industrializzazione della modernità.

Richard Long - Bolivien Coal Line (1992)

La politica curatoriale ha saputo eloquentemente suggerire tutte le coordinate per organizzare una profonda e critica riflessione intorno all’oggetto-prodotto-effetto carbone, che è stato analizzato e commentato in tutte le sue interpretazioni, storiche ed artistiche. A dimostrazione della complessità del tema, ancora attualissimo, pare che tutto il corpo espositivo chiamato a intervenire non riesca a esaurire l’intero flusso dialogico, raggruppato nelle tre differenti sezioni: 17 Tons (17 tonnellate), con riferimento alla famosa canzone dei minatori 16 Tons di Merle Travis (1946) e all’opera installativa di Marcel Duchamp Sixteen Miles of String (1942); The Age of Coal (L’età del carbone) un percorso storico-artistico di considerevoli opere, perlopiù dipinti e fotografie, comprese fra il 1800 e i primi del Novecento, correlate all’epoca industriale; Poetics of Restructuring (Poetiche della Ristrutturazione) sezione dedicata alla riconsiderazione estetica e fenomenologica degli effetti prodotti dal sistema economico e produttivo del Ventunesimo secolo, ad opera di trentanove artisti internazionali.
Tre quindi le tematiche trattate, così come i piani su cui è organizzato il percorso, escludendo il parco esterno e la zona underground dedicata alla ristorazione e all’ozio intellettivo, anch’esse parti integranti della mostra con il progetto degli architetti 2012 Architects & REFUNC.

Ni Haifeng - Para-Production (2008-2010)

La mostra risulta ricca, armoniosamente piena, una ferma esplosione di storia e memoria, un vissuto ineludibile che riemerge silenziosamente grazie all’intervento degli artisti. L’itinerario inizia già a partire dall’ingresso, in cui è posizionata l’opera totemica Monument, Fired Up (2012) del sudafricano Kendell Geers (1968, Johannesbrug, Sud-Africa), un pilastro in bronzo composto da undici diversi pneumatici dalla cui estremità fuoriesce una fiamma di gas, omaggio ai minatori locali e emblema della tossicità dell’emissione atmosferica del gasolio. Al piano terreno è riservata la zona storica 17 Tons, uno spazio volutamente tetro, con fioche luci plumbee, archivio della memoria topica dell’ex-miniera e della regione del Limbourg. Nella zona retrostante vicino al bar troviamo il piccolo museo di  Waterschei, affollato di cimeli, dalle vesti agli attrezzi dei minatori. Il risveglio di questa limbica sleeping beauty è scandito da 17 parti diverse; colpisce l’installazione di piccoli tappeti dediti alla preghiera, appartenenti alla prima generazione di immigrati turchi, venuti a lavorare in miniera. Seguendo il filo, di prezioso interesse sono i ricami in lino e in cotone, pendenti dal soffitto quasi come fantasmi, che le donne dei minatori dedicavano con frasi e disegni ai loro uomini. Ogni reperto di questa sezione è accuratamente disposto, nulla sovrasta e nulla si perde: un’orchestrazione mirabile, pure nella scelta delle sedute nere che si muovono percorrendo tutto lo spazio, servendosi dei binari una volta utilizzati per il trasporto del carbone, in cui sono trascritte le parole della canzone di Merle Travis.

Claire Fontaine - The House of Energetic Culture (2012)

Silente è il cammino che conduce ai piani superiori. Le grandi vetrate dello stabile, in visibile decadenza, accendono di luce l’atmosfera, ora più limpida e leggera. Ad accompagnare la visita c’è la musica jazz diffusa dall’installazione Chaising the Blue Train (1989) dell’artista americano David Hammons (1943, Springfiel, U.S.A.) in cui sezioni di pianoforti a mezza coda ambientano il passaggio su rotaie di un piccolo treno giocattolo di colore blu, metafora del cambiamento paesaggistico e sociale nell’America dei primi del Novecento. Di monumentale fascino è Para-Production (2008-2010) di Ni Haifeng (1964, Zhoishan China) un’enorme trapunta di pezze colorate appesa alla grande vetrata del soffitto che cade a cascata nell’ampia sala, finendo in grandi cumuli di cenci neri che ricordano le montagne di carbone. A lato troviamo, in fila indiana, dei tavoli con cucitrici Singer, pronte per essere utilizzate dai visitatori. L’immane presenza di questi elementi tormenta il ricordo delle grandi industrie operaie cinesi, dallo sfruttamento del lavoro seriale alle fragili morti bianche. L’opera ricorda per certi versi Personnes (2010) di Christian Boltanski (1944, Parigi), qui presente con un’altra opera, Les régistres du Grand Hornu (1997), una lunghissima serie di scatole in latta ricoperte da vecchi ritratti fotografici dei minatori che lavorarono a Gran-Hornu, oggi sede del museo belga di arte contemporanea MAC’s.

Alexander Apóstol - Contrato Colectivo Cromosaturando (2012)

Alle spalle di questa di muraglia ferrosa troviamo la sede dedicata alle opere moderne, The Age of Coal, un tipico white-cube museale il cui percorso cronologico è diviso in due corridoi che ripercorrono la storia della rappresentazione artistica legata allo sviluppo industriale iniziato a metà Ottocento. Grandi nomi e magnifiche illustrazioni pittoriche e fotografiche come la serie di disegni Les Pampas (1926) di Max Ernst (1891, Brühl) o la famosissima copertina del Time del 1935 dedicata a Alexey Grigoryevich Stakhanov, minatore sovietico divenuto eroe e portavoce del movimento socialista, che qui, a dispetto di tutto il programma curatoriale, esalta e afferma le qualità del lavoro operaio. A dominare le due sale è sicuramente la grande tela del pittore Jan Habex (1887, Genk) una pallida rappresentazione forestale prima del disboscamento causato dallo sviluppo industriale.
È interessante riflettere su quanto distanti siano i mezzi che gli artisti delle due diverse epoche hanno adottato, e anche su quanto la scelta curatoriale li abbia seguiti, separando nettamente gli uni dagli altri. Pochissime e sporadiche, se non totalmente assenti, sono le opere pittoriche nella sezione del contemporaneo, dove oltre a prevalere le grandi installazioni, troviamo numerose opere filmiche e fotografiche, come il documentario The Battle of Orgreave (2001) di Jeremy Deller e Mike Figgis (1966, Londra; 1948, Carlisle) che riprende il violento sciopero dei minatori inglesi contro la polizia; o gli scatti di Keith Pattison, Don McPhee e Denis Thorpe, che ritraggono lavoratori delle miniere in diverse situazioni, dalla partita di football al momento della siesta. Non poteva mancare il documentario più famoso di Edward Burtynsky (1955, St. Chaterines, Canada) China: Manufactoring (2005).

Dettaglio dell'installazione Think Book (1996-1896) del duo Irma Boom & Johan Pijnappel

A fungere da legame tra le diverse generazioni è l’intramontabile Marcel Duchamp, qui celebrato con una riproduzione della sua opera The Grotto, un’installazione di 1200 sacchi di carbone appesi al soffitto sopra una stufa, presentata nel 1938 durante lExposition Internationale du Surréalisme a Parigi. Di carbone, sul carbone e col carbone è anche l’opera Bolivien Coal Line (1992) di Richard Long (1945, Bristol) un lunghissimo tappeto fatto di questo materiale e sdraiato parallelamente al muro di Boltanski. Spiccano poi le installazioni di Marcel Broodthaers (1924-1976, Brussels), che del fossile nero fece ampio utilizzo durante il suo ultimo operato, come critica e denuncia all’identità belga: Trois Tas de charbon (1967) Deux morceaux de charbon (anthracite) entourés d’ouate blanche (1967) e Moules Oeufs Frites Pots Charbon (1966).
E se in principio fu il carbone, seguito dal petrolio, è poi arrivato il nucleare, come ci ricorda l’italiana Rossella Biscotti (1978, Molfetta) nelle due opere presenti in mostra: Title one. The Task of the community (2012) e A Conductor (2012)  entrambe realizzate con materiali ricavati dalla centrale nucleare di Ignalina, in Lituania. Allo stesso tema sono dedicati i lavori audiovisivi Anteroom of the Real (2010-201) e Lenin’s Lamp Glows in the Peasant’s Hut (2011) di Lina Selander (1978, Stoccolma) incentrati sulla documentazione-denuncia del disastro nucleare di Chernobyl.

Reperti del museo della miniera di Waterschei

All’ultimo piano, seppure con opere di dimensione più limitata, il percorso espositivo si fa maggiormente esteso e articolato. “Illuminante” è l’opera in neon del gruppo francese Claire Fontaine (2004, Parigi) The House of Energetic Culture (2012), simbolo del sogno utopico sovietico per l’energia nucleare. Molte le presenze di artisti belgi: Michaël Matthys, Anna Torfs, Ante Timmermans, Maarten Vanden Eynde, Nicolas Kozakis & Raoul Vaneigem, Katleen Vermeir & Ronny Heiremans. Il curatore messicano Cuauhtémoc Medina non ha tuttavia trascurato la sfera sud-americana, coinvolta oggi più di prima nello sfruttamento delle risorse e del lavoro. Esemplare l’installazione Capitalismo Amarillo: Special Economic Zone (2011-2012) di Jota Izquierdo (1972, Castellón, Spagna), una piccola wunderkammer di oggetti prodotti in Cina e ridistribuiti ai venditori ambulanti messicani e spagnoli, frutto di una ricostruzione durata più di sei anni, come raccontano il curatore e l’artista durante la visita guidata ai giornalisti.
Il trittico video-installativo Contrato Colectivo Cromosaturando (2012) dell’artista Alexander Apóstol (1969, Barquisimeto, Venezuela) registra il “pro-regresso” ambientale ed ecologico avvenuto in Venezuela a partire dagli anni Settanta. Di Carlos Amorales (1970, Mexico City) è presente Coal Drawing Machine (2012) un’istallazione di grandi disegni su carta realizzati da una macchina per la stampa disposta sul retro che ha come tema le differenze tra l’uomo e la macchina. Antonio Vega Macotela (1980, Mexico City) invece porta in mostra Study of Exhaustion – The Equivalent of Silver (2011), una selezione di fossili realizzati con foglie di cocaina in una miniera boliviana.

Christian Boltanski - Les régistres du Grand Hornu (1997)

Tra le opere più poetiche c’è l’installazione Think Book (1996-1896) del duo Irma Boom & Johan Pijnappel (1960, Lochen; 1958, Gendt, Olanda) collocata in una delle stanze del primo piano, una riflessione nostalgica sulla SHV, famosa compagnia olandese che detenne in passato il monopolio del trasporto di carbone e che resta oggi fra le holding internazionali più importanti. Think Book costituisce un’importante e vasta documentazione storiografica, oltre 2000 pagine, della compagnia. Il contesto e la disposizione degli elementi accompagnano lo spettatore attraverso una tacita e profonda riflessione, suggerita dai quesiti espressi nei fogli sparsi sul tavolo: “Come stai? Dove sei? Stai Bene?”. Come riporta l’aforisma scritto sulla lavagna, l’importante è: “Cercare persone motivate e straordinarie, Ascoltare, imparare e reagire; Mantenere le cose semplici (Look for unusual motivate people; listen, learn and react; Keep things simple)”. Varrà per tutti?


Geraldine Zodo

Genk (Belgio) // fino al 30 settembre 2012
Manifesta 9 – Deep to the Modern
www.manifesta9.org