Lunga vita a dio Pazuzu

Roberto Cuoghi, per la terza volta negli spazi milanesi di De Carlo, entra da re. Reincarnazione interpretativa del divino. Tra disegni su carta, sculture ingegnerizzate, scatole di sigari e autoritratti senza soggetto, l’arte diventa simulacro. Fino al 6 luglio.

Roberto Cuoghi - Zoloto - veduta della mostra presso la Galleria Massimo De Carlo, Milano 2012 - photo Matteo Piazza

Zoloto si trasforma in un rituale. Alle 19 il cielo è ancora chiaro mentre la gente entra numerosa, a piccoli cortei. Roberto Cuoghi (Modena, 1973; vive a Milano) ha disposto la galleria di Massimo De Carlo, suddividendola in percorsi ordinati. Nella sala principale, una fila di faretti regola i flussi di folla a destra e a sinistra. Alle pareti sono illuminate solamente alcune gallerie: ritratti di ritratti, volti che né persona né personaggio connoterebbe secondo un preciso profilo esteriore. Demone o dittatore divinizzato, l’uomo di Cuoghi diventa idolo che sfida ogni immagine. Tra statue del babilonese dio Pazuzu, calcaree rose del deserto a prova di gravità e scatole di sigari a buon mercato, la personale dal titolo Zoloto assume la forma di un sistema di simulacri per i quali l’uomo ancora non  riesce a proferir altro verbo.

Ginevra Bria

Milano // fino al 6 luglio 2012
Roberto Cuoghi – Zoloto
GALLERIA MASSIMO DE CARLO
Via Ventura 5
02 70003987
[email protected]
www.massimodecarlo.it

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
  • Cuoghi lavora su questi immaginari “impegnati” e “impegnativi”, in fondo per arredare il salotto di casa. Anche lui sbrodola fuori dal ritratto invece di mantenere i confini della tela o del foglio. Peccato. Lasciamo stare il recupero degli dei babilonesi o giù di lì (non è dato sapere e l’artista non VUOLE far sapere). Si tratta di un Cosmopolis dell’arte: grande frullato dove il fine è incuriosire il più possibile pubblico superficiale e che ha POCO tempo a disposizione. Anche quì l’abilità è ricercare riferimenti interessanti e colti su wikipedia fondamentalmente per VENDERE. Io vedo Cuoghi solo in mostra da De Carlo (???): più che ai demoni assiri è interessato al demone Euro che si aggira per un Europa in ginocchio. Questo fuggire ma esserci (c’è tutta la solita retorica dell’artista-personaggio fuggente ma geniale) ricorda tanto De Dominicis/Cattelan; temo sia solo un gran furbacchione babilonese.

    Non abbiamo bisogno di altre citazioni, di altri immaginari ma di metodo per fare le differenze fra le cose. Per essere più chiaro: non mi interessa la scultura SIMIL BABILONESE ma mi interessa sapere a cosa serve oggi una scultura.

  • alessandro t

    Una delle + intense mostre a milano che abbia visto negli ultimi tempi
    e poche balle luca rossi

  • Più intense…semmai un altro trova più intenso l’immaginario di Harry Potter…mi sembra una gara all’immaginario più accattivante. Se questo fosse mi sembra veramente poca cosa. Oggi i Babilonesi, domani i sumeri o il mito del possesso che fu pre alessandrino…

    Cuoghi se vuole fare questo gioco deve stare nel confini della tela, e quindi lavorare su certe modalità per fare il ritratto. Ma se esce ed inizia a fare la “casa delle streghe” al Luna Park si va veramente poco in là…sono i gadget dell’ultimo film blockbuster:

    http://www.google.it/imgres?um=1&hl=it&sa=N&biw=1187&bih=959&tbm=isch&tbnid=IbP269ELYg1lXM:&imgrefurl=http://www.screenweek.it/film/3886-Prince-of-Persia-Le-sabbie-del-tempo/poster/79142&docid=8qyIGBZ2ukjXiM&imgurl=http://static.screenweek.it/2010/4/11/Prince-Of-Persia-Jake-Gyllenhaal-Character-Poster-USA-02_mid.jpg&w=448&h=640&ei=8mbeT-X_KKiL4gSc55DGCg&zoom=1&iact=hc&vpx=760&vpy=415&dur=539&hovh=198&hovw=139&tx=105&ty=137&sig=108436812821635589704&page=2&tbnh=150&tbnw=105&start=31&ndsp=37&ved=1t:429,r:34,s:31,i:292

  • M.m

    signor rossi, questo sproloquio da artista fallito non imbarazza più nessuno, perchè non cominci a imbarazzarti da solo? 1,45 di treno e vai a vedere la mostra

  • Di fronte ad una critica la prima cosa è pensare all’artista fallito o frustrato. Molto italiano questo atteggiamento, e infatti la situazione “fuori mostra” in italia è abbastanza significativa e nessuno è ugualmente imbarazzato.

    Nessuno si imbarazza più: quella di Roberto Cuoghi è l’ennesima speculazione dell’artista archeologo. Il giovani Indiana Jones ultimamente sono scatenati, alla ricerca della citazione più cool.

    Benissimo, ma basta essere consapevoli e non prendersi in giro. Domani ci saranno gli Egizi, poi gli Aztechi; esattamente come a Documenta la Biscotti ci parla della guerra fredda o la Fumai dell’occultismo e della donna barbuta. Benissimo, ma siamo difronte ad una feticismo della citazione abbastanza fine a se stesso surclassato dai film, dalla letteratura e dai luna park…

    Il punto è lavorare sul metodo. E questo lo fanno in pochi: a documenta Sehgal, Gadner, Solakov, Cardiff-Miller per esempio. In questi casi la citazione ci può anche essere (in fondo c’è sempre) ma non viene sbandierata; in questi casi si lavora sul linguaggio e sul metodo. Molto più complicato: facile pescare l’ennesima citazione da wikipedia e formalizzarla come vorrebbe Moussocope…se questo significa fare gli artisti, ben vengano gli artisti falliti :-)))

    Io sono felicissimo e onorato nel fare lo spettatore attento, il vero ruolo che manca.

    LR

  • M.m

    spettatore attento… ‘attento’ alle risposte dei tuoi sproloqui sui blogs che frequenti giorno e notte, sprecando una vita che hai perso di vista, caro …(ci conosciamo pure!) e con la finestra di wikipedia sempre pronta, pur di avere l’ultima parola. che ti lascio volentieri. ma che triste storia

  • questa è solo la retorica della “mamma italiana”: “non stare troppo al computer!”.. frequento internet pochissimo. Ma se ti piace questa visione da nerd romantico fa pure…peccato che il tuo “vedere” male non si limiti a questo.

  • MT

    Interessante come Luca Rossi abbia quasi sempre ragione (anche in questo caso) ma chi non è d’accordo con lui non riesce a contro argomentare sul progetto specifico ma tenda sempre a parlare di Luca Rossi stesso. Se ci pensate questo è stato l’atteggiamento della sinistra italiana verso Berlusconi. Molto interessante.

  • la mamma italiana

    che luca rossi si dia ragione da solo dopo 12 minuti chiamandosi MT merita un richiamo: non stare troppo al computer a mettere in relazione la sinistra italiana con la casa delle streghe gli aztechi berlusconi e blockbuster, perchè queste sembrano argomentazioni solo a te!

  • Babbo italiano

    Luca Rossi ha ragione, Cuoghi giovane indiana jones.

  • lupo

    luca rissa

  • Babbo italiano

    Rissa, basterebbe che qualcuno spieghi cosa c’è di positivo nella mostra di Roberto Cuoghi. Se questo qualcuno non c’è o non vuole esserci, l’opinione parziale di Luca Rossi diventa una verità.

  • luca russa!

    E all’alba del giorno 19 giugno apprendiamo che Luca Rossi ha deciso che la propria opinione parziale è verità

  • Ursula

    Be’ se si arriva a criticare una mostra così… Allora siamo davvero di fronte a uno che sta recitando una parte. Pessimo.

  • Babbo italiano

    Sicuramente Luca Rossi recita la parte del diavolo, ma perché questa mostra e’ bella e intensa??? Riusciamo ad argomentare il “mi piace”?

  • Babbo italiano

    Pardon, intendevo fa la parte dell’avvocato del diavolo.

  • bea

    ma è il caso di ribadirsi avvocati del diavolo rispetto a una mostra piena di diavoli?
    forse è il caso di andare a letto prima la sera
    ciao

    • ma mi

      Sì, diavoli per arredare qualche salotto….ha ragione Luca Rossi: i poveretti vanno a prendere la seduta indiana o buddista da mettere in salotto alla Maison du Monde, quelli ricchi si mettono il dio puzunzu del modenese Cuoghi che fa più figo….
      Tutto bene, se queste opere (a parte alcune tecniche di ritratto) non fossero veramente gratuite. Anche ci fosse dietro una motivazione coltissima e una pratica di imitazione dei babilonesi interessantissima, Roberto Cuoghi, scegliendo una galleria d’arte commerciale, ha sbagliato luogo e display. Quì si gioca sulla superficialità e la mancanza di tempo del pubblico.

  • Sono 10-11 commenti che parlate di Luca Rossi e non del progetto di Roberto Cuoghi. Io ho espresso e motivato la mia opinione all’inizio del commentario. Coloro che credono che la mostra sia bella e intensa lo riescono a motivare?

    Perchè se non si riesce a motivare il “mi piace” come possiamo fare scelte che abbiano senso nel nostro quotidiano e non solo? Come possiamo lamentarci del “mondo che fa schifo” se non si è in grado di motivare e argomentare perchè una cosa va bene e perchè una cosa non va bene? Munari diceva “saper vedere per saper progettare”: fare una famiglia, fare un lavoro, fare una viaggio, fare una mostra, fare un ‘opera sono tutti progetti.

    Io credo che assistiamo ad un grande vuoto che viene riempito a forza con citazioni a caso (babilonesi, guerra fredda, anni 70). Poi altri sanno solo occupare contenitori (vedi Macao): come se occupare un contenitore possa fornire un contenuto.

    • fan

      Ma perchè non c’è il tasto MI PIACE!!

    • F.F.

      Ammetto di non avere visitato la mostra . Di avere solamente letto e visto l’ immagini .
      Sono consapevole di quanto attualmente tutto sia stereotipato , senza essenza ,
      Nel gioco delle scatole cinesi fuoriescono mostri .
      Si crede sia facile diventare un artista , un curatore , un critico .
      Sempre più architetti alla deriva , che non hanno mai esercitato , si sentono in diritto di cimentarsi nell’ arte contemporanea commettendo errori grossolani e maldestri !
      Chiaviche come le falle che ci portiamo dietro quando critichiamo perche dobbiamo umiliare a priori , o siamo inerti difronte al potere !

  • mah

    luca rossi dice di stare poco al computer. ahahhahahaha, la mamma ha torto, non deve dirti di stare meno di fronte al monitor, doveva abortire

  • Nessuno riesce ad argomentare perchè la mostra di Roberto Cuoghi sia “bella e intensa”.

    Io temo che siano solo citazioni a caso. Questo modo di lavorare è molto grave: perchè crea feticci che spostano l’attenzione dal fatto storico o dalla verità della citazione. Come Cuoghi abbiamo anche Arena, Biscotti e tanti altri che fanno parte del movimento dello STORY STORY I lov YU.

    • Diego

      Son parzialmente d’accordo con rossi quando parla della storia come bacino preferito a cui attingere. Rivoltante, veramente. Ma Luca Rossi, per carità, cura un poco anche la conoscenza dell’inglese (anche su FB sbagli spesso). Quando dici STORY STORY I lov YU. Scazzi, perchè la Storia si traduce con History, Story vuol dire Racconto.
      questi artisti sono pressapochisti nel loro progetto come tu lo sei con l’inglese. Su, forza.

  • Antonio Inoki

    Sono d’accordo con Rossi

    • tana delle tigri

      e anche noi della Tana delle Tigri, che saremo un centoeventi, centoeventicinque persone, siamo d’accordo con Rossi, ma ancora di più con suo cuggino L’antonio che arriviamo almeno a centoeventisei che voglio vedere se non ci abbiamo la verità e chi ce là?

  • Cristiana Curti

    Di Roberto Cuoghi si può dire che è uno dei pochi artisti italiani che esprime non solo un metodo, una ricerca e uno stile coerente (e, a tratti, sofferto, oltre che in totale dissonanza con la maggior parte dei colleghi coetanei) di rara levatura ma anche una poetica personalissima di profonda cultura e di consapevolezza della funzione del proprio retaggio e del proprio “mestiere”.

    E’ tutto tranne che artista da salotto e se, per “argomentarne” l’inconsistenza, si scrivono frasi come

    “Cuoghi lavora su questi immaginari “impegnati” e “impegnativi”, in fondo per arredare il salotto di casa. Anche lui sbrodola fuori dal ritratto invece di mantenere i confini della tela o del foglio. Peccato. Lasciamo stare il recupero degli dei babilonesi o giù di lì (non è dato sapere e l’artista non VUOLE far sapere). Si tratta di un Cosmopolis dell’arte: grande frullato dove il fine è incuriosire il più possibile pubblico superficiale e che ha POCO tempo a disposizione. Anche quì l’abilità è ricercare riferimenti interessanti e colti su wikipedia fondamentalmente per VENDERE.”

    non si sa proprio che vuol dire il termine “argomentare” (senza parlare della consueta ignoranza del più banale uso di grammatica e vocabolario, altro che wikipedia…).

    Oltre al fatto che – come sempre e prima di s-parlare su qualsivoglia artista (giusto per fare un po’ di polverone da quattro soldi) – bisognerebbe visitare la mostra che si critica invece di accendere una miccia che si rivela ormai spuntata.

    L’unica verità è che “rode” a tanti che Cuoghi sia esposto da De Carlo. Punto.

    • hecco

      gentile Curti, mi permetto d’intervenire non tanto perchè mi sento contrario a quanto dice, condivido pienamente quanto dice riguardo a Luca Rossi. Solo vorrei sottolineare che se l’invidia in un artista, è generata dal fatto di esporre da De Carlo, direi che vi è ben poco di cui esser invidiosi. Almeno che non si vada fieri nel portare un abito alla moda con varie stagioni di ritardo, solo perchè molti altri non sono mai stati di moda…. Ovvero , non penso De Carlo sia davvero più un obbiettivo per un artista, specie se giovane. Cuoghi ci espone da sempre, è la sua galleria (un giorno poi faremo una discussione riguardo l’utilità della galleria di riferimento…ormai è il vero cancro per la saluto del mercato dell’arte…) e la cosa è più che normale. Certo non da invidiare, chi lo facesse sarebbe proprio rimato tanto, ma tanto indietro.

      • Cristiana Curti

        Concordo con Lei, gentile Hecco. Ed è perciò tanto più inutile soffermarsi sulla questione “galleria” quando si tenta di giudicare il lavoro di un artista. Anzi, è del tutto fuorviante. Ma, come avrà ben visto, è sempre moneta corrente, purtroppo.

  • Scrive C. Curti: “Di Roberto Cuoghi si può dire che è uno dei pochi artisti italiani che esprime non solo un metodo, una ricerca e uno stile coerente (e, a tratti, sofferto, oltre che in totale dissonanza con la maggior parte dei colleghi coetanei) di rara levatura ma anche una poetica personalissima di profonda cultura e di consapevolezza della funzione del proprio retaggio e del proprio “mestiere”.
    E’ tutto tranne che artista da salotto e se, per “argomentarne” l’inconsistenza, si scrivono frasi come”

    Rara levatura? Cosa vuol dire “rara levatura”???Quale metodo? Coerente?
    Il lavoro forse più famoso di cuoghi è la performance che fece tentando di diventare come suo padre (nel fisico e nella mente). Ha espresso sicuramente un metodo nelle tecniche e nel sapore di certi ritratti. Acidi, oscuri, vagamente inquietanti. Per il resto non vedo altro. Tanto è vero che espone autisticamente solo da De Carlo. E altri lavori procurati da De Carlo e Amici (biennale di berlino, mostra di koons dei collezionisti de carlo oriented, ecc).

    Sofferenza???? Forse la sofferenza è sotto le tende del terremoto. O nel perseguire strade realmente indipendenti quotidianamente e lontano dai riflettori…

    Da qualche anno si è fissato su questa archeologia babilonese. Solite citazioni del passato: come la Biscotti parla della guerra fredda, Arena della storia d’italia, ecc. Questi riferimenti continui al passato sono molto gravi se riportati nell’arte contemporanea: perchè creano feticci che BANALIZZANO la citazione e il riferimento alla storia. Questi artisti si improvvisano Giovani Indiana Jones senza alcuna dignità verso le materie trattate. Quanto meno sbagliano luogo: la galleria commerciale che può solo vivere di fruizioni mordi e fuggi.

    Intendo da salotto perchè: chi se lo può permettere si mette la faccia babilonese di Cuoghi in salotto, chi non se lo può permettere si mette il Budda che trova nei grandi magazzini Maison du Monde. Giocare su queste corde oggi si finisce per coltivare la stupidità e la superficialità collettiva.

    • Cristiana Curti

      Superficialità (e demagogia a poco prezzo) è ritenere che potersi permettere l’acquisto di un’opera d’arte sia l’equivalente del mettersi in casa il Buddha in plastica di ebay per chi non può acquistare un’opera (stessa operazione decorativa etno-kitsch, differente potere d’acquisto).
      E’ questo su cui batte sempre il chiodo la comunità lucarossi invece di osservare e giudicare le opere in (qualsiasi) mostra.
      Ed è questo, fra l’altro, uno dei problemi (generalizzo: lucarossi non è così determinante, ma è lo specchio di un fenomeno nazionale piuttosto diffuso) del sistema dell’arte in Italia: le comparazioni a effetto che fanno tanto engagée con lo sciocchezziario e il retrivo (ricordo ancora la frasetta incommentabile, ma così suggestiva: “vincere questo premio è come mettere una bomba fuori da una scuola”…), cosicché si svilisca qualsiasi argomento, senza alcuna proposta alternativa concreta (a parte ordinare pizze, s’intende).

    • fan

      Grande!!

      • fan

        ho sbagliato, intendevo commentare sopra!!

  • Cara Cristiana. è tutto sullo stesso piano, l’arte non è una fortezza che fa eccezione, semmai è un laboratorio: Munari diceva: “saper vedere per saper progettare”. Chi mette le bombe davanti ad una scuola sbaglia esattamente come Cuoghi o Biscotti quando banalizzano certi riferimenti e citazioni. Perchè il fatto MACRO di cronaca che ci fa saltare sulla sedia deriva da tante MICRO idiozie che non possiamo vedere. Tante micro scelte idiote.

    Quando nostalgia fa rima con idiozia

    Ultimamente moltissimi giovani artisti fanno sistematico riferimento alla storia e al passato. Assistiamo ad un vero feticismo della citazione: peschiamo da wikipedia e formalizziamo come vuole la moda, sfogliando le fanzine giovanilistische Mousse e Kaleidoscope. La tecnica è quella di lavorare su immaginari accattivanti, esattamente come fa il cinema o la letteratura. E’ come se il giovane artista dovesse riempire ostinatamente un vuoto, o voler fare a tutti i costi l’artista. La citazione del passato fornisce un contenuto sicuro, spesso non criticabile e che permette di formalizzare in mille modi accattivanti: i calchi dell’aula bunker, le sculture e le facce divalolesche dei babilonesi, il rame e il piombo della centrale nucleare dismessa, le dimensioni della cella di aldo moro, riferimenti all’occultismo e alle donne barbute, riferimenti alla psicologia incrociati con immaginari di inizio secolo, recupero delle lettere degli anarchici, recupero della giornale di quel giorno del 1966, ecc. ecc. Giovani Indiana Jones scatenati che, come fossero nel fast food della storia, imbarcano citazioni e riferimenti con la stessa facilità e leggerezza con cui postano su Facebook. Costoro non hanno alcuna preparazione specifica, sola una conoscenza dozzinale da fast food; semmai assorbita leggendo qualche libro trovato in qualche mercatino dell’antiquariato mentre passano giornate tra Berlino e Amsterdam mantenuti dalla benemerita Nonni Genitori Foundation. Una nostalgia del passato che diventa idiozia, che diventa quasi una retorica per essere accettati da un paese per vecchi, da un occidente per vecchi. E’ come se questi giovani venissero pagati per il loro silenzio e la loro arrendevolezza dalla Nonni Genitori Foundation che trova le sue radici negli stessi periodi storici spesso esaltati dalle opere di questi giovani. Una “generazione nulla”, come la definisce Jerry Saltz in un recente Flash Art, che si lamenta sistematicamente per “un mondo che fa schifo” ma che poi non riesce a fare nulla e che procede nel più banale individualismo opportunista. Dall’italia molti scappano come eterni Peter Pan, sospesi tra una residenza d’artista e quell’altra, ma sempre impegnati a riempire ostinatamente quel vuoto con qualcosa che possa risolvere il loro disagio. Se il presente è deludente e il futuro incerto, non ci resta che esaltare il passato; quel passato che ad un’analisi superficiale appare mitico e portatore di valori sani e primari. Costoro non scappano solo dall’italia schiacciati da esterofilia e complessi di inferiorità, ma scappano anche da un presente e da un futuro che non sanno e che non vogliono risolvere. Tutto andrà bene fino a quando potranno lavorare bene di pubbliche relazioni e fino a quando la Nonni Genitori Foundation continuerà a pagare. Dopodichè, forse, costoro cresceranno.

    • Cristiana Curti

      E’ ripartito il loop…
      E comunque non condivido mai opinioni che banalizzano un elemento determinante come la citazione (da sempre infinito repertorio per l’artista non solo stilistico o formale ma anche contenutistico) e tendono a squalificarla senza motivo adducendo solo che “l’analisi è superficiale”. Ma in base a che? per quale criterio puoi affermare una cosa del genere che è esattamente come dire “mi piace o non mi piace”?
      Sono dispiaciuta di non poter procedere in questa poco interessante conversazione che deve essere ripescata da altre note in altri punti di Artribune per poterti dare spazio, mi sembra di dialogare con un frigorifero.
      Quando troverò un pensiero (uno solo) originale nel repertorio lucarossiano, potremo continuare. Grazie per la tua pazienza.
      P.S. il sostegno (in qualsiasi maniera lucarossi lo voglia chiamare) c’è sempre stato per l’artista, a partire dai tempi di Mecenate. Forse la storia non ti piacerà, ma coltivarla un poco impedirebbe certi svarioni di sostanza su cui si fonda tutta la sequenza dei copia-incolla. Difficile fare a meno di un aiuto esterno di qualsiasi natura (intellettuale, economica, di relazione, ecc.) per un artista che voglia diffondere la propria opera e non rimanersene in casa a “dipingere per sé” roso dal complesso dell’incomunicabilità. Dipende solo dalla qualità del sostegno e non dal fatto che esso esista.
      Difficile smontare quest’assunto, molto facile banalizzarlo e inserirlo in quel fragile contesto di presunti nepotismi (questione che fa tanta presa sul pubblico dei benpensanti) che nascondono l’incapacità, per chi fa di tutte le erbe un fascio, di comprendere davvero chi vale e chi no.
      Questo è quello che conterebbe invece oggi per l’arte italiana. Alcuni ci provano a “contarsi”, ma subito il coro dei Soloni si dà al consueto mugugno dei senzatetto.

  • Ottimo, direi

    Grazie Cristiana Curti per i suo interventi lucidi, sapienti e seri. E non dialoghi più col frigorifero, non ne vale la pena.

    • Cristiana Curti

      Grazie e Lei, e seguirò il suo consiglio senz’altro.

  • Angelov

    Leggendo i commenti di Luca Rossi, ho la sensazione di essere di fronte ad un testo-arte di quella corrente concettuale a cui appartengono Haacke, Weiner e Kosuth, tra gli altri: cioè ad interventi mirati a provocare delle reazioni calcolate nel lettore, quasi stimoli per indurre ad un risveglio intellettuale.
    Quando si è un po’ fatto l’abitudine a questo linguaggio, non lo si legge più per intero come gli altri, ma quasi glissandoci sopra.
    I suoi sono dei commenti come la carta vetrata.
    Alcuni addirittura al vetriolo.
    Sono ragionamenti chiusi quasi in se stessi, ma che hanno una veste ed una forma quasi artistica.
    Mi vien da dire: se fossimo in America, Luca Rossi, che in verità non conosco molto bene, e da poco, in verità potrebbe fare un passo ulteriore, che gli permetterebbe anche di fare accettare l’aspetto artistico creativo della sua personalità, ed aumentare lo spessore formale delle sue Opere.
    So che tutto questo può rasentare il patetico, ma tantè…

    • Cristiana Curti

      Angelov, per favore, non scomodare Kosuth. In retorica l’artificio della ripetizione delle frasi (e dei concetti) è alla base della disciplina e dello studio del linguaggio volto a divulgare e persuadere. E’ questione vecchia almeno quanto Lisia, e comporta l’analisi delle figure di pensiero, anche se credo lucarossi non abbia alcuna idea di quello che vado dicendo. Alcuni affermano che la reiterazione del concetto tende ad annullarlo (ad annullare l’efficacia dell’intento dell’oratore), altri il contrario. In ogni caso, nessuno prescinde dalla qualità dei contenuti, che devono essere – per qualsiasi argomento trattato – fondati su criteri di logicità e di argomentazione ben strutturata.
      Lo slogan è altra cosa. Implica la passività del pubblico, non il suo diretto coinvolgimento e pretende la cancellazione della facoltà critica.
      Ma non è importante scandagliare l’avventura semantica di lucarossi (ognuno ha il diritto di esprimersi come e quanto vuole, se rimane nei termini del lecito), quanto piuttosto rifiutarsi di fare il gioco massificante che certe reiterazioni implicano. Il pensiero unico e piatto, quello che tende a far credere che il bianco è bianco e all’opposto è il nero, e con ciò la questione è risolta.
      La mancanza di spessore del ragionamento critico contemporaneo in Italia (oltre alla connivenza degli artisti che sono i primi imputati perché rifiutano la ricerca di veri “promotori” culturali, e si affidano perlopiù – non tutti – ai curatori di grido) e la mancanza di una divulgazione giornalistica seria e non ìnvida (invidiosa della concorrenza) ma partecipe pur con le dovute differenze di opinione ha frantumato la consapevolezza dell’importanza della cultura artistica e ha permesso: a) l’inserimento a gamba tesa della politica deteriore nella gestione quotidiana di musei e enti culturali pubblici – e in parte anche di quelli privati anche se in maniera più subdola e meno appariscente; b) la conseguente dequalificazione di molti operatori del settore, dequalificazione che porta soggetti “altri” (assessori, burocrati, lacché, ecc.) a decidere della progettazione dei calendari culturali delle nostre città.
      Inutile inneggiare a Settis quando siamo tutti pronti a svenderci per un tozzo di pane al primo che promette un posticino al sole qualsiasi, in qualsiasi contesto, per qualsiasi occasione. Inutile osannare Dorfles (o Munari) per far credere di “essere” nel solco del buon tempo (o tempio) antico della serietà e della cultura quando nulla di quello che si fa (nel campo dell’arte) corrisponde ai nostri presunti modelli.
      Dorfles, Settis e Munari hanno costruito. Chi fra gli attuali epigoni può vantarsi di andare oltre il gnaulìo mascherato, a volte, da linguaggio da drive-in?
      Qualcuno esiste, naturalmente, ma la serietà, la dedizione, la professione – fra l’altro sempre malretribuite – oggi (anche qui su Artribune) sono spesso attaccate come antidemocratiche, come ostacoli di una “casta” che rugge per tenere tutto per sé un potere che la maggior parte di noi non sa in realtà neppure cosa sia.
      Il potere di decidere della qualità della nostra cultura (pubblica) è passato in trent’anni dai competenti agli incompetenti, ai faccendieri. Con il plauso o l’indifferenza di tutti (anche di quelli che si dicono contrari poi al singolo provvedimento, al singolo personaggio) e la delega a chi della cultura ha fatto business.
      Lucarossi non ha alcuna colpa in ciò. E’ solo lo specchio che riflette questa drammatica condizione e, come lo specchio, riflette ciò che è in atto ma non agisce mai.

      • Angelov

        Si, e lo ho già ammesso in passato di non avere degli strumenti culturali adeguati per dibattere questioni così profonde ed articolate.
        Quello che volevo dire, è che va riconosciuto a LR uno stile abbastanza inconfondibile, ma anche quella specie di immaturità che caratterizza le espressioni degli adolescenti nell’età della crescita, quella che a Milano si definiva come l’Età della Stupidera.
        Ripeto, il mio è un giudizio superficiale ed a spanne, che comunque mi ha forse permesso di stimolare in te un commento, che ho letto, come gli altri da te scritti, con molto piacere.
        Un tempo si diceva dell’esistenza dell’Università della Strada, cioè degli insegnamenti che si potevano avere fuori dalle istituzioni; e questo network di commenti estemporanei veloci ed improvvisati, mi fa ritornare a quel pensiero. Grazie ancora.

        • Cristiana Curti

          Grazie a te, Angelov. In parte avevo capito ciò che scrivevi, ma ora è ben circostanziato. E hai ragione. Poi, guarda, se pensi di non avere strumenti adeguati ti sbagli davvero. Quello che hai tu non ho io, e viceversa. E’ quello che non va avanti che non merita troppa attenzione. Ed è indubitabile che a me manchi del tutto quella conoscenza diretta che tu chiami benissimo l’Università della Strada, una mancanza che spesso rimpiango perché formativa dei migliori. Ma preferisco essere me stessa (magari pedante) che millantare ciò che non potrei mai essere per raccattare un voto in più… quindi ancora ti ringrazio per la franchezza.

          • L’argomento Luca Rossi e’ un argomento un po’ “frusto” (per usare una tipica espressione genovese) ma… tant’è finisce sempre per rispuntar fuori anche (e forse soprattutto) grazie alla reiterata insistenza dei suoi post di “critica” che si sostanziano nell’enunciazione ripetitiva di “slogans” privi di reale argomentazione con i quali provoca gli “altri” chidendo loro di argomentare “a contrariis”.
            Se vi divertisse seguire un battibecco un po’ più vivace (ed anche molto più “colorito”) vi consiglio di dare un’occhiata a questo :
            http://tavorartmobil.blogspot.it/2012/06/mario-pesce-fore-vs-luca-rossi_8745.html?spref=fb

          • Cristiana Curti

            Caro Luciano, la questione delle “argomentazioni critiche” attiene a una pratica che non tutto sanno, possono o vogliono esibire in un contesto come questo (sito di commentarii sulle notizie d’arte). Prova ne è che il 98/99% dei commenti su Artribune, e penso in altri siti come questo, sia di carattere puramente opinionistico (il cosiddetto “mi piace/non mi piace”) che invece io trovo lecito e anche opportuno (soprattutto se è di apprezzamento a una manifestazione, il che è SEMPRE positivo, anche se la manifestazione non incontra l’approvazione dei più).
            L’arte è fatta per essere apprezzata o non apprezzata a qualsiasi livello culturale: è “esposizione di sé” per eccellenza. Non vedo quindi perché svilire un sincero “mi è piaciuto” quando questo intende fornire un opinione che può essere condivisa o meno per quel che è.
            Qualcuno si sbizzarisce e “perde” (quando ne ha) un po’ di tempo ad approfondire.
            Ma trovo di poca o nulla sostanza (pur sapendo che non deve esserci alcuna censura) che si scambino per “argomenti critici” banali cantilene che recitano ciò che alla maggioranza piace sentirsi ripetere. Sa di propaganda elettorale e questo mi porta più a diffidare che ad apprezzare.
            Quindi, a scanso di equivoci, e perdona il gioco di parole, quando il “mipiace/nonmipiace” è proferito con passione (e in genere si nota), al contrario di quanto molti pensano, per me acquista un valore – in questo contesto – di cui tenere conto.
            Altrimenti, fondiamo una rivista di critica (e ce ne sarebbe bisogno…) e mettiamoci tutti alla prova. Poi vediamo chi “vince”…

          • Cara Cristiana, condivido pienamente quanto tu scrivi. Sulla difesa, legittimità ed anche interesse per chi legge, del mi piace/non mi piace (soprattutto se un po’ piú “descrittivo” della semplice affermazione, almeno quel tanto da renderne note le motivazioni) ho spesso polemizzato proprio con Luca che, invece, della sua condanna (per altro immotivata) ha fatto uno dei suoi slogans. Inoltre ho sempre scritto che, non essendo io un critico, se parlo di un’opera o di una mostra, ció che dico non puó che rientrare, appunto, in tale categoria.
            Mi rendo perfettamente conto che un commentario non è il “luogo” piú appropriato per una “recensione critica” ben articolata ma il punto, qui, era un’altro : la pseudo-critica e gli slogans spacciati per argomentazioni.
            Si dice spesso che la necessaria brevità di un commento impedirebbe la possibilitá di esprimere un vero giudizio critico, io vorrei che, chi ha quest’opinione, si leggesse gli articoli (quasi settimanali) di Jerry Saltz.
            Certo che una bella netzine di critica “ci vorrebbe” e se nascesse ne sarei certo un assiduo lettore … molto curioso di veder “chi vince” ;-)

  • Chiedete al Comune di Bologna quanto ha speso per Suf e Pea Brain.

    E’ un messaggio criptato, ma non troppo.

    Grazie.

  • bene, non argomento :-) vi riposto questo pezzo:

    Quando nostalgia fa rima con idiozia

    Ultimamente moltissimi giovani artisti fanno sistematico riferimento alla storia e al passato. Assistiamo ad un vero feticismo della citazione: peschiamo da wikipedia e formalizziamo come vuole la moda, sfogliando le fanzine giovanilistische Mousse e Kaleidoscope. La tecnica è quella di lavorare su immaginari accattivanti, esattamente come fa il cinema o la letteratura. E’ come se il giovane artista dovesse riempire ostinatamente un vuoto, o voler fare a tutti i costi l’artista. La citazione del passato fornisce un contenuto sicuro, spesso non criticabile e che permette di formalizzare in mille modi accattivanti: i calchi dell’aula bunker, le sculture e le facce divalolesche dei babilonesi, il rame e il piombo della centrale nucleare dismessa, le dimensioni della cella di aldo moro, riferimenti all’occultismo e alle donne barbute, riferimenti alla psicologia incrociati con immaginari di inizio secolo, recupero delle lettere degli anarchici, recupero della giornale di quel giorno del 1966, ecc. ecc. Giovani Indiana Jones scatenati che, come fossero nel fast food della storia, imbarcano citazioni e riferimenti con la stessa facilità e leggerezza con cui postano su Facebook. Costoro non hanno alcuna preparazione specifica, sola una conoscenza dozzinale da fast food; semmai assorbita leggendo qualche libro trovato in qualche mercatino dell’antiquariato mentre passano giornate tra Berlino e Amsterdam mantenuti dalla benemerita Nonni Genitori Foundation. Una nostalgia del passato che diventa idiozia, che diventa quasi una retorica per essere accettati da un paese per vecchi, da un occidente per vecchi. E’ come se questi giovani venissero pagati per il loro silenzio e la loro arrendevolezza dalla Nonni Genitori Foundation che trova le sue radici negli stessi periodi storici spesso esaltati dalle opere di questi giovani. Una “generazione nulla”, come la definisce Jerry Saltz in un recente Flash Art, che si lamenta sistematicamente per “un mondo che fa schifo” ma che poi non riesce a fare nulla e che procede nel più banale individualismo opportunista. Dall’italia molti scappano come eterni Peter Pan, sospesi tra una residenza d’artista e quell’altra, ma sempre impegnati a riempire ostinatamente quel vuoto con qualcosa che possa risolvere il loro disagio. Se il presente è deludente e il futuro incerto, non ci resta che esaltare il passato; quel passato che ad un’analisi superficiale appare mitico e portatore di valori sani e primari. Costoro non scappano solo dall’italia schiacciati da esterofilia e complessi di inferiorità, ma scappano anche da un presente e da un futuro che non sanno e che non vogliono risolvere. Tutto andrà bene fino a quando potranno lavorare bene di pubbliche relazioni e fino a quando la Nonni Genitori Foundation continuerà a pagare. Dopodichè, forse, costoro cresceranno.

    • Caro Luca, ho troppa stima della tua intelligenza per pensare che tu veramente ritenga che questo post rappresenti un’argomentazione! E’ certamente un po’ più lungo ed articolato del tuo “standard” ma rimane pur sempre un inanellamento dei tuoi consueti slogans.
      Naturalmente mi dirai che “questo non e’ il luogo opportuno” per un vero approfondimento e m’inviterai a seguirti sul tuo blog … o forse non lo farai perché sai bene che ti ho seguito sul tuo blog e ti ho già detto che non vi ho trovato “grandi approfondimenti”‘… ovviamente e’ anche possibile che sia solo colpa mia e che non sappia cogliere e comprendere le tue “argomentazioni”

    • zeglob

      luca dai, questa volta le ha prese di brutto, brutto, brutto

  • Ringrazio Luciano per aver segnalato lo spassoso confronto tra Luca Rossi e Mimmo Di Caterino. Ho trovato la lettura divertente, in particolare per il modo in cui Di Caterino smaschera Rossi (che in queste pagine critica Cuoghi e altri “giovani Indiana Jones” per l’abuso sistematico della citazione) evidenziando il tono saccente con cui il blogger di Whitehouse infarcisce i suoi interventi con reiterati riferimenti a McLuhan e a Chomsky, dimostrando poi scarsa consapevolezza dei concetti tirati in ballo. Con questo non voglio unirmi al coro di critiche contro Luca Rossi, che seguo con interesse, pur trovando a volte ingenue alcune sue posizioni, più spesso ambiguo e ipocrita il suo atteggiamento. Semplicemente ritengo, in accordo con Cristiana, che non sia certo il sistematico riferimento alla storia e al passato o il feticismo della citazione il male più grave del panorama artistico italiano contemporaneo. In parte condivido le sue riflessioni sull’ingerenza della politica e sulla dequalificazione degli operatori. Credo tuttavia che un contributo non indifferente al rinnovamento culturale possa giungere anche da segmenti esterni a quelli tradizionalmente implicati nel settore per devozione professionale. Anzi, forse proprio la nascita di un pubblico più consapevole, stimolata da ogni iniziativa mirata alla condivisione e alla partecipazione (dai commentari come quello di Artribune, ai blog, ai progetti educativi), può contribuire in maniera significativa ad una necessaria inversione di tendenza e al superamento delle logiche di nicchia conservatrici e autoreferenziali che alimentano una stantia concezione dell’arte, per fortuna in via di disfacimento.

    • Cristiana Curti

      Concordo con Vincenzo in relazione a quanto detto sull’opportunità di una più diffusa e comune partecipazione alla “vita dell’arte” (più semplicemente alla vita culturale) in Italia. E anch’io sono dell’idea che non tutto il bene arriva dalla pura e semplice “professione”, anzi. Rilevo soltanto che, mentre abbondano o iniziano ad abbondare le piattaforme “esterne” di condivisione delle esperienze – le quali ancora non trovano il modo, tuttavia, di superare particolarismi e piccole invidie che già tendono a scimmiottare le posizioni omologhe della “vita reale” – , parimenti diminuiscono in maniera pericolosa le voci della professione e della conoscenza pura (che è cosa bellissima..). Le quali voci, allorquando individuate, a furor di popolo diventano “icone” intoccabili (in realtà, Dorfles non è stato un grande artista e come saggista ha avuto anche qualche vistoso cedimento, mentre come autorità “produttiva” e figura appassionata e fattiva, oltre che memoria storica di primissimo ordine, non ha probabilmente rivali; lo stesso Settis mostra alcune durezze che contrastano con la necessità di modernizzare il sistema gestionale del patrimonio artistico, ma è certo che la sua autorità nel campo -anche politico- ha pochissimi competitori al suo livello), e sembrano possedere soltanto il potere rimasto a noi della loro citazione. Piuttosto che seguire buone orme, si preferisce citarle. E si nega vi siano dei veri epigoni di qualità. Il che è falso.
      Grazie per la bella piega presa dalla nuova conversazione.

      • AMMIRATORE

        finalmente, vedo una luce

  • fan

    Siete miopi e pigri.

    luca rossi ha nuovamente colto il punto.

    e se non siete capaci dell’umiltà necessaria a leggere ciò che scrive senza saltare sulla sedia avete ancora molto da lavorare su ciò che si dice consapevolezza.

    • Gmoroni

      “Chi mette le bombe davanti ad una scuola sbaglia esattamente come Cuoghi o Biscotti ” …
      inviterei gli artisti interessati a intervenire, su questo punto
      Cordialmente
      G

  • Sono passati 3 anni dalla morte di Michael Jackson.

    C’entra qualcosa?

    Tanto, ormai..

  • Kilgore Trout

    In questi casi si capisce il perché dello pseudonimo: mi rendo conto che nessun – nessun – critico italiano, tra i tre o quattro che sopravvivono, o artista o curatore potrebbe permettersi di criticare così apertamente alcuni degli artisti italiani giovani più cool e vezzeggiati da istituzioni e collezionisti. Quel che scrive qui LR è già materiale per un saggio – di cui ci sarebbe un gran bisogno, anche per noi artisti – proprio sulla tendenza para-culturale o pseudoculturale che sembra sbancare da alcuni anni tra gli ambiziosi a inizio carriera. Il resto degli interventi è, come quasi sempre, il rumore di fondo intergalattico che accompagna il passaggio delle comete. Finita la critica (i luoghi per, il pubblico per e la deontologia di), ci rimane il blog.

  • Gigmo

    Kilgore Trout, segnali di capire il perchè dello pseudonimo… di chi?
    Piuttosto il materiale depositato in questo caso è della signora Curti, e senza la K. e senza le bombe nelle scuole. G

    • loso

      concordo

  • Angelov

    Si dice “non saper più a che santo raccomandarsi”, ed in questo caso ci si è rivolti nientemeno che ad un Demone babilonese, andando proprio alle radici di qualcosa di molto sfuggente ed aleatorio.
    La mostra ha un che di scenografico, ma incute anche un senso di indefinibile e sottile ansia.
    Le sculture sarebbero senz’altro bastate da sole.
    Quella grande, in pietra bianca, al piano superiore, l’ho trovata molto interessante.
    Anche quella in pietra nera, che raffigura il Demone, ma in forma doppia, ed è l’ingrandimento di un originale al Louvre, è abbastanza impressionante.
    I lavori pittorici e i disegni, non mi sono sembrati all’altezza del lavoro in 3D.
    Su Wikipedia ho letto che questo Demone è anche presente, per citazione, nel film “L’esorcista”; ma forse ad Hollywood hanno un po esagerato.
    Mentre qui Cuoghi, sembra proprio aver fatto sul serio.

  • Herrington Leland Jeffrey

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