La pittura? È una bestia feroce

Quattro curatori per sedici artisti: BonelliLAB presenta una mostra collettiva in cui la forza ammaliante e dirompente della pittura viene raccontata nel lavoro di artisti di diverse generazioni. A Canneto sull’Oglio, fino al 14 luglio.

Giovanni Manunta Pastorello - Paesaggio - 2011

Quando si parla di rassegne di pittura contemporanea, il rischio di scivolare nell’annoso e inesauribile dibattito sul destino di questa tecnica artistica è alto: chi la vuole ancora viva e chi, per contro, la vuole ferma su un binario morto, incapace di reggere il confronto con l’era della sperimentazione. Da qui, profluvi di testi e note critiche per avvalorare l’attualità di una certa pratica pittorica o la contemporaneità di un’altra. Quasi ci si sentisse in dovere di prendere una posizione di difesa. Quale sollievo nel constatare che la mostra in corso da BonelliLAB – che presenta sedici artisti/pittori di diverse generazioni – parte invece da un altro punto di vista: non da una posizione ideologica, ma dall’essenza più viscerale di questa tecnica, dalla sua autorevole esistenza in quanto tale, senza troppe giustificazioni a carico.
I quattro curatori (Andrea Bruciati, Daniele Capra, Federico Mazzonelli e Alberto Zanchetta), invitati a spartirsi gli spaziosi ambienti della galleria presentando quattro artisti ciascuno, hanno creato un progetto attorno a due aspetti connaturati nel fare pittorico: quello più crudo, ferale e brutale e quello di natura più intellettuale e filosofica. Non una rievocazione nostalgica e romantica di certa pratica, ma un’indagine sul rapporto intrinseco e ossessivo che si rinnova costantemente tra la forza primigenia del medium e l’urgenza espressiva dell’artista. Un appassionante tête à tête fra lo strumento tecnico e la mente, in cui il potente mix tra razionalità e istinto produce arte. E la pittura, a volte più di altri mezzi, riesce a creare questa dimensione creativa e tensiva.

Come una bestia feroce - veduta della mostra presso il BonelliLAB, Canneto sull'Oglio 2012

Gli artisti presentati, si confrontano tra loro instaurando un interessante dialogo sia con le opere facenti parte dello stesso “ceppo curatoriale”, sia con quelle dell’intera esposizione. Un gioco sottile di rimandi che, nella peculiarità di ogni singola poetica artistica, orchestra un intenso percorso creativo d’ensemble. Il quartetto presentato da Federico Mazzonelli apre la mostra: Manfredi Beninati, Dacia Manto, Gioacchino Pontrelli e Caterina Silva con le loro opere eterogenee sfidano lo spazio, connotando una forma in divenire delle immagini pittoriche e dei segni, accentuandone contrasti e deviazioni. Nelle opere di questi artisti, l’ambiguità non è vista come dato negativo ma come condizione favorevole alla maturazione di un linguaggio che, sebbene frammentario, è ricco di sensibilità. Gli artisti scelti da Andrea Bruciati proseguono il percorso espositivo. Il confronto tra Francesco Clemente, Lorenza Boisi, Francesco De Grandi, Valerio Nicolai si manifesta in un eclettismo iconografico generato da un fluire pittorico che racchiude in sé ideale e tangibile. La realtà viene assimilata dalla pratica pittorica attraverso un procedimento che, da soggettivo (intimamente vissuto come condizione necessaria), si apre sulla tela a un’infinità di immaginari possibili, dispiegando orizzonti di nuove percezioni.

William Marc Zanghi - Rubber Island - 2011

La sezione allestita da Daniele Capra viene presentata come un ipertesto-pittorico in continuo divenire, in cui si intrecciano diverse relazioni e dinamiche. Le ricerche pittoriche di Giovanni Frangi, Matteo Fato, Giuseppe Gonnella e Aleksander Velišček, intersecandosi tra loro, danno vita a una visuale stratificata, combinando elementi appartenenti alla modalità estetica pura (Gonnella), alla sfera politico-sociologica (Velišček), all’analisi percettiva/visionaria (Frangi) e a quella più meta-artistica (Fato). L’ultimo “quarto” dell’esposizione è rappresentato dagli artisti scelti da Alberto Zanchetta. Le opere di Matteo Bergamasco, Fulvio Di Piazza, Giovanni Manunta Pastorello e William Marc Zanghi sono disposte in un allestimento a metà tra quadreria e deposito. Gli effetti e affetti personali dei singoli artisti sono esposti su piedistalli, a creare piccoli e curiosi cabinet contemporanei che svelano bizzarrie e normalità dell’artista d’oggi. Le singole intuizioni pittoriche dei quattro artisti vengono convogliate in una  lettura iconografica e allegorica che Zanchetta ripercorre rispolverando curiose consuetudini tra due figure di animali (l’asino e la scimmia) e quelle di pittori e critici.

Serena Vanzaghi

Canneto sull’Oglio // fino al 14 luglio 2012
Come una bestia feroce
a cura di Andrea Bruciati, Daniele Capra, Federico Mazzonelli e Alberto Zanchetta
BONELLILAB
Via Cavour 29
0376 723161
[email protected]
www.bonelliarte.com

CONDIVIDI
Serena Vanzaghi
Serena Vanzaghi (Milano, 1984) è laureata in Storia dell'arte con una specializzazione incentrata sulla promozione e l'organizzazione per l'arte contemporanea. Dal 2011 si occupa di comunicazione e progettazione in ambito culturale ed editoriale.
  • giuseppe (palermo)

    la solita pitturaccia da copridivano

  • orc

    pure Capra si è messo a curare mostre di quadri, chissà perchè

    • Semplicemente perché la pittura esiste, è viva, e funziona esattamente come gli altri mezzi espressivi. Il resto è sterile polemica.

  • In Italia c’è molta confusione sulla pittura. Purtroppo si ritiene arte, molta pittura commerciale.

  • dust

    è bello definirsi “curatori” di mostre fatte con artisti già noti; si torna alla pittura perché è il trend delle ultime fiere, perché a un certo punto ci si mette silenziosamente d’accordo su questa nuova tendenza (ovviamente in base a tornaconti economici)… il tutto avviene, magari, dopo aver trattato con disprezzo pittori che per anni hanno proposto il proprio lavoro ai suddetti galleristi/curatori, che ovviamente non hanno mai tempo di visionare i book, come se quello di gallerista/curatore fosse un secondo lavoro, da affiancare alla salumeria o all’impiego al catasto.
    aboliamo la figura del curatore, che è sempre più uno che sceglie gli artisti sui giornali o alle fiere, e sempre meno – se mai lo è stato – un talent scout dotato di umiltà, competenza e pazienza

  • Forse l’annoso dibattito sul destino della pittura è ancora vivo perché ci si ostina a proporre guazzabugli dal sapore postmoderno, che nulla hanno più da dire, in tempi in cui la ricerca dovrebbe incamminarsi lungo percorsi molto meno istintuali. Considerare la pittura “bestia feroce” o “amante insaziabile e possessiva che fa perdere la lucidità” significa insistere sul mito ormai logoro della forza dirompente della gestualità senza freni. Così facendo si legittima il dubbio di chi sostiene che la pratica pittorica sia ferma su un binario morto, quando invece proprio i codici della tradizione offrono oggi gli strumenti più adeguati per il recupero identitario e la rappresentazione del presente. Purtroppo scivolare nell’inesauribile dibattito sulle sorti della pittura è ancora una necessità, più che un rischio.

    • Caro Vincenzo, perdonami ma non è così. L’urgenza e la necessità espressiva non si sostantificano necessariamente in quel tipo di estetica che fa della rapidità e dell’esacuzione i perni centrali del proprio essere. Sbaglierebbe di molto chi pensasse in questo modo. E poi basta guardare le immagini per capire che non è così.
      La pittura è cosa mentale, e lo è sempre stata. La mostra vuole raccontare come questo mezzo sia ancora qualcosa che mette in gioco l’artista nel proprio midollo con le proprie mani. Non si tratta di fare polemiche sull’attualità/inattualità del medium. Semplicemente è un mezzo in cui è necessario partecipare e militare fino in fondo.

      • Mi perdoni lei, ma ho l’impressione che stiamo dicendo la stessa cosa. Mi stupisce a questo punto che abbia condiviso e contribuito all’elaborazione del testo introduttivo alla mostra, dal quale cito (e citavo anche nel mio commento precedente):
        “La pittura è per gli artisti una bestia feroce: l’amante insaziabile e possessiva che fa perdere la lucidità, che ammalia e soffoca e che fa rimuovere tutto il resto. ”
        Non mi sembra una definizione che possa collimare con la sua ben più condivisibile affermazione: “La pittura è cosa mentale, e lo è sempre stata”. Alcune sue scelte linguistiche e curatoriali lasciano intendere che forse quella predilezione per un tipo di estetica basato sulla strabordante e non sempre meditata urgenza espressiva, che vorrebbe impropriamente attribuirmi, le appartenga più di quanto lei stesso sospetti. In ogni caso apprezzo la sua disponibilità al dialogo e ci tengo a precisare che le mie osservazioni volevano essere generiche e non miravano a sminuire la professionalità e le competenze di nessuno degli artisti e degli operatori coinvolti, che meritano ovviamente il mio rispetto e quello di tutti i commentatori. Mi spiace che a volte si scada in polemiche sterili che non aiutano a elevare la discussione e a renderla costruttiva.

        • Caro Vicenzo, grazie per la precisazione.
          Ma quell’idea che citi è proprio mia. Mi riferisco all’amore dell’artista per il proprio mestiere. Nella mia esperienza ho trovato frequentemente che chi pratica la pittura avverta il bisogno di lavorare tutti i giorni (“nulla dia sine linea”) con una carica di concentraione forte ed intensa: per questo è un’amante che richiede attenzione. Non c’è spazio per la distrazione.
          Conosco almeno un paio di artisti che hanno anche lottato per non dipingere tutti i giorni, per non rimanere stritolati dalla forza eccessiva della pittura, che ti chiede di occuparsi di lei tutti i gorni.

          • Non sapevo che l’amore per il proprio mestiere facesse perdere la lucidità e continuo a pensare che la metafora sia discordante con una concezione della pittura come attività mentale. In ogni caso accetto per buona questa sua diplomatica spiegazione e qui mi taccio, affiancando al suo “nulla dies sine linea” un altro famoso motto attribuito ad Apelle, che rivolgo a me stesso come monito per aver giudicato valicando i limiti delle mie competenze: “Ne supra crepidam sutor iudicaret”.

  • mauro gomez

    Matteo Fato e Manfredi Beninati non c’entrano nulla in questa selezione di quart’ordine, fa specie che abbiano partecipato a una cosa del genere.

  • mario

    ma la mostra l’avete vista o parlate per partito preso?

  • Manlio

    La pittura non ha più nulla da dire. E chi si occupa d’arte contemporanea dovrebbe smetterla di fare l’ultra conservatore e guardare oltre…

    • oblomov

      non è vero che la pittura non ha più niente da dire… si vedono così tante cose disgustose spacciate per “installazioni” che rappresentano banalità, idee senza senso e materiali logori e privi di intrinseca bellezza…sempre meglio un bel quadro…

    • Forse è la gente come te che non ha occhi per vedere…

  • La pittura è morta ? I primi che lo affermarono sono belli e sepolti da un pezzo.
    Certo, c’è pittura e pittura. In Italia è difficile vederne di buona.

  • mario

    ripeto: ma la mostra l’avete vista? senza azioni concrete i vostri sono solo sproloqui e non alimentate alcun dibattito costruttivo

  • Giulia

    Forse a questi giovani pittori manca quella conoscenza della grande pittura contemporanea estera che rifiorisce continuamente dagli anni novanta a oggi.

    In Italia non vengono proposte mostre di artisti come Tuymans, Doig, Peyton, Sasnal e nelle Accademie se ne parla a malapena. Fa dispiacere però che artisti e curatori non si facciano l’occhio almeno sfogliando i cataloghi degli artisti che ho nominato, capirebbero tante cose…

    annarumma dice bene quando ricorda che la morte della pittura è un concetto superato (l’inventore del detto fu Douglas Crimp e ne fece un uso infantile e puramente personale, contro una curatrice che gli stava antipatica). La pittura è viva per definizione.

  • andrea bruciati

    Doig, Peyton, Sasnal… Venezia 9 anni fa… Tuymans due anni prima

  • dust

    Bravo Bruciati, hai studiato. Ma se un artista che non sia mai stato in fiera o in galleria ti manda il suo book o ti invita a guardare i suoi lavori tu cosa fai? Estendo la domanda agli altri curatori, e vi prego di rispondermi onestamente, anche perché si fa presto ad essere smentiti su un sito così frequentato.

    • Personalmente guardo tutto, ma se posso preferisco lo studio visit. Non ho sempre il tempo per scrivere dettagliatamente ciò che penso, quindi spesso resto in contatto con gli artisti che trovo più interessanti. E penso che questa sia la prassi di molti colleghi.

      • Bene, anzi benissimo per la “studio visit” ma che questa sia la prassi di “molti” tuoi colleghi… mah! temo sia un po’ una pia illusione a meno che non sia riferita alla solita decina “presa sotto l’ala” … di curatori che vanno veramente in giro per visitare studi di artisti che poco (o per nulla) conoscono me ne vengono in mente davvero pochi anzi, purtroppo, nessuno !

  • Giulia

    Il mio non voleva essere un commento negativo al lavoro di questi quattro curatori che stanno facendo molto bene a impegnarsi così a fondo nel riportare il dibattito pittorico in Italia. Tuttavia le Biennali che cita Bruciati risalgono ormai a un decennio fa e non è detto che le opere siano state assimilate, erano anni in cui molti di questi giovani pittori dovevano ancora finire gli studi superiori.

    • Conosco personalmente quasi tutti i pittori presenti in mostra e ti posso dire che i nomi internazionali citati sono più noti di quanto si possa immaginare. E basta dire che gli artisti italiani sono ignoranti. Conoscete un po’ di americani e poi ne riparliamo…

      • “Conoscete un po’ di americani e poi ne riparliamo…” aggiungo e non solo Americani ed applaudo e sottoscrivo!!!

  • @ dust: Non credo che, a livello metodologico, un curatore abbia l’obbligo di visionare tutti i lavori che gli vengono segnalati: con la massa di artisti in cerca di visibilità che c’è oggi in circolazione potrebbe anche diventare una perdita di tempo controproducente, che confonde solo le idee. Un buon curatore ha idee chiare e segue con criterio percorsi lucidi nella propria ricerca. In altre parole, più che di artisti a caccia di curatori ci sarebbe bisogno di curatori a caccia di artisti. Poi certo, ogni artista ha la necessità di mostrare il suo lavoro, ma l’attenzione va conquistata, non è dovuta. Sono d’accordo con te, però, se la tua era una semplice provocazione per stigmatizzare alcune pratiche curatoriali un po’ troppo “pigre”.

  • dust

    grazie Vincenzo per aver colto la provocazione, che miravano a porre l’attenzione sia sulla pigrizia e sul conformismo di certi curatori, sia sulla necessità di ridimensionare la figura del curatore stesso… ma tu o qualcun altro potrebbe indicare agli artisti legittimamente desiderosi di far conoscere il proprio lavoro qualche ragionevole e concreta strategia per “conquistare l’attenzione”? Chi, oggi, può e DEVE – ripeto DEVE – assumersi “l’onere” di visionare il lavoro degli artisti?

    • dust

      era “mirava”, naturalmente

      • Non credo proprio di essere la persona adatta a rispondere. In ogni caso, un consiglio: non farti prendere dall’ansia del consenso e della legittimazione, rende le persone opprimenti! Rivolgiti a chi considera osservare il tuo lavoro un piacere più che un “onere”. Fai arte per nutrire la tua anima, e se con l’arte non riesci a nutrire il corpo, ci sono tanti mestieri adatti a persone intelligenti e creative. I riconoscimenti verrano, se vali. Altrimenti ti resterà la ricchezza interiore che deriva dall’applicazione dell’ingegno e della creatività. Che è pur sempre una gran cosa. Pensa che c’è tanta gente che si accontenta di restare sul divano a guardare la TV!

        • Ottima risposta Vincenzo, assolutamente da condividere.
          @dust “Chi, oggi, può e DEVE – ripeto DEVE – assumersi “l’onere” di visionare il lavoro degli artisti?” caro dust: tutti “possono” ma nessuno “deve”. Un buon curatore, come giustamentenota Vincenzo, seguirà i suoi percorsi di ricerca, mostrargli il tuo lavoro, se ti riesce, potrá forse tornarti utile e forse no… ma sei proprio sicuro di avere l’assoluta necessità di trovare un curatore? Non hai mai pensato che puoi anche far da solo? O forse sei di quelli che ancora sognano “l’incontro fatale” che di colpo ti scaraventa nelle “gallerie che contano” ?… convinciti che la probabilità di un tale evento è piú o meno la stessa di quella della vincita al Superenalotto! Einstein diceva che la fisica teorica era per il 25% ispirazione e per il 75% traspirazione la via dell’arte allora è 10% ispirazione 10% traspirazione e 80% pazienza!

        • oblomov

          vero, Vincenzo.

        • rufus

          Bella risposta Vincenzo. Condivido in pieno.

  • dust

    Sono risposte vaghe e generiche e, pur non essendo risposte ad un problema preciso, sono comunque riscontri, per cui grazie. Molti artisti faticano a trovarne altrettanti da parte di chi, diversamente da quanto onestamente ammette Merola, sarebbe “adatto” a rispondere. Non credo, caro Gerini, nell'”incontro fatale”, così come non credo che l’arte debba maturbatoriamente nutrire lo spirito di chi la fa. L’arte è un mestiere. Dunque quali professionalità coinvolge? Se un curatore non è tenuto a visionare i book degli artisti, ma limita il suo lavoro a contatti con le gallerie trendy, pubbliche relazioni tra i corridoi delle fiere e inviti agli amici degli amici, allora a chi spetta valorizzare e incoraggiare gli “esordienti”? Io davvero non capisco… Come possono farcela “da soli”? State scherzando, vero?
    Purtroppo alcuni curatori stanno nell’Olimpo e sono particolarmente inavvicinabili, ma anche quelli più “giovani” sovente si uniformano all’atteggiamento di disprezzo e superficialità degli “arrivati” (non sto ad intavolare la questione dei galleristi). Come si fa ad “arrivare” a un curatore? E cosa c’è di male nel sognare di esporre da Massimo De Carlo piuttosto che nella collettiva della sagra del Peperone?
    Però, per favore, che si risparmi – non solo a me, ma a tutte le persone che faticano per affermarsi – il luogo comune “i riconoscimenti verranno, se vali”. Purtroppo la realtà che ci circonda va da tutt’altra parte (anche questo è un luogo comune, ma provate a confutarlo).

    • Caro dust le risposte sono vaghe perché, altrimenti ti direbbero solo dell’esperienza di Tizio o di Caio, magari interessanti, ma ovviamente troppo personali e limitate per essere “utili”.
      Io temo che il tuo problema sia quello di vedere quello dell’artista come un “mestiere”.
      Se lo ritieni tale non e’ a noi che devi chiedere e guardare ma al mondo dei “mestieri” : guarda che cosa fa il pizzicagnolo, l’idraulico, l’avvocato, il tappezziere, il restauratore di mobili. Fatti una cultura di marketing, studia come contattare le persone che contano nel “tuo mestiere”, come ingraziartele, segui la corrente, se ci riesci anticipala, produci cose che hanno mercato oggi, studia le strategie di vendita, investi in pubblicità… ecc. ecc.
      Ricorda. pero’, che quello che tu farai non sara’ “arte” ma un prodotto da esitare sul mercato come tanti altri… e non t’illudere che se sarai stato bravo (e fortunato), arriverà il giorno, quando sarai “arrivato, in cui potrai finalmente fare quello che hai oggi in mente. Primo perché, probabilmente, quel giorno neppur tu saprai più che cosa fosse, secondo perché non ti sara’ permesso, pena il veder “fallire” il tuo “mestiere”.
      Certo, quello del curatore e’ (non sempre ma spesso) un “mestiere” e quello del gallerista lo e’ nel 90% dei casi e quindi rispondono, quasi sempre, alle regole dell’esercizio di un “mestiere… ed e’ proprio qui che nasce il problema… perché, al di la’ di quello che “dovrebbero” o “potrebbero” fare devono (qui si’ il verbo dovere ci sta’ tutto) badare a che il “loro mestiere” sia produttivo (di denaro) e continui ad esserlo nel tempo.
      C’e’ chi punta sulla propria abilita’, lungimiranza ed esperienza e chi preferisce la via “facile” di puntare su i “nomi già noti” e sui “prodotti già affermati”. Biasimeresti il tuo pizzicagnolo se, invece di perder tempo andando a cercare prosciutti e salami sopraffini ma sconosciuti, si concentra a vendere quelli più pubblicizzati e richiesti dalla clientela?
      Non c’e’ nulla di male nel sognare di esporre da De Carlo (e forse non bisognerebbe mai decidere di esporre alla Sagra del Peperone) ma il “manuale pratico” non l’hanno ancora scritto e, probabilmente, non lo scriverà mai nessuno.
      “allora a chi spetta valorizzare e incoraggiare gli “esordienti”?” … potrei risponderti che dovrebbe spettare allo Stato (ma la cosa, soprattutto di questi tempi, meriterebbe solo un’amara risata) o dirti che ci sono migliaia di “concorsi”, “gare”, “premi”, che ci sono decine di “bandi per residenze” ecc. ecc. ma sarei ipocrita perché’ so’ bene che, quando non sono “bufale” sono farse in cui i “winners” sono (almeno ad alcuni) già noti prima che sia promanato il bando. Una risposta positiva pero’ te la voglio dare lo stesso : Chi? L’esordiente! Se hai tutta questa urgenza di “arrivare” muoviti, lavora, informati, frequenta artisti giovani e men giovani, giovani critici e giovani curatori e magari vattene per un po’ all’estero; organizzati con altri, trova locali temporaneamente non utilizzati per esporre, usa la rete, i social-networks e tutto quel che ti viene in mente per far conoscere le tue iniziative… ma stai attento scivolare nella china del “mestierante” e’ molto, molto facile.

      • dust

        Risposta è molto bella e “sentita”, Luciano. Ma io non considero “un problema” avere un concetto di arte come di “mestiere” (senza scivolare nel “mestierante” cui fai riferimento in chiusura, e di cui colgo bene la differenza sul piano semantico). Non lo trovo degradante, così come non lo hanno trovato degradante nei secoli scorsi. Probabilmente ho adoperato un termine infelice, avrei dovuto scrivere “lavoro” o “professione”. Ho ribadito questa mia convinzione perché, per esperienza personale – e sono certa anche dei tanti Tizio e Caio che conosciamo entrambi – spesso si tende furbescamente a traslare la pratica artistica su un piano, diciamo così, “idealistico”, quasi trascendentale, secondo il quale l’artista è una creatura superiore appagata dal proprio genio creativo o, nel deteriore dei casi, dalla vetrina offertagli. Il che fa presto a trasformarsi in pretesto per non pagare, o sottopagare il lavoro, o imporre all’artista condizioni-capestro e ricatti di varia natura. L’artista lavora, e non va sfruttato. E chi ambisce ad essere tale deve avere la certezza di misurarsi con un ambiente di professionisti. Cosa c’è di squalificante?

        • Cerco di risponderti brevissimamente soprattutto per evitare malintesi: un mestiere (qualunque esso sia) se onesto ed onestamente esercitato non solo non è degradante o squalificante ma onorevole e degno del massimo rispetto.
          Lungi da me l’idea dell’artista “essere superiore appagato dal suo genio creativo” anzi ti dico chiaramente che chi lo pensa è, in genere, un imbecille.
          Se riesci (o se riuscirai e te lo auguro di tutto cuore) a mantenerti con la tua arte farai benissimo a farlo e sarai degno di lode e considerazione.
          L’errore, a mio modesto avviso, sta nel porre come prioritaria l’idea di “campare d’arte” perché, fin troppo spesso, porta nella china del “mercato” che, di necessitá, comporta compromessi tra ció che vuoi “comunicare” e ció che il “mercato” è disposto ad “acquistare” e, inoltre, porta, altrettanto spesso, a preoccuparsi piú di quello che “altri” potrebbero o dovrebbero fare per te piú di quello che tu puoi e devi fare per te e per gli “altri”. Io credo che un artista debba portare avanti la sua ricerca, il suo percorso, fare tutto ció che gli riesce per renderlo noto e visibile e se riuscirà a campare di quello tanto meglio, se no si troverà un’altra fonte di sostentamento ma, quanto all’arte sua, tirerà diritto per la sua via. Tutto qui.

  • salvatore fazia

    ma, a nessuno viene più in mente che la pittura ha che fare con la vita, e che la biografia deve essere l’argomento della pittura, per cui la proprietà dello stile è quella propria di una biografia personalmente riconosciuta e ricostruita dall’artista, il quale ha i suoi posti, i suoi umani, le sue caratterizzazioni e le sue iconografie. Non si può che dipingere qualcosa della propria memoria, ed è questa memoria della vita, la sua immaginazione che interessa: non esiste LA PITTURA, esiste la mia pittura, la tua, la sua… La qualità è data dalla singolarità e dalla universalità, dal piacere di aver trovato qualcosa di impensato, la pittura è bella quando scopre una conoscenza, qualcosa che d’ora in poi fa compagnia. Vivendo ho visto delle cose, delle pose, che…

  • Pingback: La pittura? È una bestia feroce | Artribune « RINASCITACULTURALE()

  • otis

    Ma perché non vedere questo mezzo come il più rapido e economico metodo di espressione? O dobbiamo necessariamente fare installazioni con 500.000 biglie di acciaio o esporre animali segati in due per veicolare idee e ricerca. Perché porsi il problema del “tabu del tabu” quando oramai tutto viaggia in una situazione liquida? Certo, riempire tele o carte con elucubrazioni barocche all’LSD incerte se mostrare bravura tecnica (ma perché?) o idee non è – a mio modestissimo avviso – il modo migliore per glorificare il mezzo. Ci sono esperienze, come quella di Tapies e Manolo Millares, a suo tempo sfociate nell’arte povera elaborata da altri autori, che andrebbero riprese, ripensate e incanalate in altre ricerche perché ancora straordinariamente attuali. Non credo che il mio sia un atteggiamento romantico o nostalgico. Almeno lo spero…

  • oblomov

    L’arte non dovrebbe essere un “mestiere”, almeno per l’artista…anche se vediamo che molti casi sono stati studiati bene, programmati a tavolino con critici e galleristi (quelli si che fanno un mestiere)..e hanno ottenuto il successo, quel successo fatto di interviste, presenze, vendite ecc ecc. però l’artista dovrebbe esserlo sempre, non “diventarlo”. Si possono apprendere le tecniche, sempre nuove, diverse, difficili ma l’arte si ha dentro..allora l’artista conserva la sua dignità, il suo compito,sia che esponga alla fiera del peperone sia da de Carlo..e lo farà con gioia. Alla fiera del peperone ci sarà gente toccata dalla sua arte, famiglie, bambini che invece di stare a casa sul divano a vedere la tv vanno alla fiera del peperone…perchè non sarebbero invitati forse dal gallerista prestigioso, o non ci hanno mai pensato…e allora? qual è il problema? se l’orientamento all’arte per un individuo è autentico non ne fa una questione di posti…invece uno seleziona per non sembrar sfigato…mah….tutta questa enfasi sui giovani dovrebbe essere posta in atto affinchè i giovani trovassero un lavoro o professione per poter far fronte alla vita…secondo me enfatizzare il giovane artista che giustamente vuole vivere del suo lavoro porta i giovani a scimmiottare, a frustrarsi e creare circostanze deludenti con l’ottica del tutto e subito, non maturano anche se trascorrono due mesi in residenza (è pieno di offerte) …l’arte non è dei giovani o dei vecchi….dovrebbe star fuori da queste demarcazioni…premi e corsi e varie cose vengono ormai proposte solo a gente da 18 ai 31 anni…assurdo…un giovane dai 18 ai 31 potrebbe lavorare come commesso o impiegato o professionista o artigiano…per l’arte c’è tempo, l’arte non ha tempo, magari potrebbe un lavoratore esporre le sue opere alla fiera del peperone ed essere contento guadagnando il pane con un altro mestiere…e i galleristi dovrebbero andare più spesso a visitare le fiere dei peperoni, troverebbero dei fiori dentro la “discarica” anzichè inseguire le sterilità dei prodotti di accademie e residenze….

  • dust

    Oblomov, non so se hai notato, ma nei miei precedenti interventi non ho mai usato la parola “giovane” o “giovani”. Anche per me i limiti d’età hanno poco senso (specie perché per me una persona di 31 anni non è più un giovane in formazione, Masaccio è morto a 27 e di certo aveva meno occasioni di evolversi rispetto a un ventenne di oggi, che può avere una visione globale e ha più tecnologie a disposizione). Sui concorsi pilotati ha già detto – bene – Gerini, non sento di aggiungere altro. In quanto alla pigrizia e allo snobismo di certi curatori, sfondi una porta aperta. Purtroppo stiamo continuando questa discussione “tra noi”. Per carità, piacevolissima e utile, ma sarebbe bello che qualcuno dei soggetti chiamati in causa intervenisse direttamente per darci il suo parere.

  • Giovanni Frangi

    Sono stato invitato da Daniele Capra a partecipare alla mostra ispirata al famoso romanzo di Edward Bunker , ho esposto quattro grandi carte eseguite appositamente e dedicate al Giappone . Molti artisti presenti non li conoscevo ovviamente per mia ignoranza , sono stato all’inaugurazione , gli spazi sono del tutto speciali e la mostra aveva un ottima energia . Non so valutare ogni singolo lavoro ma sono rimasto allibito per la polemica piccolo borghese che una mostra del genere ha generato . Non sono mai stato un paladino della pittura – pittura alla Jean Clair ma veramente ne facciamo una questione di linguaggio , di internazionalità ! Se andiamo da Saatchi a vedere una mostra di artisti tedeschi dell’ultima generazione siamo prostrati, attenti e riguardosi mentre a Canneto ci possiamo permettere dii dire che anche Daniele Capra fa mostre di quadri , e se avesse fatto una mostra con dei sassolini sparsi sul pavimento saremmo tuttti contenti , quella è vera ricerca , boh non lo so , io credo che nell’arte la ricerca non ha confini , non è nel mezzo ma nell’intenzione .
    Mi sembra un ovvietà adesso che la rileggo ma evidentemente il rischio della retorica ci assiste sempre , cosi può essere considerato un retore grandioso De Chirico che dipingeva solo usando l’olio di noci ma altrettanto retorici sono tuttii nipotini di Beuys o chi per lui . La verità evidemente è molto più complicata .

    • filippo

      bravo Giovanni!!! oggigiorno se non ti fai le seghe mentali esponendo 12 kg di sassolini stesi per terra ad indicare la fragilità della figura umana rispetto alla strapotenza dei banchieri che governnao la società assieme alle multinazionali non sei nessuno….propongo che le seghe invece che mentali diventino, spesso e volentieri, fisiche…così a mani occupate non si scriverebbero più certe cose….prive di contenuto….

      • Giovanni Frangi

        quando ce vò ce vò si dice così ?

    • LorenzoMarras

      lei Frangi non ha sicuramente il dono della perspicacia e glielo dico senza polemica, ovviamente in senso di rispetto, nonostante la sua manifesta ostilita’ che ha dimostrato avere verso di essa.
      La battuta circa i “sassolini” è francamente sciocca sopratutto come ella l’ha linguisticamente formulata in altrettanta falsa contrapposizione con “lapittura” che sembra basti nominarla per stare in pace con se stessi.
      Chissa’, a giorni vedremo anche Maurizio Cattelan scendere “nell’arena” con qualche paesagetto con i tronchi d’albero colorati di marrone e le nuvole alla fumetto Uomo mascherato, che ha sottratto dallo zaino del figlio del vicino di casa.
      Vah che concorrenza.
      I “pittori” questi eterni faziosi.

      • Giovanni Frangi

        la mia mancanza di perspicacia sta certamente nel fatto di non essere stato abbastanza chiaro tanto da essere capito !
        I sassolini li adoro tanto è vero che ho fatto una mostra a Francoforte, qualche anno fa che si intitolava Sassisassi, e poi uno degli artisti che amo di più e Richard Long che di sassolini se ne intendeva. Per quanto riguarda Cattelan può usare anche gli acquarelli e fare quello che gli pare anche gli alberi con qualsiasi colore in ogni caso è un grande artista !

        • Lorenzo Marras

          e questo le fa sicuramente onore Frangi perche’ d’altro canto Artribune offre a ognuno la possibilita’ di chiarire cose che, magari, sono state mal consigliate da chissa’ quale momentaneo attacco di bile.
          Scherzavo su Cattelan (se è permesso farlo,ovvio) giusto per sdrammatizzare il confronto ed anche se non sono d’accordo intorno alla sua locuzione GRANDI, soprassediamo.
          saluti Frangi le auguro buon lavoro.

    • Gentile Frangi,
      per quanto faccia piacere il suo coraggioso intervento in questa piattaforma di pubblica discussione (mentre appaiono inadeguate e fuori luogo le banalizzazioni di qualche suo sostenitore) è triste scoprire che lo stimolo per la sua replica è nato da qualche sterile commento polemico. Sembra invece che lei abbia completamente ignorato le osservazioni di tutti i commentatori che, pur sostenendo la legittimità di ogni mezzo espressivo e pur avendo in parte dimostrato una certa predilezione per il linguaggio pittorico, considerano superficiali certe linee curatoriali e povere di contenuto alcune scelte artistiche. Poiché lei giustmente afferma che la ricerca non è nel mezzo ma nell’intenzione, un suo intervento volto a esplicitare il senso della sua opera e la portata dei contenuti che essa veicola sarebbe risultato molto più utile sia ad innalzare il livello del dibattito, sia a sostenere la fondatezza delle scelte curatoriali di Capra e il valore della sua opera.
      Condivido lo sdegno per le polemiche piccolo borghesi e salottiere e mi auguro che lei non sia intenzionato a incentivarle. I membri di questa community non mi sembrano affatto tutti prostrati e riguardosi come lei li descrive, anzi sono spesso attenti osservatori e commentatori ben armati di competenze argomentative. Forse se si disponesse meglio all’ascolto e alla lettura riuscirebbe a percepire la buona fede e la volontà costruttiva che abbondano in molti interventi.

    • Penso che Giovanni Frangi individui due problemi evidenti nella critica italiana e nella percezione degli addetti ai lavori: l’esterofilia (a), e la percezione della pittura come scelta regressiva e commerciale (b).
      Semplificando:
      a) l’esterofilia è semplicemente un fatto che deriva dall’inadeguatezza del sostegno pubblico (i galleristi e gli artisti italiani devono fare tutto da soli), per cui chi va all’estero ha la percezione che il nostro Paese non conti niente (il che non vuol dire che non venga prodotta ricerca di valore!);
      b) il secondo aspetto deriva dagli anni Novanta e dalla reazione alla Transavanguardia e agli anni Ottanta, con l’esito quasi di cancellare la generazione degli artisti nati negli anni ’60.

      Penso che discutere senza tener conto di questi aspetti non sia produttivo.

      • Condivido tutto in linea teorica. Non crede tuttavia che qualcuno fra gli artisti invitati da lei e dai suoi colleghi strizzi un po’ troppo l’occhio al mercato, favorendo magari la diffusione dell’errata percezione della pittura come scelta regressiva e commerciale?

        • Giovanni Frangi

          Ma caro Merola in una mostra con venti artisti non saranno tutti degli stinchi di santo e poi questo vedere il mercato come un demonio forse può essere anche un equivoco ! come la mettiamo con Schifano e se avesse fatto un capolavoro come certamente ha fatto solo per servire il mercato ? e con i mille tagli di Fontana ?

  • Vito triolo

    …..e se una persona s accorgesse dopo i 30 anni di essere un artista?…dopo che ha una casa da mantenere..un ritmo lavorativo da mantenere?..o avesse anche delle difficoltà economiche?..ma svegliatevi!…pensate che tutti vivano a contatto con l arte sin dalla nascita…che il padre se ne accorge e lo porta in qualche bottega ad imparare il mestiere?….uscite dal vostro guscio dorato!..proponete un arte inutile che non racconta nulla…come mai l Italia non riesce a creare artisti internazionali?..è questa la domanda da porsi!

  • io produco molte cose diverse: dipingo, faccio video, disegno e scrivo fumetti, faccio corti in animazione, sculture in ceramica, installazioni, design. Alcune di queste cose penso abbiano un valore artistico, altre no. Credo sia importante cosa si dice attraverso il proprio lavoro, senza pensare a quale media sia più “contemporaneo”. Alla fine la mia arte è spalmata su vari media, ma è la qualità della produzione che produce cultura, come insegnano molti designer, o molti cineasti che fanno mainstream producendo comunque dei prodotti culturalmente elevati. Facciamo un esempio: cosa è più culturalmente elevato , un film della Pixar o un oscuro video sperimentale con un’animazione approssimativa? Dipende dai contenuti, non dai mezzi, ci sono opere pittoriche assolutamente contemporanee, e dei video di assoluta retroguardia, Pazienza faceva arte attraverso il fumetto, ma non darei una valenza artistica a un qualsiasi fumetto edito da Bonelli, perché non fa parte delle premesse, né delle intenzioni. In fondo basta poco per decidere se un lavoro è importante oppure no, basta imparare a leggere, e non avere una visione troppo schematica della creatività. Trovo il mondo dell’arte contemporanea italiana molto chiuso, vecchio, e spesso ignorante, decisamente troppo autoreferenziale. Molto spesso un gallerista o un artista italiano sanno vita morte e miracoli degli altri colleghi, ma non sanno nulla di design e di fumetti, per non parlare di cinema di animazione etc… Disney ha influenzato la nostra contemporaneità molto più di Beyus, e il lavoro di Cattelan non ci sarebbe mani stato senza riviste come Il Male, Cannibale e Frigidaire. Insomma, io auspico una visione più libera delle cose, e meno soffocante di inutili dibattiti sulla vecchia questione della morte della pittura.

    • Ermione

      Sono pienamente d’accordo. Tutti questi dibattiti sono di una sterilità dissennata.

    • Caro Massimo, hai centrato una delle questioni fondamentali della nostra vecchissima Italia: come scriveva Gramsci ottant’anni fa, l’intellettuale italiano si sente più vicino ad Ippolito Pindemonte che al proprio vicino di casa. E ugualmente c’è chi pensa che solo riferimenti alti come il caro vecchio Beuys (a cui tu accenni) possa avere un ruolo nell’immaginario di un artista, ignorando stupidamente tutto il resto in cui si è emersi.
      L’Italia è proprio il paese che divide tra arte alta e bassa (in base al medium: ttela o video), tra poesia e non-poesia…

    • gigi

      Ma va? che bravo

  • oblomov

    Io penso che ogni individuo abbia un suo travaglio personale e possa esprimere le sue potenzialità tramite il suo “fare”nel breve lasso di vita che gli è consentito vivere.
    Allora se uno si accorge che è un artista a 30 o a 50 anni farà le sue scelte..se ha famiglia e responsabilità vorrà dire che troverà modo di esprimersi nonostante tutto..se è un detenuto, se è una donna che ha avuto tre figli…BENE!! Sembra che invece l’artista debba per forza essere allevato come le trote nei laghetti, accademia, residenze, percorsi ormai omologati e..voilà tutti dai 18 ai 31 a fare concorsi e premi…mah..è vero che non essendoci lavoro per i giovani tanti vengono assorbiti dai licei artistici o dalle accademie tanto per fare: questa è una buona opportunità per scoprire “talenti” che altrimenti uscirebbero tardi ma non li mette al sicuro dalla frustrazione di non poter provvedere alle esigenze della vita..ne conosco alcuni che sono disorientati, contaminano la loro arte con la rabbia o la tristezza di avere un pugno di mosche in mano dopo tutto….io conosco artisti più fortunati che fanno i medici o gli impiegati di giorno e passano le ore a realizzare lavori di notte, perchè proprio questi dovrebbero sentirsi di serie B?

    • Vito triolo

      …ci siamo capiti….è pieno d artisti che han scelto le vie dell arte in un età matura…..a volte penso che Bansky è stato fortunato ad essere inglese…in italia non l avrebbe notato nessuno….invece d incentivare e cercare i creativi pensano d allevarli come le mucche da latte …e i risultati si vedono….puoi imparare tutte le tecniche che vuoi ma il vero artista riesce a fare Arte anche con filo interdentale..e tu credi che in Italia se ne accorgano?….tsè

  • Crackers

    Dibattito stupendo vi debbo ringraziare

  • Ho riletto con calma ed attenzione i vari commenti cui l’articolo ha dato adito.
    Non torno sul tema del “mestiere” perché mi pare che esso abbia visto un buon approfondimento e non sia meritevole di ulteriori commenti, mentre sul tema della “morte della pittura” e quello, parzialmente simile, della ” percezione della pittura come scelta regressiva e commerciale” (come lo ha definito Daniela Capra) mi permetto qualche piccola osservazione pratica.
    Io credo che pensare che la pittura sia morta o possa morire sia un’idea eminentemente sciocca anche alla luce del fatto che “la morte” della pittura e’ già stata annunciata e proclamata decine di volte nel corso degli ultimi cent’anni e, puntualmente, la pittura ha smentito tali annunci con opere che sono entrate (o entreranno certamente) nella storia dell’arte.
    D’altro canto e’ evidente che alla pittura, da oltre un secolo, si sono affiancate, nelle arti visive, tecniche nuove ed altre se ne affiancheranno ancora in futuro, ingenerando, nei superficiali, l’idea che essa sia un medium “arcaico e sorpassato”.
    Mi pare che sia evidente che con un medium utilizzato oramai da qualche millennio siano stati espressi cosi’ tanti concetti e si siano seguite tali e tante diverse ricerche e sperimentazioni, da far si che la sua pratica presenti un problema non semplice da evitare : la possibilità di “richiami”, “citazioni” e “remakes”, anche involontari, e da far si che si presti, più spesso che altre, alle accuse di “manierismo”, soprattutto da parte di “esperti” un po’ superficiali e frettolosi nei giudizi.
    D’altronde e’ chiaro che proprio lo status di “opera d’arte per antonomasia”, consolidato appunto dalla sua storia millenaria, ne fa ancora e sempre l’oggetto d’arte meglio e più facilmente e largamente accolto dal “mercato” e da qui le accuse o i sospetti, verso chi tale medium pratica, di “strizzare l’occhio” ad esso (non me ne voglia Vincenzo se uso la sua espressione, so bene che lui la usava in riferimento ad un ben preciso atteggiamento e non la riferiva ai “pittori” in generale).
    In ultimo due domande a Daniele Capra : scrivi “Non si tratta di fare polemiche sull’attualità/inattualità del medium. Semplicemente è un mezzo in cui è necessario partecipare e militare fino in fondo.”
    Ti chiedo :
    – che cosa intendi esattamente per : “partecipare e militare fino in fondo” ?
    – conosci “”un mezzo nel quale non sia necessario partecipare e militare fino in fondo”?

    • Caro Luciano, grazie delle due domande che mi permettono di precisare meglio ciò che penso.

      1. Con “partecipare e militare fino in fondo” intendo spiegare la difficoltà della nostra situazione, in un paese come il nostro in cui molta dell’intellighenzia che ha posti e ruoli centrali (come i curatori, i direttori di musei, i giornalisti, ecc.) e contatti internazionali ha snobbato la pittura, e ancora con più godimento se italiana, ritenendola tout court l’esito scadente delle mediocrità delle accademie e del nostro sistema.
      Chi sceglie di praticare la pittura o ci lavora come curatore perchè ha trovato invece artisti intelligenti, deve avere l’energia per scontrarsi con con questo establishment e tenere alto lo sguardo, fino in fondo. Perché, essenzialmente, la pittura nel nostro paese deve essere sdoganata.

      2. Non ti nascondo che è più facile trovare attenzione nel mondo critico per chi pratica poetiche concettuali, relazionali o video. Che siano rilevanti o di scarso valore, ma in troppi pochi si chiedono la liceità di quelle pratiche. QUi, molto spesso, non occorre quel surplus per essere accettati…

      • Comprendo il tuo punto di vista e penso sia condivisibile anche se, andando in giro per mostre, di pittura ne vedo sempre tanta (purtroppo meno frequentemente “buona”). Le mie domande scaturivano dal fatto che io mi trovo “dall’altra parte del fosso” e, come artista, non credo che esista medium alcuno che possa essere (seriamente ed onestamente) praticato senza “partecipare e militare in esso fino in fondo” … ovviamente vedo e riconosco che molti non son disposti ad un tale impegno e, tutto sommato, si dedicano ad un medium piú per compiacere “tendenze fiutate” che per una matura convinzione. Grazie per la cortese ed interessante risposta.

      • Lorenzo Marras

        Daniele a me pare che tu commetta un errore di metodo teorico (in buona fede per carita’) quando poni “la pittura” come oggetto di questione.
        Eh Daniele, cosi facendo è ovvio che la metti sul banco degli imputati e lascia perdere se ci sara’ Gente a favore o contro, lascia perdere, ma cio’ che saltera’ fuori sara’ proprio questo con la sua immancabile coda di giudizi gia’ dati in partenza.
        venendo al dunque, io ti dico che prima di parlare di “pittura” discutiamo della sorgente da cui discende ed allora ti dico spostiamo la discussione su CHI e dico CHI usa la pittura e come , con quali finalita’ e con quali intenti .
        Questo è secondo me la questione capitale, a partire da cui i primi a dovere avere consapevolezza sono proprio i diretti interessati.
        E’ ovvio che se ci ostiniamo a dibattere intorno solo ad un “oggetto” non avremo che verso di esso, una mera posizione ideologica con la conseguenza che ognuno si terra’ i propri gusti e non fara’ quel dovuto sforzo per andare al di la di una faccenda di “genere”.
        Con stima.