Documenta, istruzioni per l’uso

Messa a confronto con Manifesta 9, dOCUMENTA (13) pare la mostra del secolo. E tuttavia, superata la sede principale del Fridericianum, iniziano a emergere le défaillance. Che culminano nel parco cittadino. Questa edizione? In fondo è un po’ lo specchio delle difficoltà in cui versa l’arte contemporanea oggi.

dCOUMENTA (13) - Dura la verità...

La storia e la logica suggeriscono d’iniziare la visita alla Documenta dal Fridericianum. E proprio nel ground floor del museo di Kassel, la direttrice della 13esima edizione della rassegna quinquennale, Carolyn Christov-Bakargiev, lascia un graffio, un segno che si discosta dalle aperture classiche, scacchisticamente parlando. Non ha infatti accumulato opere né puntato sulla singola installazione d’impatto “materiale”. Perché al Fridericianum si entra e s’incontra il vuoto, o quasi. Una brezza leggera, qualche accumulo di polvere in movimento. L’autore è Ryan Gander, etereo che più non si può.
Si supera lo stupore – o l’imbarazzo – e ci si inoltra. Ed è un po’ il Cencelli della curatela, oppure il rispetto della tradizione matrimoniale, quella dell’una cosa nuova, una prestata, una blu… Nella fattispecie: Ceal Floyer, Julio González, il trio Hourani, Masharawi e Ghannam, John Menick, Lawrence Weiner; ovvero: un artista sottovalutato all’epoca sua, uno postcoloniale, un maestro riconosciuto ecc. Insomma, mette le mani avanti, CCB (l’acronimo ormai è dato per acquisito). Excusatio non petita, anche perché non si capisce (ancora) di cosa si dovrebbe scusare.

dCOUMENTA (13) - Ryan Gander

Resta il fatto che la mostra in quella sede, con fisiologiche oscillazioni, è d’alto livello. Curata e allestita con attenzione maniacale (fin troppa, se si proviene da Manifesta, dove a pochi giorni dall’inaugurazione è il regno del malfunzionamento d’ogni ordine e grado; e il paragone/opposizione potrebbe continuare sotto diversi punti di vista: monotematismo vs apertura totale, concentrazione vs dispersione, divisione del lavoro vs protagonismo curatoriale ecc.); curata e allestita con attenzione maniacale, dicevamo, dOCUMENTA (13) propone molteplici percorsi, tutti da costruire in autonomia da parte del visitatore, perché le sedicenti linee concettuali non le rintraccerebbe nemmeno Teseo.
Insomma, non c’è una o più idee forti a fare da fil rouge. D’altro canto, in loco la si pubblicizza come “an art exhibition in Kassel”, dunque perché pretendere di più? In sintesi: siamo di fronte a una prova professionale impeccabile; guizzi: non pervenuti. Pare di sentir mormorare: “It’s a job”.

dCOUMENTA (13) - Gustav Metzger

Al di fuori del Fridericianum, la situazione si fa complicata. C’è la Documenta Halle, dove il livello resta piuttosto alto, fra Thomas Bayrle e Nalini Malani, pur nella tendenza all’accattivante, che talora suscita l’effetto soufflé: bello, ma a pensarci bene… Qui emerge pure il protagonismo allestitivo-curatoriale, con qualche accento che sfiora il grottesco. Ad esempio, per quale ragione le carte di Gustav Metzger sono disposte in teche coperte da “tende” in velluto, che occorre comodamente (sigh!) scostare una a una? Motivi di conservazione? “Ma mi faccia il piacere!”, direbbe Totò. Operazione concettuale? Magari sì, ma così siam giunti all’allestimento che necessita di didascalia.
All’Ottoneum – museo di storia naturale – è il luogo a prendere il sopravvento: quando si vede Mark Dion ideare una libreria per ospitare una sorta di erbario intarsiato all’interno di pseudo-libri (che non sono opera sua, ma in collezione al museo), significa che il concetto di ‘site specific’ è sfuggito di mano per perdersi in un bosco. Lo ritroveremo fra poco.
Poco distante, l’Orangerie. Qui inizia la consueta – anzi, ormai mica tanto consueta – e sfiancante caccia al tesoro: “Dove sta l’opera di tizio?” “Forse dietro quel tavolino del ristorante, potremmo chiedere ai signori di alzarsi un attimo…”. Risultato: si perdono più energie a cercare le opere che a osservarle.

dCOUMENTA (13) - Casette nel parco

Sul parco Karslaue vola un elicottero: è l’esito della performance per pilota, danarosi spettatori e inevitabile inquinamento acustico-atmosferico ideata dal Critical Art Ensemble. Decolli e atterraggi sono determinati dall’andamento della Borsa, ça va sans dire. ‘Bobò’, li chiamano oltralpe: bourgeois bohémien. Nel parco ci saranno anche e soprattutto – uno s’immagina – le sculture nel campo allargato, come direbbe Rosalind Krauss. Ed è proprio così, e la segnaletica per trovarle questa volta è impeccabile. Tuttavia si tratta soprattutto di variazioni sul tema casetta-capanno-cabin. Un focolaio di carpentierite acuta fra gli artisti invitati a Kassel? In realtà la spiegazione è meno preoccupante: in molti casi la casetta è l’involucro artisticamente irrilevante atto a ospitare opere che potrebbero stare in qualsiasi altro luogo. Un esempio: le opere di Rosemarie Trockel. Così il suddetto concetto di site specific esala l’ultimo respiro.
E tuttavia, nel parco c’è un’opera, senza capanno intorno, che dà ancor di più da pensare. E stavolta non è “colpa” di CCB, o almeno è una corresponsabilità. È un’installazione audio di Janet Cardiff & George Bures Miller. Una piccola radura nel bosco, cuscinetti in (finta) pelle adagiati su tronchi tagliati di fresco (ci si augura non per l’occasione), così da poter comodamente ascoltare lo stormir di fronde (offerto dalla natura) e deliziosa musica barocca (di fattura umana) seguita da suoni e rumori di varia provenienza. Piacevole assai, manca solo la sdraio e una weissbier.

dCOUMENTA (13) - Sam Durant

Intendiamoci: non stiamo propugnando la sofferenza come ideale nell’approccio all’arte, anzi. Ma quest’ultima non doveva “stressare” le discipline a essa contigue, stimolarle, pungolarle? E invece – il discorso qui è generale, CCB e la coppia Cardiff-Miller sono pretesti – si pesca qui e là, nel cinema e nel design, nella musica e nell’architettura, e non si pesca nemmeno nelle punte più avanzate di queste discipline, riproponendo invece frammenti e rimasticature al cosiddetto artworld, che annuisce e apprezza. Che manchi di cultura generale, il succitato artworld?
Tornando al duo Cardiff-Miller: volete lavorare sulla musica? Bene, benissimo, guardate come ha fatto Theaster Gates alla Casa degli Ugonotti, impegnando un intero edificio, coinvolgendo musicisti, proponendo un’interazione reale e fattuale.
Ecco, la Casa degli Ugonotti. Sul retro sta Tino Sehgal, il quale come di consueto porta alle estreme – artistiche – conseguenze la coreografia. Esattamente quel che si diceva poche righe più in su, e infatti è l’opera più memorabile di questa Documenta. Qui non facciamo spoileraggio: o andate a provarla, la performance, oppure vi togliete la curiosità leggendo la Top Ten fra le news di Artribune.

dCOUMENTA (13) - Paul Chan

Volendo trovare una sede che assommi tutte le caratteristiche di questa Documenta (che sono poi quelle del format biennale “classico”), la Hauptbahnhof si presta con docilità. C’è la caccia al tesoro (si cerchi il lavoro di Susan Philipsz basandosi soltanto sulle indicazioni…), c’è l’impeccabilità dell’allestimento (con il triplo video di Clemens von Wedemeyer sfiora la perfezione), c’è il rapporto sciattamente gestito con le altre discipline (Haegue Yang espone veneziane automatizzate da Salone del Mobile off, ma proprio off; Javier Téllez propone un’opera che chiama esplicitamente in causa Platone e Artaud, ma il livello è da liceo di periferia e l’installazione cavernicola (!) da parco a tema), c’è il maestro che ormai che crede di non poter sbagliare, e che in ogni caso nessuno glielo farà notare (l’installazione piaciona di William Kentridge), c’è la giovane promessa non più tanto giovane e non più tanto promessa, che centra l’obiettivo vincendo facile (Lara Favaretto e lo sfascio in cui versa l’Occidente)…
Alla fine succede che diventi conservatore e vai a vedere in Friedrichstrasse l’“olio su tela” di Paul Chan, gustosa installazione fatta di copertine – in gran parte telate – di libri sui quali l’artista è intervenuto con tecnica mista. E magari, ancora non soddisfatto, addirittura provi sollievo fra le sale di Obere Karlstrasse 4, dove Francis Alÿs espone i suoi “soliti” ma deliziosi quadretti.

Marco Enrico Giacomelli

Kassel // fino al 16 settembre 2012
dOCUMENTA (13)
a cura di Carolyn Christov-Bakargiev
d13.documenta.de

 

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014). In qualità di traduttore, ha curato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.