Il meglio di Erwitt. Al neonato Centro di Fotografia di Venezia

Perfetto – anche nel nome – il nuovo Centro Internazionale di Fotografia di Venezia, con sede nella Casa dei Tre Oci. La programmazione parte con una mostra di Elliott Erwitt, centoquaranta scatti e tante storie da raccontare. Fino al 15 luglio.

Elliott Erwitt - Usa, Pittsburgh, Pennsylvania, 1950 - © Elliott Erwitt/Contrasto

Due mostre italiane quasi in contemporanea per Elliott Erwitt (nato a Parigi nel 1928 da famiglia di emigrati russi, membro dell’autorevole agenzia fotografica Magnum): all’Hôtel des États, nel centro di Aosta, fino al 24 giugno, e a Venezia, fino al 15 luglio. Quarantadue gli scatti, selezionati personalmente dall’autore, per Elliot Erwitt. Icons ad Aosta, e centoquaranta per Elliott Erwitt: Personal Best, esposizione che arriva a Venezia dopo Parigi, Madrid e New York e porta lo stesso titolo del bel volume plurilingue edito da teNeues.
Innanzitutto due parole per la sede della mostra in Laguna: si tratta di quella Casa dei Tre Oci edificata a inizio Novecento da Mario De Maria e acquistata nel 2000 dalla Fondazione di Venezia (quella del Museo M9, per intenderci), che l’ha restaurata e che l’assegna a sede del neonato Centro Internazionale di Fotografia, con un programma di grandi mostre come questa di Erwitt e, al contempo, “piccole mostre dossier di giovani fotografi emergenti”, oltre a una serie di servizi e appuntamenti per studiosi e appassionati (dalla consultazione degli archive fotografici della Fondazione all’apertura di una biblioteca specializzata, passando per convegni e seminari).

Eliott Erwitt - Personal best - veduta della mostra presso la Casa dei tre Oci, Venezia 2012 - photo Marco Sabadin

Un nitido, prezioso bianco e nero per fotografie scattate per lo più per se stesso, nel piacere della deviazione, della sorpresa, del sorriso. Volti veri, persone per la strada, scene di matrimonio, bambini curiosi, ma anche divertite simmetrie (tanti medici lungo un corridoio in New Jersey, del 1966) e personaggi famosi come Jacqueline Kennedy, Marilyn Monroe, Che Guevara e Richard Nixon. Una lunga storia. Forse meno affascinante il ciclo con i cani, d’ogni razza e dimensione, un umorismo in fondo facile nel ritrarli con i loro padroni (magari lì al loro fianco, con maschera che li rende affini).
Ci sono visioni da ogni parte del mondo: Egitto, Italia, Inghilterra, Francia, Afghanistan e Stati Uniti, accomunate da una purezza stilistica che sottrae drammaticità. È così per North Carolina, (1950), dove un uomo di colore usa un lavandino scrostato sovrastato dalla scritta “colored”, mentre di fianco ne vediamo uno più grande e pulito, riservato ai “white”. Nella consapevolezza di quanto accaduto, si gonfia comunque di cupa tragedia invece l’immagine dei binari nella nuda geometria di Auschwitz (1964).

Elliott Erwitt - Usa, Santa Monica, California, 1955 - © Elliott Erwitt/Contrasto

Treni e cabaret, marinai e baci. È sempre il linguaggio fotografico a vincere sul contenuto, il gusto della forma, delle sfumature, della perfezione. Splendono nell’oscurità le pietre dell’antica strada in Orleans, Francia, del 1952; un piccione tranquillo a terra, ombre ben definite, un altro in volo al centro, sullo sfondo, in lontananza, un’auto. E poi volti che osservano, spesso quadri o sculture, ma anche Barack Obama e sua moglie moltiplicati nella miriade di cellulari fotografanti in contemporanea.
Corpi nudi e missili, cavalli e grattacieli, elementi della natura e gruppi di umani quasi in forma sociologica. Una mostra di assoluta piacevolezza, in cui le immagini attraversano con serenità la storia, aiutate anche dalla magia di questo spazio espositivo, la Casa dei Tre Oci (così il nome, per la particolare facciata, elegante esempio di architettura del primo Novecento) all’isola della Giudecca: spazi chiari, finestre che permettono visioni di mare e un affascinante progetto di formazione alla fotografia che coinvolge anche Giovani a Teatro di Euterpe/Fondazione Venezia. Un luogo e tante occasioni “da tener d’occhio”…

Valeria Ottolenghi

Venezia // fino al 15 luglio 2012
Elliott Erwitt – Personal Best
CASA DEI TRE OCI – CENTRO INTERNAZIONALE DI FOTOGRAFIA
Fondamenta delle Zitelle 43 (Giudecca)
041 2412332
[email protected]
www.fondazionedivenezia.org

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Valeria Ottolenghi
Studiosa e critico teatrale (numerose le pubblicazioni, saggi e articoli di riviste, regolari alcune collaborazioni), è membro del Direttivo ANCT, Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, Responsabile delle Relazioni Esterne. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti, ha lavorato per la scuola e l’Università, docente SSIS, insegnante per diversi anni di Pedagogia e Psicologia presso la Facoltà di Medicina di Parma, responsabile di corsi di critica teatrale per Associazioni (es: la Corte Ospitale), Fondazioni (es: Venezia) e Università (es: Parma). E‘ membro di importanti giurie nazionali per il teatro (Ubu, Anct, Premio Garrone, Casa Cervi, Ermo Colle...). Appassionata d’arte (fotografia in particolare) e letteratura, riesce a cogliere le connessioni, spesso nascoste, segrete, tra i linguaggi della contemporaneità. Critico teatrale della Gazzetta di Parma, scrive volentieri anche per “Il grande Fiume”, “I teatri delle diversità” (riviste ancora in cartaceo!) e naturalmente, rivista web, per Artribune.
  • Michele De Luca

    Mi permetto, credendo di fare cosa utile, di segnalare agli amici e lettori di ARTRIBUNE, visto che la bellissima mostra ai Tre Oci della Giudecca non ha un catalogo, che in contemporanea con la mostra è uscito un interessante e piacevolissimo libro di Silvana Editoriale (“Icons”), a cura di Biba Giacchetti, in cui le immagini, sono affiancate da un ricordo o da un commento del fotografo, e che pertanto può fare da ottima guida nella visita della mostra. Ad esempio, sulla foto del bambino di colore che si punta la pistola sulla tempia (Pittsburgh, 1950), il volto illuminato da un dolcissimo sorriso, Erwitt dice: “Credo che sia la mia foto preferita … non c’è molto da dire se non che la puoi interpretare nel modo che preferisci: puoi pensare che sia divertente o stupida, o drammatica, e in tutti i modi funziona”. Commentando un suo bellissimo ritratto di Che Guevara realizzato a L’Avana nel 1964, presente in mostra, ricorda la sua impressione personale sul “Comandante”, insieme al quale, e a Fidel, trascorse un’intera settimana: “Era freddo, stava sulle sue, non dava una grande confidenza”. E sulla famosa “foto di gruppo” scattata a Reno nel Nevada nel 1960 sul mitico set del film Gli spostati, in cui compaiono Arthur Miller, John Huston, Eli Wallach, Marilyn, Clark Gable e Montgomery Clift, il fotografo commenta: “Questa foto è famosa non perché sia una bella foto, ma perché è piena di personaggi famosi, forse perché ho raggruppato tutto il cast, e non è stata una cosa semplice riuscire a riunirli tutti, erano personalità piuttosto individualiste”.

    • In contemporanea alla mostra è uscito il libro, vero, ma della mostra di Aosta a cui Valeria fa cenno all’inizio dell’articolo.

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