Da Vermeer a Kandinsky a Goldin

Il secondo appuntamento con la rubrica di recensioni e opinioni curata dall’Osservatorio Mostre e Musei della Scuola Normale di Pisa ha per protagonista la mostra “Da Vermeer a Kandinsky. Capolavori dai musei del mondo a Rimini”, aperta fino al 3 giugno a Castel Sismondo. La rassegna muove da un forte, pressante presupposto scientifico: celebrare il compleanno di Linea d’ombra.

Marco Goldin durante la presentazione della mostra Da Vermeer a Kandinsky. Capolavori dai musei del mondo a Rimini - Castel Sismondo, Rimini 2012

Recensire una mostra come quella di Rimini pone alcune difficoltà d’impostazione. Cosa si giudica di norma di un’esposizione? L’ordinamento delle opere, la coerenza del percorso, le eventuali assenze e l’opportunità delle presenze, la qualità dell’allestimento, le intenzioni e i risultati del progetto espositivo e la tenuta dell’insieme. È chiaro che il progetto della mostra concepito dal curatore costituisce il nocciolo fondamentale di ogni rassegna e che, se è traballante, tutta l’impalcatura finisce per scricchiolare.
Il movente alla base della mostra di Rimini è celebrativo dei quindici anni di attività dell’associazione Linea d’ombra, agenzia/industria culturale che firma da anni alcune delle mostre di maggior successo di pubblico in Italia. Linea d’ombra è creatura di Marco Goldin che, oltre a esserne presidente, è curatore di tutte le esposizioni prodotte dall’associazione.
L’autocelebrazione è un’operazione estremamente pericolosa, e suggerisce a chi la guarda e la giudica una presa di distanza. Nel caso specifico, ci si chiede che cosa ci sia da celebrare nell’attività di Linea d’ombra, che ha sì inanellato una serie di mostre strepitose per successo di pubblico e qualità delle opere esposte, ma del cui spessore critico è legittimo dubitare.

Castel Sismondo - Rimini

Il modello proposto da Linea d’ombra, fatto di nomi di grande richiamo e opere provenienti da musei lontani, che colonizzano città la cui fisionomia storica non ha niente a che vedere con i periodi e i temi trattati, ha inaugurato un filone di rassegne di grande fortuna commerciale. La mostra di Rimini riprende il medesimo paradigma portandolo alle estreme conseguenze: qui non si ha neppure la presentazione piana e acritica di un movimento o di un periodo della storia dell’arte, ma le opere vengono usate solo come strumento celebrativo di chi le mostre le organizza.
Che non ci sia un intento critico preciso, d’altra parte, è evidenziato dal susseguirsi dei comunicati stampa che ogni volta proponevano chiavi di lettura differenti per l’evento: inizialmente una sorta di manuale di storia dell’arte in cui, per ogni secolo, venivano illustrate le scuole ritenute più importanti (in base a quale metro di giudizio resta ancora da chiarire), mentre in seguito, forse alla luce delle lampanti lacune che tale impostazione avrebbe generato, si è preferito dare un taglio differente, giocato sull’evidenza del genio pittorico nei secoli. Un taglio che non significa nulla e che non spiega nulla, e di cui il ponderoso saggio introduttivo di Goldin alla mostra, ripreso anche nel pannello iniziale, è la spia evidente: confondere le idee al pubblico utilizzando il tono messianico di chi consegna una verità assoluta.

Jan Vermeer - Cristo in casa di Maria e Marta - 1654-55 ca. - olio su tela - Edimburgo, National Gallery of Scotland

L’idea che l’arte si parli attraverso i secoli è incarnata, nelle dichiarazioni stesse del curatore, dalla sala centrale, dove La Ballerina di Degas balbetta parole che un trittico di Bacon non capirà mai, e la Cantante di strada di Manet intona una melodia che il Cristo deposto di Tintoretto non vuole ascoltare. Rispetto al modello del grande evento, l’esposizione di Rimini presenta un numero ridotto di opere: in dieci sale una cinquantina di pezzi che dovrebbero essere pietre miliari dell’arte universale. La pretesa eccellenza della selezione, però, da una parte asseconda gli standard di attenzione del pubblico e dall’altra cade sonoramente di fronte ad alcuni dipinti che tutto sono meno che capolavori.
Alla luce di un’operazione come questa, diventa inutile commentare l’eventuale coerenza del percorso o le qualità dell’allestimento: se l’intento è extra-artistico e puramente commerciale/pubblicitario, ogni soluzione è ammessa. Ma la storia dell’arte resta un’altra cosa.

Luca Giacomelli, Francesco Guzzetti, Francesca Santamaria
mostreemusei.sns.it

Rimini // fino al 3 giugno 2012
Da Vermeer a Kandinsky. Capolavori dai musei del mondo a Rimini
a cura di Marco Goldin
CASTEL SISMONDO
Piazza Malatesta
0422 429999
[email protected]
www.lineadombra.it

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Luca Giacomelli
Luca Giacomelli (1983) ha studiato storia dell'arte presso le Università di Firenze e Torino, occupandosi principalmente di storia dei musei e del collezionismo. Dal 2010 frequenta il Corso di Perfezionamento in Storia dell'arte presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, con una ricerca sull'attività collezionistica del barone Hector de Garriod e sul mercato artistico fiorentino di metà Ottocento.
  • Antonio

    oh! ma se ci si deve lamentare che qualcuno porti Vermeer a Rimini… solo quel quadro fa venir voglia di andare a vederla…

  • Liubanet

    Sono molto d’accordo con voi. Esistono molte mostre che null’altro sono che operazioni di botteghino commerciali per attirare pubblico pagante con la strumentalizzazione di nomi -storici- molto famosi. Un po’ come operazioni holliwoodiane che fanno film solo per mettere il nome delle star e attrarre il pubblico con la fama ( il pubblico avrebbe anche fame ma spesso il cibo non c’è, c’è solo il nome) o la tv e altro. Ciò che e’ perverso, mi sembra, e’ questo sfruttamento ‘postumo’ degli artisti, che di solito, a parte eccezioni, quando erano in vita avevano difficoltà a campare ed erano spesso esclusi dalle coeve rassegne ufficiali ( tanto per restare in tema della mostra, gli impressionisti rifiutati e costretti ad esporre al ‘salon des Refuses, appunto..)
    Ciò non toglie che sono contenta che a Rimini si possano vedere grandi maestri (ed essendo di quelle zone di origine so quanta sete di cultura ci sia) ma perfavore diamo la cultura e l’arte gratis ( e insegniamola a scuola, siamo il paese con più capolavori al mondo e in cui si insegna di meno la storia dell’arte…) e smettiamo di lucrare sul passato e concentriamoci sull organizzazione di grosse rassegne sul contemporaneo, mentre gli artisti sono ancora viventi…

  • Stefano

    “…..L’autocelebrazione è un’operazione estremamente pericolosa, e suggerisce a chi la guarda e la giudica una presa di distanza. Nel caso specifico, ci si chiede che cosa ci sia da celebrare nell’attività di Linea d’ombra, che ha sì inanellato una serie di mostre strepitose per successo di pubblico e qualità delle opere esposte, ma del cui spessore critico è legittimo dubitare…”
    QUASI perfetto…sostituire “Marco Goldin” a “Linea d’ombra” e cancellare “qualità delle opere esposte” (mai costante nelle sue mostre ma spesso altamente variabile fra Vermeer – ben vengano, per carità! – e croste di sconosciuti carneadi dell’arte) e mi trovate d’accordo al 100%.
    Continuate così!

  • mario

    goldin è un manager, non un critico ne uno storico dell’arte, ma un manager, e lo fa bene. Ha iniziato investendo un sacco di soldi e da un pò di anni ci sta guadagnando.
    Nelle sue mostre non c’è la benchè minima volontà di scientificità e ricerca (anche se a volta ci prova a parole, è sempre stato molto chiaro). Quello che gli serve è il più alto numero di visitatori e la vendita di catalogi, pubblicazioni e gadget vari. In questo modo altre città e musei offriranno a Goldin altre possibilità per nuove mostre del genere, e lui potrà andare avanti lavorando sulle sue mostre blockbuster. D’altronde sono proprio poche le mostre che finiscono in “positivo”. E siccome lo stato e le pubbliche amministrazioni investono sempre meno in questo settore, sono i privati come linea d’ombra o molte case editrici che anticipano una grossa percentuale dei costi, sperando in grandi da biglietti e bookshop. In questi casi difficilmente ci si può aspettare mostre dal grande profilo critico-storico. è come la televisione commerciale vecchi tempi con l’auditel, quello che serve è la quantità di visitatori, per raggiungerla servono le grandi “star” nazionali ed internazionali, che in un clima spesso scenografico entrano in scena per balbettare due parole in italiano o cantare stonati una canzonetta napoletana con l’accento inglese. Ma sono comunque grandi star, che hanno fatto la storia in un modo o nell’altro e ci fanno visita, quindi bisogna onorarle e ringraziarle. Salgono gli ascolti, salgono gli incassi, cala la qualità in favore della spettacolarità e della messa in scena. E c’è sempre chi ringrazia perchè così ha finalmente avuto l’opportunità di vedere una “star” da vicino, e magari la star era così importante da aver fatto arrivare migliaia di persone, per la felicità di bar, ristoranti ed hotel.
    Trovo molto più interessante provare ad analizzare le mostre di goldin da questo punto di vista, mentre mi sembra abbastanza inutile (il risultato è scontato) esercitarsi con recensioni e analisi scientifico/critiche.
    è la prima volta che leggo questa rubrica, quindi non so cosa avete recensito prima, ma spero vi concentriate in futuro su mostre che meritano un’analisi scientifica. Quelle di Goldin devono essere analizzate in un’altra ottica, oppure pensavate che al Festival di Sanremo gli ospiti internazionali siano scelti su criteri scientifici?

  • Antonio

    “…opere provenienti da musei lontani, che colonizzano città la cui fisionomia storica non ha niente a che vedere con i periodi e i temi trattati…”
    Questa osservazione non l’ho proprio capita: perchè una città non potrebbe ospitare opere d’arte che provengono da culture diverse.
    A Trento hanno fatto una mostra sugli antichi egiziani… a Bilbao sugli atzechi e allora? stiamo freschi se per fare una mostra ci si deve ispirare a concetti come “mogli e buoi dei paesi tuoi”.

    • John

      Visto che ci siamo, allestiamo Tintoretto a Roma.

  • paola

    La recensione o meglio la non recensione della mostra di Rimini dimostra solo la scarsa conoscenza e il pregiudizio degli autori nei confronti del curatore. Con una certa presunzione e poca umiltà, almeno di conoscenza, non uno ma ben tre autori, offrono uno scritto che non rende merito alla loro capacità critica che si dimostra riduttiva, più interessata ad attaccare chi sa far bene il proprio lavoro non solo di curatore ma anche di organizzatore. Ma avete almeno visto i capolavori esposti?
    Vorrei sapere se gli autori hanno mai letto un catalogo di Goldin. Per es. Incisori trevigiani del Novecento del 1987 o l’ultimo su Gauguin e Van Gogh della mostra di Genova? Questi cataloghi sono un esempio di un’accurata indagine storico-artistica, di competenze critiche e anche letterarie. Goldin sa pure scrivere bene e con scioltezza.
    La capacità divulgativa e il talento di Goldin stanno alla base del successo delle sue mostre, ben organizzate con apparati didattici e guide. E su questo fronte bisogna riconoscere che Goldin è stato il primo (e ora è seguito da molti) a fare mostre per il grande pubblico, non solo per gli specialisti; vale a dire a favorire la divulgazione della storia dell’arte. Ed è un merito che gli è stato riconosciuto anche da noti e autorevoli studiosi come F. Mazzocca
    http://faberblog.ilsole24ore.com/2012/02/dalla-mostra-delite-alla-mostra-popolare/

    Goldin è stato il primo a portare opere di grandi artisti, spesso da musei per molti irraggiungibili. Come anche a Rimini. C’erano dei capolavori assoluti. Poi ogni mostra è frutto di una scelta critica, quella del curatore, che può più o meno piacere. Ma vorrei ricordare che gli accostamenti fra artisti del passato e del ‘900 non sono più una novità. Andate all’estero nei maggiori musei del mondo…
    certo Goldin potrebbe pensare più a se stesso come fanno tanti critici o studiosi, più attenti alla propria immagine… e altro.
    invece lui ha costruito una società che dà lavoro a molte persone… frutto di grande coraggio, passione, competenze, talento ma soprattutto sacrificio e impegno economico… trovatelo un altro come Goldin…
    se poi con la mostra di Rimini ha voluto festeggiare la sua attività di grandi mostre, portando molti capolavori dai maggiori musei, è solo un’ulteriore testimonianza di come egli ha saputo e sa fare bene il proprio lavoro che è diventato esempio per molte altre organizzazioni culturali e istituzioni museali… Ha festeggiato con quella gioia e piacere di condividere una passione per l’arte con tutti. Per es. con gli amici di facebook dedicando a loro una serata con visita guidata alla mostra di oltre due ore e poi la pizza. Tutti insieme. Mi sono chiesta ma quale altro curatore farebbe lo stesso? Con la stessa passione e generosità di tempo ed energie? E a Vicenza, ma già per altre mostre, ha creato uno spettacolo gratuito (ma credo sia costato un po’ per la presenza di un coro, musicisti, attori, maschere… ) sulla prossima mostra di oltre 3 ore, alla presenza di oltre 1200 persone. Di pura bellezza, arte e poesia. Questa è divulgazione culturale, appassionata.
    Lui è stato il primo ad abbinare la conoscenza alla divulgazione dell’arte per tutti, nel saper bene curare e organizzare con successo per il pubblico… che neanche alcuni grandi musei italiani sanno fare… o/e solo ora stanno cercando di imitare il suo percorso.
    Non esiste un altro come Goldin. O, forse, voi critici in erba sapete fare qualcosa di meglio? Spero almeno a scrivere da soli e non in tre? Imparate comunque a conoscere e approfondire prima di scrivere… e andate a vedere le mostre all’estero… buon lavoro

  • Cristiana Curti

    Ce n’è eccome di meglio di Goldin e non dal punto di vista delle qualità umane di cui non so nulla e che non ho alcun diritto di commentare, ma dal punto di vista della qualità del lavoro che “esporta” e “propone”. Sentir dire che il catalogo di Genova è frutto di accurata e solida ricerca storico-scientifica fa venire i brividi. E’ come dire che la tv di Berlusconi, siccome piace alla maggioranza degli italiani (ora, grazie al cielo un po’ meno) e dà lavoro a molti, è di qualità.
    Capisco la difesa ad oltranza del “settore” e anche il punto di vista, già espresso qui in Artribune con articoli che invece concordano con la Sua opinione, Paola, ma non può pensare che la qualità scadente affiancata a qualche (raro) capolavoro sia indice di civiltà, cultura e progresso nelle arti e nella divulgazione dell’arte. Io sono del partito che è meglio non vedere se devo vedere male o in modo falsato da una pessima presentazione. Sono pochissimi (e sono, pensi un po’, proprio i cosiddetti addetti ai lavori, altro che le masse portate all’arte!) che sanno discernere la pula dal loglio, e che potrebbero davvero godere dei rari capolavori goldiniani cercando faticosamente di “decontestualizzare” le opere migliori da percorsi espositivi scadenti o opinabili. Tutti gli altri (i moltissimi che visitano le mostre di Goldin) non sanno farlo e apprendono in modo deteriore, facendo di ogni erba pericolosamente un fascio.
    E poi ha ragione Lei, i capolavori di Vermeer, come quelli di Van Gogh (Gauguin, ecc.) è bene andarseli a vedere nei Paesi d’origine, nei grandi musei che li ospitano, in totale completezza di produzione, per capire veramente cosa questi artisti hanno rappresentato per la cultura occidentale.
    Altrimenti, se si vuole portare il capolavoro a casa nostra, bisogna avere l’umiltà di saperlo affiancare da un corredo scientifico inattacabile e da una mostra che abbia un minimo (anzi, un massimo) di senso.
    Infine, cara Paola, io spero davvero che Lei sappia di chi parla quando bacchetta i tre “critici in erba”. L’osservatorio di Mostre e Musei (laboratorio della Normale di Pisa, non della bocciofila di Trebaseleghe) è una delle poche eccellenze critiche nazionali che, purtroppo inascoltata quasi sempre, recensisce con altissima qualità di giudizio e con profonda conoscenza quasi ogni mostra rilevante che solca la Penisola. I critici che qui scrivono sono di grande preparazione e meritano il rispetto che invece proprio l’arraffazzonato panorama della nostra “culturetta” da avanspettacolo non concede MAI loro.

    • paola

      Non è facile vedere capolavori in Italia provenienti dai musei dall’altra parte del continente. E uno studioso è ben lieto di vederli perché ne conosce il valore, indipendentemente da come sono stati proposti dal curatore in una mostra. L’articolo non fa nessun riferimento al valore dei capolavori esposti. Forse perché prevale la griglia di valutazione della mostra.
      Io credo che sia meglio vedere l’arte e divulgarla anche ai non specialisti. Far conoscere la poesia e la bellezza, prima di tutto, anche al di fuori delle aule universitarie.
      La cultura non dev’essere elitaria.
      Molte altre mostre propongono capolavori a opere minori…, quanto andare all’estero non è da tutti…
      il catalogo di Genova mi è piaciuto e se voi intendete per rigore scientifico un’infinità di note allora stiamo parlando in modo diverso. Credo che i testi di Goldin siano più racconti, sulla scia di Arcangeli,Tassi, Calvino…, ma supportati da conoscenze specifiche.

      • Cristiana Curti

        E’ proprio Lei che invita a andare a vedere le moste all’estero… che fa, ci ripensa? E se è vero che l’Europa traballa e che non è improbabile che traballi anche il trattato di Schengen, affermare che Francia, Scozia e Olanda (giusto per dire) siano dall’altra parte del mondo è un po’ azzardato. Sono ancora a portata di mano di molti se ci si va con attenzione ai costi. E’ senz’altro più dispendioso un weekend a Venezia, Firenze o Roma (dove ci si mette in coda per ore per andare a vedere le mostre blockbuster invece di girare più sanamente per la Città), di uno ad Amsterdam.
        La scongiuro, poi, non avvicini la prosa di Goldin a quella di Arcangeli o Calvino, che non è proprio aria. Per quanto riguarda Tassi, anche se capisco ciò che intende (divulgazione piana di un tema artistico), ci corre davvero fra la frequentazione serrata dell’arte del critico napoletano e quella di Goldin. Con ciò senza offesa per quest’ultimo. Non siamo tutti critici d’arte, ci mancherebbe. E quindi, proprio per questo, sarebbe bene che i critici facessero il loro mestiere e gli organizzatori anche. Se Goldin ha la capacità (riconosciuta) di saper portare “opere d’arte dal mondo” in Italia, abbia la compiacenza (e l’umiltà) di lasciare a chi è del mestiere il compito di presentarle al pubblico.
        Infine (e poi spero che la si pianti con questa continua e ingiusta contrapposizione fra la qualità dell’Accademia e quella del primo che passa per la strada, come se la vox populi abbia maggior valore di chi ha studiato per anni e – senza certamente arricchirsi – ha dedicato una vita alla conoscenza) i cataloghi non vanno “a peso di note”, cara Paola, ma a peso di livello di studio. Mi piacerebbe poi sapere chi legge i cataloghi in assoluto, e forse è su questo che “i” Goldin (che sono tanti, purtroppo) confidano. Se Lei non è in grado di capire la differenza è un bel guaio, perché vuol dire che la nostra Scuola, per cui TUTTI (e quando dico tutti, intendo proprio tutti: anche coloro a cui piace tanto la “maniera di Goldin”) lamentano la scomparsa pressoché totale dell’insegnamento della storia dell’arte, è proprio finita. Anche grazie a persone come Lei che difendono ciò che non vale (e ritengono sia sufficiente per le masse) e non comprendono che solo la qualità e la professione possono davvero divulgare – e bene, senza retorica, senza sbrodolate inopportune, in modo avvincente -, non le baracconate disneyane che accomunano quadri di buon livello a croste messe lì perché devono poi essere “piazzate” altrove a fine mostra (con tanto di catalogo roboante).
        Si rilegga bene il pezzo di Mazzocca che ha citato e vedrà che su questo punto (nominando, fra l’altro, persone come Sgarbi e Caroli) vuol intendere proprio questo.

        • paola

          Mi riferivo ai musei americani. Sono rimasta perplessa sulla chiusura dell’articolo. Ma andate alle mostre per vedere le opere o per applicare fredde griglie valutative? Visto che le mostre e i musei propongono la visione di opere, mi sarei aspettata due parole sui capolavori presenti a Rimini che erano tanti e provenienti dai maggiori musei europei e americani. Mi stupisce l’indifferenza degli autori verso le opere esposte per esempio Lotto, Tiziano, Tintoretto, Veronse, Strozzi, Velasquez, uno straordinario El Greco, come pure Zurbaran, veermer, Canaletto, bellotto, Constable, courbet, Turner, manet, renoir, Millet, Van Gogh, Sisley, Monet, kandinsky, Picasso, ma anche Savoldo, Bordone, il Moretto, Moroni, Palma il Vecchio, Guercino… Per me è stata veramente l’occasione per vedere un museo immaginario di indiscusso valore … tutti, anche quei pochissimi dipinti di artisti meno noti (ma uno storico dell’arte conosce e guarda con attenzione anche quelle testimonianze). Perché la storia dell’arte è fatta di grandi e di minori, come possiamo ammirare nei vari musei italiani e non.
          Saper guardare le opere.
          C’è spazio per tutti, basta fare bene il proprio lavoro. La cultura non è solo per addetti ai lavori. Una visita guidata fatta da una operatrice della didattica è sicuramente un’altra cosa rispetto a quella di un docente dell’università. Si rivolgono a utenti diversi. Bisogna rendere accessibile l’arte a tutti, favorire la conoscenza, dai più piccoli ai più grandi, dagli esperti ai meno esperti.
          Buon lavoro.

          • Cristiana Curti

            Non ha davvero compreso qual è il mio punto di vista.
            E con la bandiera: “arte per tutti, qualsiasi cosa sia” (come se io e quei pochi che la pensano come me fossimo per un’arte da mettere sotto chiave…) i più sono con Lei. L’utenza, cara Paola, è omogenea, indistinta, democraticissima. Non ci sono mostre per addetti ai lavori e mostre per non addetti (questa è una panzana inventata proprio da chi le mostre non le sa fare), ci sono solo mostre buone, ben concepite e ben allestite, e mostre di cui si dovrebbe fare a meno.
            Ne guadagna l’intenditore così come chi non conosce l’arte. Che quest’ultimo se ne renda conto o meno.
            O preferirebbe che tutti i nostri musei fossero dati a un bel manager della Fiat/Chrysler (ammesso che questa formula poi corrisponda a “tanto successo”) così, con la scusa di acchiappare (biglietti e) persone, mandiamo in vacca il nostro patrimonio culturale che è fatto anche di conoscenza e studio e non solo di opere (di cui abbiamo comunque straordinaria abbondanza e ce ne sbattiamo altamente, perché Disney attira di più)? Ho già avuto a che dire qui su Artribune circa questo punto.
            Comunque, si consoli e non si scaldi troppo a favore di Goldin. Ha già vinto lui. Con buona pace dei pochi (-issimi) che la pensano come me.

            P.S. la “critica” di una mostra, invece, se è davvero una critica seria (e non ciancia di cose ovvie come: la bellezza di Vermeer, l’intensità di Canaletto, la sublime luce di Bellotto, ecc.), parla di come è concepita un’esposizione e dei suoi contenuti didattici, aldilà delle opere presentate. La “vera” critica di una mostra è esattamente questo, non un compendio di informazioni sugli artisti presentati. Si vada a leggere l’istruttivo pezzo sempre compilato nel sito di Mostre e Musei, ad esempio, intorno alla tanto decantata mostra milanese su Artemisia Gentileschi (robbba nostra, questa…) e mi sappia dire. O preferisce che, pur avendo le possibilità di elevarci, rimaniamo sempre allo stesso, patetico livello di cialtroneria che il mondo non ci invidia?

  • dust

    … ormai il vibrione si è propagato… ho sentito persone tutt’altro che sprovvedute e “ignoranti” profondersi in apprezzamenti entusiastici della (orrenda) mostra di Genova… meglio niente che una mostra così, oppure meglio IL capolavoro (ma che sia tale, e non è detto che tutta la produzione di un artista sia costellata di capolavori, sarebbe il caso di intavolare una discussione anche su questo) da solo, con pubblico non pagante o pagante 3 euro

    • Cristiana Curti

      Concordo, e un esempio di mostre da non fare (sempre del genere “pacchetto vacanze”) fu quella tremenda su Van Gogh (ricasca l’asino) al Vittoriano a Roma a ottobre 2010 organizzata dall’omologo di Goldin in Capitale, Nicosia, di Comunicare Organizzando (ma se non altro si avvaleva di qualche buono studioso olandese in catalogo). Si vede che c’è la “spartizione” del territorio….

      • paola

        Invece vi capisco fin troppo bene, perché tempo fa la pensavo come voi… ma poi ho cercato di approfondire, al di là di scelte metodologiche un po’ troppo rigide. Mi sono calata nella realtà, ho cercato di capire con più libertà. Come? Parlando con la gente di tutte le età, per esempio ad uno spettacolo con chi mi sta attorno o ad una mostra con ci lavora. Un po’ con tutti, dal custode al docente, anche universitario, da giovani studenti a laureati, dal bravo storico dell’arte, attento all’umile studio e ricerca, a quelli spesso presuntuosi, intenti solo ad apparire. Alla fine sono arrivata alla conclusione che dobbiamo ringraziare chi sa divulgare in modo chiaro l’arte e sa trasmettere e alimentare passioni.
        Per esempio ho appurato che molte persone (gente comune e non solo, anche docenti) hanno conosciuto e apprezzato l’arte grazie alle trasmissioni di Daverio (e qui si potrebbe dire che è… e non è….) e lo considerano con grande rispetto e stima. Mi è capito di parlare con una ragazza che stravede per Daverio e che dopo aver finito il liceo classico si è iscritta all’università per studiare storia dell’arte: la sua grande passione. E ora io dico grazie anche a Daverio e a tutti coloro che cercano di fare bene il loro lavoro per favorire, a tutti i livelli, l’amore per la bellezza e per l’arte.
        Quindi grazie anche a Caroli, che è stato un ottimo docente universitario, per i suoi interventi in televisione.
        Grazie a tutti coloro che sanno trasmettere la passione per la bellezza, l’arte e la cultura in generale.