Sulle tracce di Miró

Si è detto proprio tutto su Joan Miró? A quanto pare no, e lo dimostrano le due mostre itineranti a carattere sperimentale dove del grande maestro surrealista si riscoprono la coerenza di un lottatore per la libertà e il costante spirito avanguardista. Spirito che lo non abbandonò neanche negli ultimi anni della carriera.

Joan Miró - Senza Titolo - 1960 - Fundació Pilar i Joan Miró, Mallorca - © Successió Miró - photo Joan Ramón Bonet & David Bonet

Che “il più surrealista di tutti”, come lo definiva Breton, sia stato, tra le voci di dissenso al regime franchista, una delle meno rumorose e tra gli artisti, un personaggio non troppo scandaloso, non deve portare alla conclusione che Joan Miró (Barcellona, 1983 – Palma di Maiorca, 1983) fosse meno compromesso nella difesa della propria terra rispetto ad altre figure del panorama artistico coevo.
Proprio al Miró che seppe fare del silenzio e dell’isolamento delle potenti armi di contestazione sono dedicate due notevoli retrospettive, a Washington e a Roma. Miró, The The Ladder of Escape tocca la National Gallery di Washington come ultima tappa, chiudendo così il giro di appuntamenti che hanno visto inaugurare la mostra alla Tate Modern di Londra nell’aprile 2011 e poi alla Fundació  Miró di Barcellona in ottobre.

Joan Miró - Aidez l'Espagne ,1937 - Fundació Joan Miró, Barcellona - © Successió Miró, Palma de Mallorca

“La scala dell’evasione” è una delle più grandi retrospettive dedicate all’artista catalano da oltre vent’anni. L’ambizioso progetto, che abbraccia oltre sessant’anni della carriera artistica di Miró, è partito da un’iniziativa della Tate Modern che, in collaborazione con la Fundació Miró, ha messo insieme oltre 150 opere per offrire ai visitatori un nuovo sguardo sulla produzione dell’artista catalano. La retrospettiva rivela il compromesso politico delle sue opere, le appassionate e coerenti risposte che seppe dare nei momenti più turbolenti della storia europea, così come il senso di una forte identità culturale spagnola, più specificamente legata alla sue radici catalane.
Ripercorrendo alcuni momenti chiave della travagliata storia della Spagna dello scorso secolo, si rende più manifesto il legame dell’artista con il suo tempo e la sensazione è quella di un crescendo di rabbia che si consolida in denunce sempre più aspre e nel richiamo dell’attenzione internazionale sulle tragiche sorti del suo Paese.

Joan Miró - Senza Titolo - 1981 - Fundació Pilar i Joan Miró, Mallorca - © Successió Miró - photo Joan Ramón Bonet & David Bonet

All’ultima fase della produzione di Miró, quella che inizia con il trasferimento a Mallorca nel 1956 e che termina con la scomparsa dell’artista nel 1983, è dedicata invece la mostra romana presso il Chiostro di Bramente, Miró! Luce e Poesia. Dopo Roma, la retrospettiva viaggerà verso Verona (Palazzo della Gran Guardia) e infine verso  Genova (Palazzo Ducale).
Il grande artista catalano torna nella Capitale dopo un lungo periodo d’assenza e con la lavori mai esposti prima in Italia. Per questa mostra, la gran parte delle opere proviene dal fondo della Fundació Pilar i Joan Miró, dove si conservano le opere più significative della produzione tarda. Nell’esaustiva rassegna, curata da María Luisa Lax Cacho, si scandiscono bene le novità espressive che succedono alla conquista del sogno di un ampio spazio dedicato alla creazione e che fu disegnato apposta per lui dall’amico e architetto catalano Josep Lluís Sert.

Joan Mirò sulla scala - photo Joan Ramón Bonet & David Bonet - courtesy Archivo Fundació Pilar i Joan Miró, Mallorca

Immerso nella natura e nella vita contemplativa, memore delle esperienze del modernismo catalano e del soggiorno newyorchese, Mirò iniziò ad abbandonare progressivamente la classica pittura da cavalletto. La manipolazione diretta della materia e i progetti di grande formato si andarono consolidando come istanza espressiva principale. Attraverso la ceramica, la scultura, i colori sempre più materici e i grandi murales, si chiuse il cerchio della lunga riflessione mironiana tra “la realtà e le sue apparenze” iniziata al principio del Novecento.

Enrichetta Cardinale Ciccotti

Washington // fino al 12 agosto 2012
Miró – The The Ladder of Escape
NATIONAL GALLERY OF ART
4th and Constitution Avenue NW
[email protected]
www.nga.gov
Roma // fino al 10 giugno 2012
Miró! Luce e Poesia
CHIOSTRO DEL BRAMANTE
Arco della Pace 5
[email protected]
www.chiostrodelbramante.it

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Enrichetta Cardinale Ciccotti
Enrichetta Cardinale Ciccotti (Napoli 1986, vive a Barcellona). Storica dell’arte, generazione erasmus. Per evitare la tanta agoniata sindrome post-erasmus ha fatto una serie di giri, ma dall'estero non è più tornata. Dopo le ricerche per tesi a Monaco di Baviera si è trasferita a Barcellona per studiare exhibition design. In Spagna ha collaborato per la galleria masART, la fiera d’arte contemporanea SWAB e l’Istituto di Cultura Italiana. Si occupa di stampa internazionale, contenuti web e social media per eventi culturali e portali. Collabora per il Sónar Advanced Music and New Media Art Festival. Scrive per Artribune dal 2012.
  • Sandro Barbagallo

    Gentile Enrichetta,
    la lettura del Suo articolo mi ha letteralmente stupito, soprattutto perché in questo sito, che considero il migliore in Italia.
    Mi permetto di sottolinearLe che nella storia dell’arte – anche nella Sua, cara Enrichetta? – un artista deve essere considerato importante a prescindere dal suo impegno socio-politico. Se poi, come nel caso di Miró, la storia dimostra che questo cosiddetto “impegno antifranchista” non c’è mai stato, Lei ha la responsabilità di perpetuare falsi miti, spacciandoli per storia. E non credo possano essere questi i suoi ideali o il compito di Artribune…
    Mi permetto quindi di segnalarLe questa lettura, http://sandrobarbagallo.blogspot.it/2011/09/per-miro-leggende-da-sfatare.html, che le schiarirà le idee su un artista che nella sua patria è stato definito “la personificazione del compromesso”, mentre da altri fu criticato per aver “favorito implicitamente” il regime nel dare l’immagine di una certa liberalità, pur di poter lavorare tranquillo in Spagna.
    Cordialmente.
    Sandro Barbagallo

  • Enrichetta

    Gentile Sandro,

    ho letto il suo articolo e trovo senza dubbio molto interessanti tutte Le sue riflessioni sul mito dell’impegno politico dell’artista. È un argomento molto interessante e ricco di sfumature quello dell’impegno politico, dedotto a posteriori, dai critici d’arte. Mi permetta di dire che è ho estremo piacere di poter avere un confronto con un critico del suo calibro, e lungi dal voler perpetuare falsi miti, o dal dire che l’impegno sociale e politico camminano a braccetto con l’importanza di un artista, il mio articolo voleva semplicemente “informare” sulle più attuali riletture ed eventualmente sul “taglio” che assumono le più recenti mostre dedicate a Joan Miró in Spagna e all’estero. In questo contesto la pubblicazione dell’inedito Epistolari Català (1911-1945), a cura della Fundaciò Mirò (2009), è da quanto ho letto, il punto di partenza di questi nuovi spunti di riflessione.
    Personalmente quando ho visitato la mostra, non ho avuto l’impressione che mi stessero vendendo Mirò come un attivista politico di prima linea, piuttosto ho avuto il piacere di vederlo sotto una chiave di lettura diversa, meno legata a quell’elaborazione di uno stile personalissimo, eppure universale, che ne ha decretato il successo internazionale.
    The Ladder of Escape non è l’unica mostra che ha di recente sottolineato il “compromesso politico” ma eventualmente “passivo”di Joan Mirò, come anche Lei ha giustamente sottolineato. Nel 2011 la Fondazione Picasso di Malaga ha ospitato “Miró. La sua lotta contro la dittatura”, metre “Miró e il mondo di Ubú” è attualmente aperta al pubblico a Zaragoza. Queste ultime due mostre riuniscono circa 150 opere, lettere e documenti, nelle quali Mirò ha giocato per oltre 30 anni con la metafora Fraco-Ubú Rey di Jarry.
    A proposito di The Ladder of Escape, forse Mirò non fece dell’arte politica, ma come anche Rosa María Malet (Fundaciò Mirò) e Harry Cooper (National G. Londra) sottolineano, nell’opera di Mirò si rispecchiano perfettamente e senza forzature, i momenti più appassionanti della crisi politica del tempo e non ultimo un legame ed una riflessione sulle radici della cultura catalana che, con una certa preveggenza, lo continuano a legare a questioni politiche e sociali molto attuali in Catalogna.
    Ed ancora dal mio personale punto di vista, quanto al surrealismo, ho potuto apprezzare come qui in Catalogna, Joan Mirò sia un artista molto più caro ai catalani di quanto non lo sia Salvador Dalí, una sensazione che difficilmente percepivo dall’Italia. E dunque sebbene il compromesso politico di Mirò sia potuto essere passivo o sporadico, credo che senz’altro sarà stato un “impegno politico e sociale”, o una coerenza, molto maggiore di quella di Dalí, notoriamente immischiato con il franchismo e votato ad un’estrema commercializzazione della sua arte, tanto è vero che Breton lo definiva, anagrammando il suo nome, “Avida Dollars”.
    Certo restano molto interessenti le citazioni nel suo articolo, quelle proposito delle dure critiche di Sebastià Gasch ed Eduardo Arroyo, di cui non ero a conoscenza e che non mancherò di leggere. La ringrazio per l’interessantissimo e apprezzabile commento al mio articolo,
    Saluti
    Enrichetta Cardinale Ciccotti