Sull’attualità della pittura analitica

Il Lu.C.C.A. Center of Contemporary Art ospita Gianfranco Zappettini, fondatore della pittura analitica. Tra passato e futuro, la mostra raddoppia (o meglio: quadruplica), indagando le radici del movimento e presentandone un possibile sviluppo in chiave metafisica. Che dal bianco torna ancora al bianco. A Lucca, fino al 27 maggio.

Zeniuk, Teraa, Zappettini e Gaul a Muenster nel 1974

Un titolo all’apparenza ironico (PAINT?!), ma con un sottotitolo più che mai impegnato (Gianfranco Zappettini e l’astrazione analitica europea). Così il Lu.C.C.A. Center of Contemporary Art ospita la nuova serie di lavori di Gianfranco Zappettini (Genova, 1939; vive a Chiavari), fondatore assieme a Winfred Gaul e al critico Klaus Honnef della “pittura analitica”. L’occasione offre lo spunto per realizzare un’accurata retrospettiva sul movimento, con le opere dei sedici artisti che nel cuore degli Anni Settanta s’impegnarono a diffonderne i principi in tutta Europa. A discapito dell’immediata internazionalità, il successo fu di assai breve durata, presto sopravanzato da pratiche più immediatamente fruibili (e vendibili) per il pubblico.
La pittura analitica nacque come reazione alla generale svalutazione dell’atto pittorico, imposta dal crescente successo del minimalismo e della conceptual art. Ma questo tentativo di “rifondare un linguaggio sulla pittura” mantenne caratteristiche distintive uniche, che lo separarono nettamente sia dalla pittura figurativa, sia da certe forme di astrattismo.

Zeniuk, Teraa, Zappettini e Gaul a Muenster nel 1974

Interrogato sul suo rapporto con l’informale, ad esempio, Zappettini non nasconde il proprio fastidio per un’arte che esalta il mood della giornata, senza realmente riflettere sull’atto compiuto. E se il lavoro di Zappettini fu spesso paragonato a quello di un imbianchino, che stende più mani di colore (il bianco) con un semplice rullo, egli non stenta ad accogliere la similitudine, sottolineando però una sola differenza: “Io so quello che faccio sulla tela”. È qui che risiede il nucleo dell’astrazione analitica: un esercizio pittorico che si serve della pittura per analizzarne l’essenza. Per questo non occorrono raffigurazioni di sorta (e Ulrich Erben denuncia: “Non potevo più usare il verde senza pensare a un albero”), né tantomeno un coinvolgimento emotivo. La pittura diviene un esercizio programmato, il più possibile asettico e spersonalizzato, ma è proprio scarnificandola che si può riuscire a toccarne l’anima. Giunto alla nona mano di bianco, quando dell’iniziale superficie nera restava solo un grigio accennato, Zappettini percepiva “una tensione sensoriale (quasi sensuale) con la superficie”, segno evidente che la sua ricerca, pur servendosi di pratiche ripetitive e controllatissime, ambiva a un’esperienza di straordinaria intimità e comunione con la tela.

Winfred Gaul - Markierungen XXXXI - 1973

Ottenere la prossimità tramite la distanza, collegare il nulla con l’assoluto: queste le ambizioni di una ricerca che nei decenni ha attraversato vicende alterne, momenti di crisi e di ripresa, giungendo infine a ricollegarsi con se stessa attraverso l’immagine archetipica del deserto: “il nulla che cambia ogni giorno”, finalmente incontrato da Zappettini in un suo viaggio in Oriente. Lu.C.C.A. ospita così non solo le “superfici analitiche” degli anni Settanta, ma anche le più recenti produzioni, con la serie “La trama e l’ordito”, in cui l’ambizione si fa più universale e metafisica, con decisi influssi zen: “l’ordito rappresenta l’immutabilità, ma anche il susseguirsi di tutti gli indefiniti stati dell’essere. La trama rappresenta, invece, la variabilità, ma anche l’insieme di tutti gli esseri sul medesimo stato”. Un’eterna tensione tra Yin e Yang riportata sulla superficie della tela, nell’indefesso lavoro dell’artista. “Dipingo, dunque penso”, chiosa Maurizio Vanni, curatore della mostra assieme ad Alberto Rigoni.

Giorgio Griffa - Senza titolo - 1973

Ma come anticipato, PAINT?! non si ferma al solo Zappettini: le quattro stanze del secondo piano sono occupate da “ricostruzioni” delle quattro storiche mostre della pittura analitica (a Ferrara, Palazzo dei Diamanti – 1973; a Düsseldorf, Galerie La Bertesca – 1974; a Kassel, Museum Fridericianum – 1977; a Parigi, Musée d’Art Moderne – 1978). Non riprodotte per intero, ma suggerite da un’opera per ogni artista, queste quattro “mostre in miniatura” dimostrano soprattutto come l’astrazione analitica non si limitasse ai soli bianchi o ai monocromi: l’esercizio pittorico (inteso come momento di esaltazione del pensiero) trovò molteplici vie per realizzarsi, ma sempre servendosi di pratiche controllate e materiali poveri.

Paint?! - veduta della mostra presso il Lu.C.C.A., Lucca 2012 - photo Simone Rebora

Una menzione particolare merita infine l’allestimento, realizzato con una cura quasi maniacale, che stravolge le stanze del cinquecentesco Palazzo Boccella con interventi mai invasivi. La luce diffusa, come in una moderna Orangerie, inibisce l’esclusività dei singoli faretti. Tutte bianche le mura, bianco anche il pavimento, con il prezioso parquet colorato da una tempera acrilica ad acqua, facilmente lavabile. Un “acquario di luce” in cui il visitatore è invitato a un’esperienza sensoriale assoluta, ai limiti dell’annichilimento. Ma nel percorrerlo Zappettini lamenta la stonatura in nero del pouf centrale: occorrerà toglierlo al più presto (o forse, chiamare un imbianchino).

Simone Rebora

Lucca // fino al 27 maggio 2012
PAINT?! Gianfranco Zappettini e l’astrazione analitica europea
a cura di Maurizio Vanni e Alberto Rigoni
Catalogo Silvana Editoriale
LU.C.C.A.
Via della Fratta 36
0583 571712
[email protected]
www.luccamuseum.com

CONDIVIDI
Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.
  • giorgio bonomi

    Ma la firma è giusta? L’articolo sembra scritto da Rigoni, il segretario di Zappettini. Ho contribuito alla “rinascita” di Zappettini che dopo esserci baloccato con i “pupazzetti” tipo fumetti, era ritornato alla pittura (d’oriente? in realta Zappettini si professa mussulmano), ma definirlo “il” fondatore della Pittura analitica è un po’ eccessivo, sarebbe stato corretto indicarlo “fra” i fondatori ma anche riportare i nomi degli altri, assai più importanti di Zappettini, prima durante e dopo la Pittura Analitica.