La signora (?!) della scultura

Dopo aver fatto di Punta della Dogana un’attrazione internazionale, François Pinault inaugura il nuovo corso di Palazzo Grassi. Dopo anni di collettive a tema, costruite con il meglio di una delle collezioni d’arte più importanti al mondo, il re del lusso apre le porte a mostre personali di artisti viventi. Il primo a beneficiarne è Urs Fischer.

Urs Fischer

Pochi mesi fa, alla Biennale firmata da Bice Curiger, aveva impressionato per quella candela in scala 1:1 de Il Ratto delle Sabine di Gianbologna e per il ritratto dell’amico Rudolf Stingel che si squagliava come neve al sole. Era cera, ma poco importa. La scultura-non-scultura (un modello che veniva stampato e lasciato consumare ogni 30 giorni circa) segnava una netta linea di demarcazione fra la tradizione che intende la scultura come “monumentum” e una sensibilità verso l’oggetto che sembra chiamato a interpretare il ruolo di un essere finito, come a prendere il posto dell’umano nella complicata giostra dell’esistenza.
Come quel pacchetto di sigarette sfondato che, a un certo punto della mostra, si trascina stancamente a terra, solitario, in un percorso circolare che segna il tempo di una eternità senza speranza. La mostra di Urs Fischer (Zurigo, 1973) ha inizio al piano terra di Palazzo Grassi, davanti al lucente Balloon Dog (Magenta) di Jeff Koons. Lo svizzero, cui è stata data carta bianca, decide di sfidare il maestro dell’ultrapop allestendo una competizione sullo statuto della scultura: da una parte l’impeccabile e monumentale cagnolone specchiante dell’americano, simbolo paradossale di un’arte che attinge alla vita del consumo per elevare il prodotto alla vita dello spirito; dall’altra parte, una fedele riproduzione del proprio studio di Londra attraverso cui Fischer ci permette di sbirciare tra i suoi processi di pensiero, fra intuizioni schizzate sui muri in modo sciatto e immediato, mozziconi di sigarette molto nouveau réalisme, sculture abbozzate, detriti e arredi approssimativi: un po’ discarica, un po’ stanza dei giochi di un piccolo discolo dai genitori permissivi. Le pareti sono interamente “affrescate” da schizzi incomprensibili, disegnetti ameni, lazzi ad effetto. Sono i vagiti di oggetti nascenti, il cui padre è un artista che predilige il processo alla forma.

Urs Fischer - Madame Fisscher - 1999–2000 - Hauser & Wirth Collection, Svizzera - courtesy l’artista & Galerie Eva Presenhuber, Zurigo - photo Stefan Altenburger

Fischer non vuole spiegare troppo. La sua arte è surreale anche per questo. Spesso è biomorfa e tratta il corpo come un oggetto frantumato e l’oggetto come un corpo organico. Questa mostra ne raccoglie alcuni esempi, fino alla sala dove le sculture di nudi femminili trafitte da chiodi e dai corpi spezzati dialogano con una modella in carne ed ossa assoldata per assumerne le pose. È un gioco di rispecchiamento al contrario, dove le parti s’invertono e il vero mima la finzione. Fischer è uno degli scultori più amati dai musei anche per questo suo approccio meta-scultoreo, in cui l’opera riflette sul linguaggio che la costituisce. Un esempio emblematico sono i box specchianti, su cui appaiono le diverse facce di packaging, utensili o alimenti. Su questi totem la tridimensionalità della scultura è riportata ad una paradossale bidimensionalità.
Ospitata in una grande personale al New Museum di New York nel 2009, l’arte di Fischer appare come un metalinguaggio estetico, dotato di una sua poesia, di una prospettiva critica e anche di una sua afasia. La verve che ne contraddistingue la poetica resta il sottofondo ironico di un discorso sulla scultura portato avanti attraverso un disinibito missaggio di materiali e un’anarchica libertà inventiva. Tra grandi installazioni, sculture a sorpresa e lavori “storici”, il percorso curato dall’artista fila via liscio e piace perché è in grado di restituire un’atmosfera “interiore”. Come se, muovendoci per le sale, stessimo vagando nella mente non ordinata ed eccentrica di uno svizzero molto sui generis.

Nicola Davide Angerame

Venezia // fino al 15 luglio 2012
Urs Fischer – Madame Fisscher
PALAZZO GRASSI
San Samuele 3231
www.palazzograssi.it

  • Lui è ok. Mi piace perchè ogni opera discende da una nuovola MAV (modalità-atteggiamento-visione) che contiene valore e che viene , a sua volta, arricchita e argomentata dalle opere precipitate. Si tratta di cattelan che incontra paul maccarthy, e quindi le ultime -veramente- propaggini dei figli di andy warhol. Gli anni 90 che incontrano il picco visivo, il caos, dell’11 settembre. Grande Urs. Mi piace. Ora si tratta di sviluppare un pop più intimo, casa per casa.

    LR
    retrospettiva (ovunque, a cura vostra)
    10-09-01: http://whlr.blogspot.it/2012/04/retrospettiva-ovunque-cura-vostra.html

    • Bene!!! Felici che ti piaccia!!! Ora potresti gentilmente illustrarci, di Urs Fisher,
      – modalità
      – atteggiamento
      – visione
      spiegandoci come esse, singolarmente o complessivamente, “contengano valore” e poi come , tali elementi, vengano “arricchiti ed argomentati” dalle opere, ovviamente, fornendoci qualche esempio pratico.
      Grazie!!!

  • Massimo Bocconi

    Ma quante sabine c’erano in quel ratto?
    Giambologna ce ne aveva messa una sola poichè, nonostante la potenza di quella scultura, nemmeno un grande ratto ne avrebbe potute reggere più di una: per non parlare poi di quelle chiappe morbide di marmo bianco che si sciolgono rimanendo ferme. Passione che brucia, la stessa che Mr. Fischer mette nei suoi lavori. Grande Urs.

  • Cara Luciano, continui a chiedere spiegazioni allo scemo del villaggio. :-)

    Ma ci provo. Fischer non ha iniziato due giorni fà, quindi bisogna contestualizzare l’origine del suo lavoro che và a scardinare quello che c’era di buono nel gruppo di artisti anni 90 doc (eliasson, hirst, emin, cattelan, creed, ecc ecc). Esattamente come l’evento delle torri gemelle ha scardinato una certa idea di occidente..e non in modo retorico ma togliendo il velo su una certa complessità (l’11 settembre nessuno della comunità ebraica si recò al lavoro….) che vive il rapporto realtà-fiction….

    ogni sua opera è coerente e presenta spesso (in modi più o meno fortunati) degli azzardi formali che ci dicono su come il nostro presente sia “azzardato”, complesso e immensamente diretto e semplice (valori dell’attinenza al presente e dell’autenticità). Quella modalità un po’ azzardata e folle (la sua scultura candela di un momento in cui l’artista-chiunque è semplicemente e banalmente seduto) è la stessa modalità che dovremo usare tutti per surfare meglio questo presente complesso…scardinare alcune convinzioni e quindi alcuni bisogni…

    l’arte di qualità fa fare salti di coscienza e consapevolezza rispetto ogni ambito. Poi per conservare la vita non ci vuole tanta coscienza (la qualità dipende dall’ignoranza dello spettatore?) ma per godere appieno ci vuole maggiore coscienza e consapevolezza. Ed ecco che si può partecipare al Whitney diversamente ecc ecc ecc

    LR
    retrospettiva (ovunque, a cura vostra)
    I’m not Roberta: http://www.whlr.blogspot.it/2011/11/elevator-view-whitney-museum-24022010.html

    • Caro whitehouse, (a proposito spero che il tuo “cara” fosse un banale errore di “digitazione”… ad ogni buon conto: sono un “maschietto”) io non chiedevo allo “scemo del villaggio” io credevo di chiedere a Luca Rossi il quale continua ad enunciare un “concetto” che, a sentir lui, dovrebbe costituire un metro “oggettivo” di valutazione dell’arte (…e non solo, sempre secondo lui).
      Dato che a tale enunciazione non ha mai fatto seguito una “spiegazione” o chiarimento, dell’enunciato e dato che Luca Rossi sostiene che non si tratta (come invece sembrerebbe, appunto, dal mancato approfondimento) di uno “slogan” (o un “gingle”), una volta tanto che invece di dire “non mi piace” Luca Rossi-whitehouse ha detto “mi piace” mi e’ parsa l’occasione opportuna per avere, finalmente, un’esemplificazione del significato pratico del famoso “modalità-atteggiamento-visione”, del come, dove e perché, da ciò che per Luca Rossi significano tali tre termini (separatamente o congiuntamente tra loro), discenda il valore di un’opera e come tale opera retro-agisca modificando il gruppo m-a-v .
      Devo, purtroppo constatare che, a parte delle considerazioni molto superficiali (sembrano quelle scritte dozzinalmente da quei “critici” che tu stigmatizzi, sui cataloghi loro commissionati, spesso senza neppur conoscere l’autore ed i lavori cui essi sono riferiti) Luca Rossi-whitehouse non ha fornito alcun serio approfondimento … peccato! O forse Luca Rossi e’ andato in ferie e whitehouse e’ lo “scemo del villaggio” che si diverte a ripetere il “gingle” MAV ascoltato dal suo “blogger” preferito?

      • Mai parlato di criteri oggettivi. Ma di argometazione critica che TENDE a criteri oggettivi. A me sembra di aver, seppur velocemente argomentato il mio “mi piace”. Questo non è un catalogo ma uno spazio per i commenti, bisogna essere sintetici, per approfondire c’è il blog.

        Fischer con un insieme coerente di opere aumenta la coscienza e la consapevolezza rispetto il presente e non solo. Questo vuol dire anche gioco e azzardo formale. La forma è contenuto. Ma non c’è perggior sordo di chi non vuol sentire.

        • Tu hai scritto :

          “Io credo che il valore dell’opera, la qualità, stia nella nuvola MAV (modalità-atteggiamento-visione) da cui discende, da cui precipita l’opera, come testimone di quella nuvola. I precipitati contribuiscono a loro volta a definire quella nuvola, quindi non ne basta uno, anche se interessante.”
          Io ti ho chiesto :

          ” illustraci, di Urs Fisher,
          – modalità – atteggiamento – visione spiegandoci come esse, singolarmente o complessivamente, “contengano valore” e poi come , tali elementi, vengano “arricchiti ed argomentati” dalle opere, ovviamente, fornendoci qualche esempio pratico.”

          Io, che sono quello cosi’ radicalmente scemo da chiedere a chi si definisce lo “scemo del villaggio” ho letto delle banalità (che forse per te’ definivano una “modalità o forse un atteggiamento o forse una visione ma certamente non tutte e tre) che per uno scarsamente dotato come il sottoscritto non costituiscono e non possono costituire una definizione o una spiegazione.
          E non dirmi che questo non e’ il luogo opportuno, perché se questo e’ il luogo opportuno per affermare “Lui è ok. Mi piace perchè ogni opera discende da una nuovola MAV (modalità-atteggiamento-visione) che contiene valore e che viene , a sua volta, arricchita e argomentata dalle opere precipitate” e’ anche il luogo opportuno, anzi assolutamente doveroso, per spiegare che cosa tale affermazione significhi.
          Sta’ diventando sin tropo evidente che tu invochi la “necessita’” di essere sintetici nei commentari, solo perché, in realtà sei del tutto incapace di spiegare ed argomentare i tuoi “gingle”

          • …e el resto non mi hai mai fornito una risposta puntuale e soddisfacente neppure suol tuo blog, sul quale, tra l’altro i tempi di “moderazione” sono biblici ed impediscono un vero “contraddittorio” (per non dire degli stralci arbitrari che hai operato nel citare miei commenti).
            Caro whitehouse temo proprio che faresti meglio a dedicarti alle tue “attività estemporanee” (credo che tu non ami chiamarli “lavori artistici”) che qualche volta sono onestamente interessanti ed a lasciar perdere definitamente la tua agognata attività di “costruttore di termometri universali”, che richiede (anche solo per quelli che “universali” non pretendono di essere) molta più’ precisione e rigore di quanto tu abbia dimostrato sin qui di possedere. Lascia costruire termometri a chi sa farlo … chissà magari poi ti chiameranno a idearne la campagna pubblicitaria… in questo saresti perfetto.!

      • SAVINO MARSEGLIA (muratore)

        L’ARTISTA ADDOMESTICATO NEL RECINTO ARTIFICIALE DELL’ARTE !!!

        Nel mondo dell’arte, oltre alla sigla MAV: (modalità-atteggiamento- visione) , c’è la CAUPRA: come allevare un’artista a regola d’arte. L’allevamento dell’artista non è una cosa naturale. Bisogna prima addomesticarlo a vivere nel odierno RECINTO artificiale dell’arte…, poi bisogna addomesticarlo a regola d’arte…, e soprattutto allontanarlo dai pascoli naturali, dalla vita e dalla realtà sociale.

        Così, l’artista non solo si sente protetto, ma si riproduce comodamente, senza arrecare alcun danno e pericolo per il quieto vivere. Tuttavia occorre portarlo a pascolare anche in giro nei musei-mausolei, nelle gallerie del vento, nelle fiere di animali da pascolo.., perché è facile che si formino, (se sta fermo sempre nello stesso recinto) delle malattie pericolose del tipo: artristite catafalchiche, parassiti patogeni o malattie di calunnia, di invidia, di spirito .

        Perciò, non cercate di condizionarlo quando partorisce un’ opera d’arte, perché è capace di fare tutto da solo.
        L’artista è anche in grado di accudire al suo IO CREATIVO, senza bisogno di aiuto alcuno.

        Il suo IO CREATIVO può essere visto come elemento esplicativo, risolutivo di istanze dell’inconscio, e in tal senso è radicalmente correlato al concetto di identità in relazione allo sviluppo della sua esperienza all’interno del RECINTO ARTIFICIALE DELL’ARTE.

        Nella critica d’arte, il RECINTO ARTIFICIALE viene spesso collegato all’identità, per evidenziare come il PARTO dell’opera d’arte dell’artista, oggetto della critica in questione riveli in toto aspetti dell’ identità addomesticata dell’artista.

  • Angelov

    Questo frammentario e dispersivo ciccione svizzero, che si dibatte nell’annoso problema se siano nati prima i buchi o prima la gruviera, merita una recensione all’altezza del suo fare artistico.
    Un’accenno e via.
    Uno schizzo, e già
    ha le mani altrove,
    a palpeggiare qualche nuova
    esperienza sensoriale.
    Tutto sperimentale.
    Tutto esaurito,
    come del resto lo spettatore,
    il quale ha il suo da fare,
    per non incespicare
    in questi piccoli souvenir
    dell’attimo fuggente.

    • SAVINO MARSEGLIA (critico d’arte)

      Questo processo di sovraproduzione di “souvenir” e cianfrusaglie varie produrrà un aumento progressivo dell’ignoranza, che a sua volta proddurrà la scomparsa dell’arte.

      Dunque la vittoria di cose inutili. “Un artista è una persona che produce cose di cui la gente non ha bisogno, ma che lui, per qualche ragione, pensa sia
      buona idea dar loro”.
      (ANDY WARHOL)

  • nicola davide angerame

    Grazie Angelov, per l’originale intervento. Mi auguro che stimoli i commentatori a trovare vie alternative e personali di comunicazione.

    Siamo quello che diciamo, e come lo diciamo.

    Nicola