Van Gogh e la spettacolarizzazione dell’arte

A Genova viene prorogata, visto il successo di pubblico, la mostra “Van Gogh e il viaggio di Gauguin”. Tra qualche dubbio e tante speranze, una mostra come simbolo di una città, e dei nostri tempi. A Palazzo Ducale fino al 1° maggio.

Vincent van Gogh - Covone sotto un cielo nuvoloso - 1890 - Kröller-Müller Museum, Otterlo

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?, oltre che il titolo di un’opera di Gauguin esposta nella mostra Van Gogh e il viaggio di Gauguin, al Palazzo Ducale di Genova, può diventare il punto di partenza per una breve riflessione sullo stato dell’arte in tempi di crisi: economica, certo, ma evidentemente anche culturale.
Da dove veniamo? Genova proviene da anni di pochezza culturale, di brutte mostre, di eventi di scarsa qualità, le manca un museo d’arte contemporanea (in attesa che risorga Villa Croce), per anni gestito con metodi discutibili, con mostre noiose legate ad argomenti poco popolari.
Chi siamo? Nel visitare la mostra, una domenica pomeriggio, come altre centinaia di turisti della cultura (l’affluenza di pubblico è straordinaria), è impossibile non ascoltare alcuni commenti: “Lo sai che Van Gogh era pel di carota?”, “pare sia morto con la pipa in mano”, “guarda, sono esposte proprio le sue scarpe” e infine il grande classico, “lo sapevo fare anch’io” (affermato con aria di superiorità davanti a un magnifico Rothko).

Paul Gauguin - Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? - 1897-98 - Museum of Fine Arts, Boston

Del resto l’arte è per tutti, o almeno così dovrebbe essere secondo molti, quindi ben vengano le mostre blockbuster, con i loro concept banalmente rassicuranti, il loro pubblico tanto naïf quanto reale, le scolaresche, le guide che per coinvolgere i gruppi si soffermano più sui gossip che sul valore artistico delle opere, il regime di sicurezza da dopo 11 settembre (guardaroba obbligatorio, no foto, no cellulari, sorveglianti pronti a intervenire a ogni minimo movimento…), i lunghi pannelli didascalici (scritti con un tono semplicistico, da maestra che insegna a studenti poco coinvolti la storia dell’arte come una lezioncina da ripetere) che all’inizio di ogni sala sfidano la pazienza del più pignolo osservatore, la penombra che fa tanto ambiente, ma soprattutto gli artisti storicizzati e le loro opere bellissime. Davanti alle ninfee di Monet, alle composizioni di Kandinsky, ai celebri oli di van Gogh, solo per citare alcuni dei capolavori esposti, sembra di essere entrati in un libro di storia dell’arte, non si può che restare incantati.

Caspar David Friedrich - Barca sul fiume Elba nella nebbia del primo mattino - 1820-25 - Wallraf-Richartz-Museum & Fondation Corboud, Colonia

Dove andiamo? Se il futuro dell’arte deve essere questo, e i numeri lo fanno pensare, ben vengano le mostre di Goldin, soprattutto in una città che fatica a farsi strada nell’ambito della cultura, nonostante le sue enormi potenzialità. Ma allora perché non andare fino in fondo e lavorare di più sulle strutture di Palazzo Ducale? Il bookshop (praticamente inesistente), un bar (con i vetri sporchi) e un ristorante (pessimo, il brunch), gli orari (che potrebbero essere anche serali). Che la spettacolarizzazione dell’arte, almeno a Genova, abbia inizio. Ma per davvero.

 

Alice Cammisuli

Genova // fino al 1° maggio 2012
Van Gogh e il viaggio di Gauguin
a cura di Marco Goldin
PALAZZO DUCALE
Piazza Matteotti 9
0422 429999
www.palazzoducale.genova.it
www.lineadombra.it

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Alice Cammisuli
Alice Cammisuli è nata a Genova nel 1981. Dopo la laurea in Storia dell’Arte conseguita presso l’Università di Genova, si è specializzata in Organizzazione e Comunicazione per l’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano. Ha scritto testo critici, recensioni e collaborato all’organizzazione di mostre in Gallerie d’Arte e Musei con particolare attenzione al rapporto tra le arti visive e la musica. Come Ufficio Stampa ha seguito eventi artistici in tutta Italia.
  • Cristiana Curti

    Sono, queste, mostre terribili, noiose, inutili e costose. Nessun botteghino ricco potrà mai arrivare a pareggiare i conti delle spese sostenute e controbilanciare i danni culturali. Ben venga Goldin? Ma non sarebbe meglio: via la colonizzazione della spettacolarità crassa e ben venga un professionista vero con mostre vere, interessanti e impeccabili scientificamente. Magari una sola all’anno, magari anche su Van Gogh, ma fatta davvero bene (per una sola volta, almeno per una)? Ma di che si sta parlando? Siamo veramente tutti popolo bue? Siamo solo territori da spremere e gente da sottomettere? Siamo così assogettati da auspicare l’arrivo del baraccone cosicché qualche annoiato assessore possa elargire un bookshop (naturalmente appaltato a Linea d’Ombra, a quel punto) e una caffetteria?
    Capisco la desolazione dell’articolista, la capisco bene, ma non è così che si chiede la rimonta culturale di una città. E invece sarà questo che Genova avrà (visto il “successo di pubblico e critica”) e così si allonterà senz’altro il sogno di una programmazione culturale degna di questo nome anche nel contemporaneo.

    • Alice Cammisuli

      Grazie delle osservazioni Cristiana. In realtà la mia non è desolazione, è una presa di coscienza realistica e disincantata delle necessità che, a mio avviso, ha oggi il mondo dell’arte per continuare a vivere.
      Anche io vorrei mostre intellettualmente stimolanti ma in questo “nuovo Sistema dell’Arte” (che non esiste più come lo conoscevamo) temo che scendere a compromessi sia l’unica soluzione per sopravvivere.
      E’ un tributo da pagare, temo, mentre lavoriamo a un rinnovamento e speriamo in tempi migliori.

      • Cristiana Curti

        Non si torna indietro, cara Alice. Quando la politica ha “fatto acclimatare” una proposta culturale è finita. Soprattutto per chi vorrebbe fare manifestazoni migliori e non necessariamente meno accattivanti. Ripeto: una mostra su Van Gogh è sempre cosa buona se fatta con i criteri della qualità (critica, dei prestiti, delle liaisons con i Musei stranieri). Ci si guadagna sempre a portare in Città una buona mostra con buone relazioni che rimangono alla Città stessa (e non solo all’organizzatore del pacchetto tutto-compreso). Se anche i cittadini sono convinti che questo è meglio che niente, posso comprendere, ma non approvare (per quel che conta il mio pensiero). In questo modo si avvalla solo la teoria della cultura come macchina economica e non macchina educativa. Un aspetto su cui nel resto d’Europa (che già conosce queste mostre blockbuster da tempo, come noi del resto) si è tornato a ripensare finalmente. Alla fine, resta poca eredità di relazioni e nessuna traccia del passaggio di una mostra inutile (e costosa). I compromessi rispetto a ciò che ci si pone come traguardo devono sempre essere presi in considerazione se si lavora nel Pubblico (niente va veramente come dovrebbe), ma solo se il gioco vale la candela. Con ciò, auguri a Palazzo Ducale.

        • And

          Leggendo i vostri commenti mi viene un’altra considerazione da fare, e nn riguarda tanto le (pur importanti) relazioni tra musei ed entri stranieri. Mi viene da pensare alla tutela e incolumità delle opere d’arte, le vere protagoniste-vittime di quello che sta accadendo ormai da anni. Ora, finché si tratta di van Gogh e Gauguin, una mostra come questa di Genova ci può stare, anzi: hanno dipinto così tanto i due che nn mi stupirei se tra qualche anno ci propinassero un’altra mostra come questa in un’altra città, lievemente cambiata di titolo e con altre opere (e purtroppo la moda delle mostre-remake, come le chiamo io, sta dilagando). E comunque si tratta di dipinti di fine ‘800, in buono stato di conservazione, iper assicurati e iper controllati. Vogliamo parlare di quando si fanno mostre di antichi maestri, con tele enormi e antiche, che corrono sì grossi rischi? A Milano ne hanno inaugurata una, inutile, su Tiziano e il paesaggio moderno, a Roma hanno prorogato quella sul Roma tempo di Caravaggio, e tremo quando sento parlare di Caravaggi in Russia o a Cuba o di Leonardi a Londra: qualcuno ha fatto una stima dei danni che ricevono queste opere quando viaggiano di continuo? Nn parlo del quadro del “Maestro di nn so chi” tenuto in una sala appartata di qualche musep e che non va quasi mai in giro: ma che ne sarà dei soliti capolavori sempre in viaggio? Credo di avere visto “La Calunnia” di Botticelli, uno dei miei quadri preferiti, almeno 3 volte negli ultimi 10 anni alle Scuderie del Quirinale. Quando si sveglierà il consiglio superiore dei beni culturali x dire basta a questi puttan tour? (xchè ha ragione Tomaso Montanari, la storia dell’arte ormai è ridotta a escort!)

          • Cristiana Curti

            Concordo totalmente. I quadri importanti si vanno a vedere nel loro contesto espositivo e non si tolgono da Chiese e Palazzi per farli andare in giro come ballerine. Tantomeno le opere più antiche e fragili (o per vetustà o per deperibilità di materiali).
            Se Tiziano deve viaggiare, deve farlo per una mostra (una in vent’anni) che sia a prova “inossidabile” di critica (internazionale), non per far arrivare le masse attirate da titoli da baraccone.
            Auspicabile (ma implausibile nell’era dei Beni Culturali e della Cultura-Petrolio) un Comitato che imponga un controllo a questo massacro che perseguiamo solo noi (neanche l’Hermitage che pure dà a destra e manca, sposta i suoi capolavori, non parliamo del Louvre, poi, o di qualsiasi altro museo francese di livello).

          • Alice Cammisuli

            Non posso essere d’accordo con un atteggiamento che trovo snob e anacronistico. Non tutti sono addetti ai lavori e non tutti sono disposti a fare km per andare a vedere un’opera. Ben venga la diffusione della cultura e la saggezza popolare che propone la vecchia storia di Maometto e della Montagna.
            Credo che l’arte sia fatta per essere vissuta, i dipinti come tutto il resto (ahimè) hanno una loro vita (ce lo insegnano le svariate teorie sul restauro dell’arte contemporanea).
            Sono allergica ai discorsi di chi ergendosi a difensore di un’Arte come divinità vuole tenerla egoisticamente per sè e pochi adepti. Come chi polemizza contro il restauro del Colosseo con i soldi (e la pubblicità) di Della Valle.
            Accettiamo che l’Arte possa essere sia una vocazione, per alcuni eletti, ma anche spettacolo, piacevolezza, gioco intellettuale, a volte semplice compiacimento di un senso estetico che, in modi diversi, ogni essere umano è portato a soddisfare!
            E lo dico proprio perchè ho studiato e amato e compreso il messaggio che i maestri del Novecento, da Duchamp in poi ci hanno lasciato.

          • Davide W. Pairone

            non è questione di snobismo ma di rispetto, quello che manca nei nostri confronti da parte delle istituzioni museali internazionali che infatti concedono prestiti col contagocce. Qui arrivano i “peggio Van Gogh” che poi magari deludono il visitatore medio e lo allontanano da mostre successive. Qualità significa lungimiranza, progettualità e, in ultimo ma solo in ordine cronologico, economia. Guardo all’esempio del Mart che l’anno scorso ha fatto una mostra che Goldin si sogna oppure all’esperienza di Legnano che dopo una programmazione di dieci anni è riuscita a portare una mostra capolavoro di Rodin con decine di migliaia di visitatori (a Legnano!). Oppure al Marca di Catanzaro con una importante mostra sulla pittura anni ’80, insomma gli esempi virtuosi e dai notevoli riscontri economici ci sono eccome, intanto il Louvre a Verona dov’è?

          • Cristiana Curti

            Fai di tutte le erbe un fascio e troppo facilmente, Alice. Se lavorassi in qualche museo ti renderesti conto dei danni (spesso irreparabili) che subiscono opere delicatissime che vengono spostate in continuazione come fossero oggettini da poco. Le esposizioni si devono fare, ma solo se importanti (chi dice che dobbiamo essere rintronati di mostre e mostriciattole fatte con leggerezza, per corroborare l’assessorino di turno e con contenuti implausibili – quando non veri e propri errori marchiani – ogni secondo?) e solo se molto motivate.
            Altrimenti – desolée – ma Caravaggio ce lo si viene a vedere a San Luigi dei Francesi (e così i suoi fratelli), proprio perché la “sua” storia lo impone, altro che tenersi per sé le ricchezze, altro che snobismo (quanto piace quest’idea che la conservazione sia grettezza d’animo mentre lo scialo e il consumo siano generosità), è proprio il contrario: è umiltà.
            Per quanto riguarda il Novecento e buona parte dell’Ottocento, di sicuro si possono incentivare i prestiti (parli con una che è del tutto a favore a condizione di validità dei progetti, e che – per quanto le è possibile – fa circolare opere d’arte), ma – non a caso e per pura ignoranza e rozzezza della politica e delle organizzazioni/pacchetto – si ricercano solo i “nomoni” della storia dell’arte, spesso accalappiando la gente con una tela o due (di scarto) e quintalate di operine da poco. Vedasi un’altre scandalosa mostriciattola milanese (in questo Milano è davvero all’avanguardia) su Goja o l’assurdità di mostre altrimenti ottime sulla nascita dell’astrattismo in Italia titolate inevitabilmente con “KANDINSKJI! e gli altri….”. Siamo ridicoli e questo è lo specchio della nostra cultura.

          • Davide W. Pairone

            Critico d’arte: “Ma è sicuro di voler fare una mostra di XXXXXXXXX curata da XXXXXX? Girano parecchi falsi”
            Assessore di XXXXXX: “E chi vuoi che se ne accorga? E poi se salta fuori è tutta pubblicità gratuita!”

            Sono stato testimone di questa conversazione mortificante ma nemmeno troppo sorprendente, credo che in Italia siano all’ordine del giorno. Se condannare questi atteggiamenti significa essere snob e anacronistici…

          • Alice Cammisuli

            @Davide W. Pairone: permettimi di dire, in risposta al tuo ultimo commento, che “condannare certi atteggiamenti” è una cosa ottima, ma farlo significa avere il coraggio di togliere le XXXXXXX! Con tutte le conseguenze del caso.
            Pare ovvio che mi riferivo a ben altri discorsi definendoli “snob e anacronistici”.

          • Davide W. Pairone

            Gentile Alice, senza aver registrato la conversazione si tratterebbe di semplice diffamazione. Non sarebbe compito dei giornalisti tirare fuori le magagne con delle inchieste che portino delle prove? Di mio ci metto sempre la faccia e la firma ma cerco di fare critica d’arte quindi esprimo delle valutazioni nel merito pagandone anche le conseguenze. Ma togliere le XXXXX con tutte le conseguenze del caso dovrebbe essere compito dei “cani da guardia del potere”

  • Stefano

    non per difendere palazzo Ducale ma, a parte che una cosa è la mostra (le mostre) di Goldin (dio ce ne scampi e liberi) e altro è l’attività del palazzo, bookshop ce ne sono due, uno in mostra, grandissimo e un altro al piano terra (anzi volendo all’interno del Ducale c’èa anche la libreria del Touring Club che non ha solo guide di viaggi ma un po’ di tutto), non so quale bar tu abbia visto (se i vetri erano sporchi male, certo) ma di bar ce n’è uno dentro che secondo me non è male e altri due dentro il palazzo affacciati sulla piazza, di cui uno pulitissimo (sembra di entrare in una gioielleria…) per cui basta scegliere (e la pulizia dipende dall’operatore privato, c’entra nulla con la mostra) così come per il brunch, dentro al palazzo di ristoranti (oltre i tre bar) ce ne sono altri due…non so quale altro spazio espositivo italiano ti dà la scelta per mangiare/prendere un caffè fra almeno 6 (sei) locali diversi, per non parlare dei locali circostanti del centro storico…sugli orari e sui pannelli didascalici invece ti dò ragione al 1000%

    • Alice Cammisuli

      Buongiorno Stefano,
      intanto grazie per l’attenzione al mio articolo e anche per il commento: amo il dibattito, quando è intelligente.

      Su un punto non siamo d’accordo: spero che il Dio dell’Arte ci mandi quante più mostre di Goldin possibile: sono oro in questo periodo e in questa città. Siamo realisti, è bello ma purtroppo inutile fare i radical chic che aspirano a una programmazione in stile Guggenheim NY.

      Su un altro punto, invece, sono pienamente d’accordo con te: Douce, credo parlassi di questo locale quando hai usato la parola “gioielleria” è fantastico per stile e qualità e il Centro Storico è ricco di bar e ristoranti ottimi. Tutte queste strutture, però, non sono servizi offerti da Palazzo Ducale (come succede al ristorante del Palais de Tokyo) ma proposte legate al gusto e all’abilità di privati: un pasticcere francese, ad esempio. Quando ho nominato il bar intendevo quello dentro, quello che accoglie i visitatori che arrivano in città per vedere la mostra, e sarai d’accordo con me che non è decisamente al livello di quelli fuori in Piazza, altro che Palais de Tokyo!

      Per quanto riguarda il bookshop forse intendiamo cose diverse: certo capisco che non siamo al Moma ma come proposta mi aspetto qualcosa di più dei cataloghi della mostra in corso e qualche altro testo che si trova anche da Feltrinelli. La libreria del Touring non ha bisogno di presentazioni, ma cosa c’entra con l’arte?

      Certo, io sono una sognatrice e quando penso a quello che vorrei per Genova non riesco a evitare paragoni, ammetto inappropriati per mezzi e storia, con punti di riferimento dell’arte internazionale come il Guggenheim NY, il Palais e il Moma.
      E’ anche certo però che bisogna puntare al massimo per ottenere un miglioramento. E di miglioramenti c’è sempre bisogno!

      • Stefano

        Gentile Alice,
        non sono radical chic e la mia avversione alle mostre goldiniane si basa sui contenuti delle stesse, dove troviamo, con poche eccezioni, autori importanti con opere spesso minori, scopiazzature di altre mostre estere e tante, troppe parole del curatore che scrive scrive scrive sui pannelli delle mostre (la cosa triste è che si firma pure). Per Genova non si può ovviamente aspirare a programmazioni newyorchesi ma si può, anzi si DEVE, aspirare a mostre con contenuti (possibilmente nuovi), dove il curatore non sia ipertrofico protagonista e dove il messaggio ci sia e sia originale (questa del viaggio reale MA ANCHE metaforico, ideale MA ANCHE sognato oltre a Veltroni mi ricorda il tema portante (portante?) di Genova 2004 Capitale EU della Cultura un tema buono un po’ per tutte le stagioni, per tutti gli artisti, per tutti i periodi e per tutte le occasioni, ovvero un po’…..poco). Non credo che i curatori manchino, è che manca il coraggio. Curiosa poi la scelta di palazzo Ducale di avvalersi di un Goldin e del suo braccio armato Linea d’ombra avendo una struttura permanente a disposizione…ma forse è più facile.

        • Alice Cammisuli

          Condivido in pieno la critica alle mostre blockbuster, credo si evinca chiaramente dal mio articolo. E dicendo “radical chic” mi riferivo a me stessa, quando prendo in giro i commenti di chi guarda un dipinto (come sopra) o quando faccio km per vedere una mostra della Woodman.
          Inoltre fatico a digerire le curatele “facili” prive, evidentemente, di un concreto valore culturale. Lo avrei ripetuto anche in questo articolo, ma avevo appena sollevato la polemica nello scorso, a proposito della mostra Donne Donne Donne (fisiche, ma anche metaforiche, ma anche spirituali, ma anche ma anche!) alla (pur bellissima) Fondazione Remotti di Camogli.
          La mia proposta è semplicemente e momentaneamente, vista la crisi enorme che invade tutti i campi, figuriamoci quello della cultura, quella di scendere a compromessi: io amo l’arte e ci vivo, e per suo amore e per la sua viva mi accontento delle mostre di Goldin, se è questo che può attrarre il pubblico in un momento di crisi tanto profonda.
          Da parte mia, e quando lo faccio per il mio piacere personale (non per dovere di cronaca), visito ben altre mostre in ben altri luoghi.

          • max

            hai proprio ragione…chiudiamolo definitivamente, anche perché così distruggiamo definitivamente lei illusioni di chi ancora spera di lavorare in questo campo!

  • a. p.

    bruttissima mostra, bellissima città. Genova rialzati… sei o no LA SUPERBA?? (e per favore, niente più Bocelli al Carlo Felice… mutatis mutandis è una “goldinata” anche quella)

    • Alice Cammisuli

      Sono sicura che si rialzerà. Già il cambio di vento a Villa Croce è un buon segno, comunque vada a finire. (Per Bocelli, dopo che ho visto che Pino Daniele ha una data all’Apollo Theater non mi stupisce più niente!)

  • Ho letto con interesse tutti i commenti, e devo dire che tutto o quasi quello che è stato scritto ha una sua coerenza, però concordo con quanto dice Alice, evitando ogni snobistica visione per chi ha profonde conoscenze di arte e cultura, io credo che la diffusione dell’arte a qualunque livello sia fatta sostiene (a prescindere) lo scopo di diffondere la bellezza. Sicuramente le varie mostre che riportano nei titoli il nome di Van Gogh, di Caravaggio e altri altisonanti hanno la capacità di muovere masse che diversamente non andrebbero a visitare neppure il museo che hanno sotto casa (e che magari conserva opere molto più interessanti). Basta immaginare che una mostra di Caravaggio a Napoli richiamò file e file di spettatori e poi al Pio Monte di Misericordia, dov’è conservata la tela delle Sette Opere di Misericordia, ci arrivano solo gli stranieri.
    Senza queste mostre “Monstre” però, si limiterebbe ancora di più la diffusione della cultura. Concordo in primis che andrebbe vista assolutamente la mostra realizzata con due opera nella biblioteca comunale piuttosto che questi grandi baracconi, ma forse in quel caso la comunicazione ed il valore di quell’evento non può richiamare un ridottissimo pubblico di addetti del settore o comunque appassionati con una base di competenze.
    Allo stesso modo è importante tutelare e conservare le opere senza farle viaggiare a volte “inutilmente”. Ma poi alla fine, opere che veramente rischiano, restano blindate nelle loro sedi.
    Infine, per quanto riguarda poi l’offerta culturale nello sviluppo turistico delle città, se anche le mostre di Goldin possono aiutare, ben vengano (sempre per avere un esempio, a Napoli, da più di un anno non è presente alcuna mostra d’arte – a parte piccole esposizioni molto settoriali e limitative per il grande pubblico – di conseguenza il turismo è sempre più vincolato alle visite dei beni presenti sul territorio, e il numero percentuale delle presenze resta nelle medie solite e senza picchi in rialzo).

    • Cristiana Curti

      Ripeto (e senza presunti snobismi…): le mostre “monstre” si possono fare comunque. L’esempio della fantastica rassegna sull’Impressionismo con opere sceltissime da Parigi e curatela impeccabile presentatata al MART l’anno scorso – più di 163.000 visitatori paganti da tutta Europa in neppure quattro mesi, perché lì non si scherza – è assolutamente eloquente. Erano opere in prestito perché il Musée d’Orsay era in ristrutturazione e quelle opere temporaneamente non in esposizione. Il prestito si deve solo alle buone entrature della Belli con la presidenza del Museo francese (Guy Cogeval); per nessun altro motivo sarebbero uscite dalla Francia tele come “L’Origine du Monde” di Courbet o la Cattedrale di Rouen di Monet (forse la più bella della serie) o la serie di studi di ballerine di Degas, per non parlare dei Van Gogh, ecc. ecc. E il motivo per cui uscirono dalla Francia era che la mostra era ottima dal punto di vista scientifico (il PROGETTO!), non rabberciata sui volumi di storia dell’arte di scuola media con noi che ci genuflettiamo di fronte a opere minori come se non fossimo in grado di comprendere e apprezzare i grandi capolavori (di cui l’Italia è piena da Nord a Sud: invece di andare a Cuba con i viaggi organizzati, molti preferiscono ancora visitare Todi! è forse snob anche questo comportamento?).
      Le mostriciattole con quattro telette di risulta e tonnellate di scartini (perché dall’estero non ci mandano i Caravaggio o i Donatello dagli Uffizi, ma operette da poco) sono un insulto nei nostri confronti perché veniamo colonizzati e asserviti da robetta che ci fanno passare come caposaldi della storia dell’arte; servono solo a diseducare il pubblico, non a educarlo. Il che, si vede bene, è un disegno ormai definitivo. Panem et circenses, laddove panem si deve trovare in accoglienti caffetterie e circenses qualsiasi cosa purchessia, basti far festa.
      Alice ha in mente le caffetterie affascinanti dei Musei del Nord Europa, della Francia e degli Stati Uniti, ma scorda che a cotanta caffetteria corrisponde cotanto Museo con cotante collezioni d’arte! e che la caffetteria, pur gradevolissima – esempio su tutti in Italia quela bellissima della Triennale di Milano – non riesce ad attirare i prestiti o i depositi per una buona collezione permanente o per mostre di qualità che convincano anche i visitatori paganti del Museo.

      E’ possibile che la qualità non conti più nulla e che si osanni alla sciatteria quando non a vere e proprie truffe di cui il “popolo scemo” non si può avvedere? vedi quanto riportato da Davide, che è conversazione di cui anch’io ebbi conto – con toni e parole diverse ma contenuti identici – in più di una occasione e per mostre che venivano pompate dai media come gli eventi dell’anno?

      Perché pretendere che il livello scientifico (che è quello che deve interessare il pubblico che paga due volte una mostra, una con le proprie tasse e la seconda con il biglietto) deve sembrare uno snobismo superfluo?

      Sono estremamente stupita, oltre che amareggiata, da questi commenti, anche se capisco che la voglia di vedere a Napoli qualcosa di decente (che deve essere decente, però) ha un senso. Benché la mostra del giovane Ribera al Capodimonte non era certo una sciocchezza, anzi. Si è appena conclusa ed era ancora più ricca di quella “di partenza” organizzata a Madrid con tali prestiti dal Prado sicuramente dovuti alla fama di Nicola Spinosa e con un portato critico interessante per la storia dell’arte del periodo che presenta molte questioni ancora aperte.

      Ma il giovane Ribera non è Van Gogh. E allora? Esiste solo l’Impressionismo (francese)? E il resto è carta straccia che possiamo vendere al primo che passa?

      Tuttavia non si preoccupi, caro Lois, neppure a Milano si sta meglio di Napoli. Mentre a Venezia e da qualche altra parte in Italia (dove c’è cervello e non solo soldi che girano alla faccia nostra), sì. E’ a quel “meglio” che si deve puntare e alla diffusione della cultura, non al suo annacquamento. E magari senza contrapporsi inutilmente (e piuttosto scioccamente) fra “democratici” e “snob”. E’ solo guerra fra poveri, con i pochi (topi) che ballano alle nostre spalle.
      Ma ho ben capito che questa posizione non ha più ascolto. Rinnovo auguri a Palazzo Ducale.

    • Alice Cammisuli

      Grazie dell’intervento e di aver portato la tua esperienza Lois.

    • And

      Lois e Alice, la mia non è una visione snobistica, anzi. Sono storico dell’arte e giornalista, in questi anni ne ho viste di mostre, mi piace andare a vederle, dappertutto ne girano di belle e meno belle. La maggior parte appartiene alla seconda categoria. Tutto qui. E state sicuri che ormai anche il grande pubblico sa fare la differenza (un po’ come avviene con i film).
      Non ho visto questa di van Gogh e Gauguin e so che mi sarebbe sicuramente piaciuta, a leggere da comunicati e recensioni (che molto spesso sono la stessa cosa!) Non sono neanche prevenuto su Goldin perché di cose buone ne ha fatte, tipo la mostra sulla pittura americana di qualche anno fa a Brescia, anche se fece finta di scordarsi che aveva copiato pari pari l’idea da un’altra mostra tenutasi a Roma 15 anni fa.
      Lois, quando poi parli di opere che “veramente rischiano, ma che restano blindate nelle loro sedi”, nn so a quali ti riferisci. Ormai fanno viaggiare di tutto, sculture comprese. A meno che nn siano gravemente danneggiate o delicate – tipo il David Borghese di Bernini – ma ormai tutto fa brodo, nn si tratta di diffondere bellezza, ma di fare soldi.
      Detto questo: invece di portare le folle a vedere le mostre blockbuster, è così difficile portarle in qualche chiesa o museo meno conosciuto? Con tutte le decine di master in management, valorizzazione ecc ecc in beni culturali ormai diffusi nelle varie università, è così difficile pensare a percorsi culturali diversi invece dei soliti Van Gogh, Monet, ecc ecc,? xchè alla resa dei conti, sapete quali sono i rischi maggiori?
      Uno è la disinformazione. Parlo di patacche spacciate x capolavori, ovvero di una tendenza sempre+diffusa sia nelle mostre d’arte antica che contemporanea: ti sparano subito il nome di quell’opera con attribuzione sicura nelle didascalie e nei cataloghi, mentre ormai i punti interrogativi non ci sono +, come pure le parole “bottega” o “aiuti”, che sono diventati tabù. E i giornali, x primi, alimentano queste boiate, vuoi x l’incompetenza dell’autore, vuoi xchè le critiche si sono ridotte a marchette.
      L’altro, e faccio gli scongiuri che nn accada, è che nn capitino incidenti alle opere d’arte durante questi mille eventi! E guardate che un fatto del genere è già avvenuto: al Colosseo (a proposito Alice, io sono favorevolissimo alla sponsorizzazione di Della Valle, ben vengano un po’ di soldi in questo momento!) cadde a terra, x un forte colpo di vento, la “Fanciulla d’Anzio”, capolavoro della scultura romana, durante una mostra, credo fosse “Musa pensosa”: i danni furono pochi, anche se si ruppe un dito e nn so quale danno al volto. Lo feci presente all’allora soprintendente Bottini, quando lo incontrai un anno dopo, alla mostra-blockbuster successiva, e mi rispose acido che nn era accaduto nulla. In questi casi, chi paga? Chi risarcisce un danno avvenuto nella maniera + idiota possibile?

  • È evidente che il tema è scottante e, per fortuna, sollecita molteplici esperienze e idee, il che ci lascia ben sperare sul futuro. Quando parlavo di Napoli, mi riferivo in generale alla situazione culturale che è ferma ed in piena desolazione. Certo la mostra del Ribera che non ho citato prima è stata una bella esposizione (curata da Spinosa, che pur uscito di scena, mette in circolo ancora la sua immane conoscenza) con un inportante catalogo a corredo. Ma prima e dopo di quella, il vuoto più desolante. Vogliamo parlare del Pan? Un meraviglioso contenitore vuoto dove le foto dove la “mostra” sulla Bontempi prevedeva fotografie attaccate al muro con le puntine? Vogliamo ripercorrere la devastante cronostoria del Madre? Le cui pareti di stanno spogliando e mese dopo mese in ogni sala è sempre poù imbarazzante vedere gli spazi bianchi delle pareti? Io non gradisco affatto le mostre commerciali (sono il primo a spostarmi per recarmi nella chiesetta sperduta o nel museo di provincia), ma credo che a fronte di un vuoto istituzionale sia meglio offrire gli spazi ad una “mostrina” di contenuto mediocre che metta in ogni caso in circolo l’arte. La verità è purtroppo una. Hanno per decenni tagliato ogni finanziamento ai Beni Culturali che sono tra l’altro strutturati con un sistema “pesante” e obsoleto con figure gestionali che non aggiornano e con ruoli proncipali sempre più palleggiati dagli stessi nomi e difficilmente si lascia adito a privati, che opportunamente monitorati potrebbero riavvivare l’intera gestione.

  • PS gentile Cristiana, non è vero che a Milano accade lo stesso che a Napoli (praticamente niente), aGennaio ho avuto la possibilità di visitare solo a Palazzo Reale, tre grandi esposizioni, Cezanne, Artemisia Gentileschi e la Transavanguardia, tutte a mio avviso di frande livello, e a Palazzo Marino due opere in prestito di La Tour e a Brera, alcune opere della collezione Puskin! Mi sembra che l’offerta è notevolmente alta!

    • Cristiana Curti

      La mostra su Cezanne era modesta (ma sempre molto e inutilmente costosa) e quella sulla Transavanguardia (ancora in corso) è bella a metà e non così ricca come si voleva far intendere e poteva essere. Per quella su Artemisia purtroppo si sono sprecati i peana ma c’è ben più di una pecca da rilevare.
      Una questione su tutte: con le stesse opere (magari un po’ migliori nella media) si possono fare buone o cattive mostre. Tutto (tutto) dipende dal curatore/critico/storico dell’arte che dovrebbe (soprattutto con i nomi d’alto richiamo) compiere una cernita preventiva (per evitare le false attribuzioni o le attribuzioni “allegre” di cui sopra) e garantire della qualità didattica della mostra anche attraverso prestiti importanti.
      Una buona didattica si fa con i professionisti, non con gli avventizi. Ma quale intellettualismo, Guia: è giusto pretendere che con i nostri soldi non si diffondano baracconate. Come è possibile che questo banale concetto sia ancora in discussione? Se alla fine di una visita ad una mostra lei ricorda quanto gradevole è stato il “parco giochi” per i bimbi o la vista dalla caffetteria, allora la mostra è un fallimento. E’ il contrario esatto di “didattica”. Ideale è l’integrazione perfetta dei due aspetti (quello ludico, che deve pur essere, e quello educativo fondato sulla qualità della curatela scientifica), ma pare che fra un po’ non ce ne accorgeremo più a forza di abituarci alla mediocrità.

      • Non è però che adesso buttiamo tutto in mare. Cezanne aveva un bel po’ di opere e una buona didattica leggibile da tutti e a tutti i livelli. Il video che poi accompagnava il percorso era di grande suggestione, le foto dell’atelier che in qualche modo ti facevano entrare nel suo mondo… certo non era la mostra del centenario di Aix en Provence, ma l’evento c’era. Su Artemisia concordo per alcune attribuzioni dubbie, ma anche quella era abbastanza corposa e completa per un’artista che fondo a qualche decennio fa non si conosceva… la Transavanguardia poteva essere più ricca?… probabile, ma in giro per il Paese c’erano le cinque personali.
        Ad ogni modo, non dimentichiamo che oltre al fatto che di Roberto Longhi non ce ne sono più (anche se nel panorama contemporaneo non credo siano tutti neofiti e novelli esperti), queste mostre hanno anche un costo… soprattutto di assicurazioni e sopratutto quando si fanno i nomi degli artisti/star come Van Gogh.

        • Cristiana Curti

          E’ proprio questo il punto, caro Lois. Rimango della mia opinione intorno alle mostre da lei citate. E sono perplessa perché a Milano, che dovrebbe essere trainante in questo campo, è da tempo che si piange una modestia sin troppo accentuata di programmazione. A fronte di costi esagerati (ha proprio ragione: solo di assicurazioni Cézanne deve aver fatto fuori una bella fetta del calendario annuale di manifestazioni) non ci sono prove adeguate.
          Meglio UNA mostra notevole (che magari “rimane” per sei-otto mesi) e inattaccabile scientificamente che non cinque misere.
          Il carrozzone della Transavanguardia è tanto e numeroso? e allora lasciamo perdere, piuttosto (anche se ho detto che MEZZA mostra era buona e, aggiungo, il catalogo ottimo…). MI aspettavo di più da ABO e artisti contemporanei i cui prestiti potevano essere altri e più generosi (ma bisogna favorirli i prestiti e avere ottime relazioni con la Citta e con i collezionisti). E Palazzo Reale è pur sempre un polo di mostre temporanee importantissimo in Italia, nella seconda città d’Italia.
          Inoltre, confesso, le mostre gadget (novità prenatalizia) con un solo quadro shock, proprio non mi dicono nulla, ma certo mi rendo conto che è troppo.
          Comunque tutte queste considerazioni possono anche essere indipendenti dall’opinione che speravo più condivisa, francamente, ovvero che la qualità (scientifica, didattica, curatoriale, si chiami come si vuole) di una mostra FOSSE la mostra. Mentre mi rendo conto che questo assunto è messo in discussione e contano più le code di turisti.
          Il fatto è che costoro (consapevoli o inconsapevoli, colti o ignoranti) fra cui sono anch’io – sia chiaro – potrebbero essere ben meglio serviti da un’occasione arricchente che da una deprimente, anche perché – a sentire tutti, Alice e Guia comprese – non ci si accorge della differenza (ma non è vero…), e allora: che male c’è nel fare le cose per bene? Che male c’è nello spendere meglio i nostri soldi? Che male c’è nel gratificare i veri professionisti e dare il posto gregario che meritano ai “collaboratori” o, ancor meno, agli avventurieri?
          Che male c’è nel dare almeno il giusto merito (visto che di soldi, nisba) a chi sa veramente e può veramente insegnare?
          Sono proprio i giovani che contrastano il merito a fronte di un “meno peggio” purché qualcosa ci sia?
          Si crede forse che il meno peggio costi meno del “meglio”? E’ un grave errore pensarlo. Molti costi (e le prime voci sono proprio quelle editoriali e assicurative) per mostre importanti vengono abbattuti proprio in virtù delle relazioni che i Direttori dei Musei (buoni) riescono a coltivare con Enti internazionali. Ci sarà un motivo per cui dell’800 francese arrivano in Italia (quasi) soltanto gli scartini. Ci sarà un motivo per cui a Napoli arrivano opere di Ribera che non erano presenti neppure a Madrid da dove la mostra è partita. Perché non si deve dare valore a questo “valore aggiunto” che è il portato della professione e della qualità?
          Forse non ci saranno più Longhi, ma di studiosi ottimi ce ne sono, eccome, però i giornalisti non ne parlano mai quando recensiscono le mostre pubbliche (perché non scrivono mai della curatela delle mostre e tantomeno dei cataloghi che rappresentano il contributo scientifico delle mostre) e, quindi, il gioco finisce lì.

  • Guia

    L’intellettualismo non è un obbligo e soprattutto a Genova, città molto viva di visitatori interessati ad altro che non l’arte (il museo del mare, il porto antico, il salone nautico…) una programmazione meno pretenziosa e più “didattica” non potrebbe che essere auspicabile (e funzionare ottimamente).
    Da cambiare, come mi sembra stia affermando Alice, è tutto il paratesto espositivo: se le guide dicessero cose più intelligenti, se la cartellonistica fosse meno becera e aggettivata, se ci fossero attività per bambini e se esistesse un bookshop permanente e bel fornito non potremmo che goderne tutti.

    Per fare gli hipster, tanto, bastano 50 minuti di treno, e si arriva a Milano.
    Non siamo tutti popolo bue, ma non siamo neanche tutti Klaus Biesenbach.

    • Lorenzo

      Attenzione a non confondere la causa con l’effetto: non è che a Genova non c’è niente perchè il visitatore vuole vedere solo pesci e barche ma è vero invece che a Genova ci sono solo pesci e barche che son facili da trovare e quindi arriva il visitatore interessato a quello. Se non lo è si adegua.

      Secondo me sia che si parli di mostre sia di eventi culturali in generale, quando si hanno pochi soldi è meglio fare tanti eventi piccoli piuttosto che uno grosso, Questo si scontra con le logiche di mercato di chi dirige questo business.

      Solo i dark sono contenti che almeno vanno a Staglieno.

      • Alice Cammisuli

        Ottima osservazione Lorenzo, mi riferisco al discorso sulla proposta e l’adeguamento del pubblico.

        Non sono invece d’accordo sul moltiplicare gli eventi: pensi ad esempio alla Notte Bianca per la quale vengono spese cifre ingenti per invitare artisti più o meno mediocri, più o meno popolari, più o meno in grado di attirare pubblico, e per eventi collaterali che non interessano a, quasi, nessuno.

        Non sarebbe meglio se tutti quei soldi fossero spesi per realizzare anche magari una sola attività ma di livello? Magari attraente anche per un pubblico di fuori città/fuori italia?
        Penso a un evento non necessariamente “pop” e qualunquista. Magari qualcosa di molto settoriale ma di livello e valore alto… che so… il concerto di un famoso gruppo metal, ad esempio…

        ps: hipster, dark, metallini… non facciamoci mancare niente!

        • Lorenzo

          Si beh non avevo in mente la Notte Bianca che cmq vedo come un unico grosso evento in cui si bruciano in un giorno una marea di soldi per organizzare (quasi) solo scemenze.
          Dicevo che questi fondi potrebbero essere investiti in eventi di qualità (senza magari organizzazioni faraoniche) nel corso dell’anno ma questo cozza con chi ha interesse a muovere grosse cifre di botteghino.

          Beh magari metal metal no… però il drone dei Sunn o))) in piazza matteotti potrebbe andare bene lo stesso e ci farebbe sentire molto più intellettuali e molto meno dalle orecchie.

  • Alice Cammisuli

    Grazie Guia. E’ esattamente questo il punto, il genius loci e la capacità di cogliere il meglio dalle singole realtà (anche se, purtroppo, a volte il “meglio” è “il meno peggio”).
    Williamsburg, Klaus Biesenbach e ogni cosa possa compiacere l’hipster che è in noi si può trovare in 50 minuti di treno o, ancora meglio, in 8 ore di aereo.
    Qui e ora l’importante è diffondere, comunicare, conquistare chi altrimenti passerebbe il suo tempo libero solo nei centri commerciali e non certo alla scoperta di chiese e musei poco conosciuti (si, And, credo sarebbe davvero molto difficile)

  • Victor Ward

    La decontestualizzazione dell’arte dal suo carattere sociale, economico e politico è un esercizio che ha il rischio di divenire feticcio e simulacro dell’arte stessa in un loop anacronistico e virtuale.
    L’arte massificata fa parte di un processo storico che ha visto la spettacolarizzazione e la mercificazione di ogni aspetto della vita quotidiana di ogni individuo trasformarsi nella reale condizione umana.

    La massa, aspirando in questo periodo storico ai metodi ed agli stili borghesi, tenta l’entrismo in quegli ambienti da cui è sempre stata tenuta fuori per motivi economici, per farlo però abbisogna di spostare il cardine della sua essenza dall’avere all’apparire. (dal momento che è impossibile per la massa di individui possedere, il fulcro si sposta semplicemente nell’apparire e nel contemplare, ovvero nella spettacolarizzazione di se stessi e nella reificazione) vedasi la “società dei consumi” di Baudrillard.

    “La prima fase del dominio dell’economia sulla vita sociale ha determinato nella definizione di ogni realizzazione umana un’evidente degradazione dell’essere in avere. La fase presente dell’occupazione totale della vita sociale da parte dei risultati accumulati dell’economia conduce a uno slittamento generalizzato dell’avere nell’ apparire, da cui ogni “avere” effettivo deve trarre il suo prestigio immediato e la sua funzione ultima” cit. Guy Debord.

    La spettacolarizzazione è da intendere come una forma di assoggettamento psicologico totale, in cui ogni singolo individuo è isolato dagli altri ed assiste nella più totale passività allo svilupparsi di un discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo, il suo compiacimento, la sua autoreferenza

    Più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio.

    Così è l’arte, così è la musica ecc. ecc.. Mainstream o di nicchia, poco importa, il meccanismo narcisista ed autoelogiativo dell’individuo rimane sempre lo stesso. L’approfondimento non ha altro obiettivo che compiacere il fantasma di se stessi e la propria proiezione ideale e simulata verso l’egoismo e l’iperindividualismo quasi stirneriano.

    La cartellonistica non è becera o poco intelligente, bensì svolge perfettamente la sua funzione, ovvero quella di dare quelle nozioni minime necessarie alle aspettative del turista/cliente che in una giornata oltre a Van Gogh deve visitare l’Acquario, la casa di Colombo ecc ecc. in modo che tutti abbiano la propria fetta di utili in tasca.
    La bellezza oggettivizzata in una mostra d’arte, oggi, che pretende di portare investimenti e/o benefici monetari in una città non può essere contemplata, perchè il capitalismo non se lo può permettere. Con tutte le conseguenza anche sui rapporti sociali tra le persone.

    • Cristiana Curti

      E quindi? Si sta a guardare, dopo aver così ben teorizzato? O si prende atto di quel che c’è e lo si cambia?
      Siamo già in una fase propositiva dopo aver usato tutto il XX secolo per distruggere quello che avevamo prodotto di buono (e di cattivo) in 3000 anni di storia occidentale.
      O no?

      • Victor Ward

        Non c’è nulla da cambiare, semmai ogni cosa è da rivoltare nel momento in cui è necessario per la propria emancipazione e si reputa indispensabile correre dei rischi per quella che si considera una miglior esistenza.

        Tuttavia un’analisi dei modi per promuovere questa trasformazione necessita di porsi su un piano politico-economico poichè esso determina anche il cambiamento nel contesto artistico-culturale.

        Difficile che avvenga il contrario ma non impossibile però. Un esempio potrebbe essere un completo annichilimento individuale rimodellandosi su un piano decontestualizzato sia a livello economico che sociale. Il rischio è però sfociare nell’idealismo e nella reificazione comunque.

        Nel caso in questione dell’arte, i situazionisti negli anni ’60 provarono a destrutturarsi, cadendo a mio avviso però nel vortice idealistico dell’autocontemplazione. Rivendicando la “situazione” in un mondo spettacolarizzato, si può infatti criticarla definendo appunto ogni momento del reale comunque una “situazione”.

        Considerare arte qualsiasi gruppo di persone che si pone come obiettivo la propria emancipazione sarebbe già un passo avanti. Non delimitando quindi l’arte nel solo campo dell’ entertainment o della contemplazione divina. Te lo vedi un hipster considerare come arte gli operai che lunedì hanno bloccato il traffico a Genova per rivendicare con la lotta i propri diritti? Io per ora no…per ora.

        • Lorenzo

          ahaha visto da una certa ottica è una performance anche quella

          • Cristiana Curti

            Individualismi ancora, non è un caso che sia Victor Ward a dircelo. Però sulla necessità di collocare se stessi su un piano politico-economico per cambiare anche quello storico-culturale sono d’accordo.

  • Victor Ward

    @ Cristiana Curti

    non riesco a capire il nesso Individualismo/Victor Ward

    P.s. Il concetto di contestualizzazione è importante perchè altrimenti si rischia di pretendere l’arte come entità fisica. Così come è indefinibile il concetto di verità come simulacro od entità astratta, bensì come un rapporto tra forze opposte, allo stesso modo il concetto di bellezza è definibile come il rapporto tra arti in contrapposizione. Con la stessa logica l’intelligenza assume caratteri molto meno pomposi…

    • Cristiana Curti

      Chiamiamolo relativismo, allora, è lei che si firma Ward, non io. Per il resto (troppa carne al fuoco e poco centrato l’argomento del contendere) non mi pare che stia dicendo granché di nuovo. Pensavo avessimo già superato queste argomentazioni. Ma non intendo dare del reazionario (o passatista) a nessuno.
      E per dirla tutta, secondo me – invece – bisognerebbe tornare a un certo idealismo, magari delle origini, per ricostruire quello che abbiamo distrutto. Temo sia l’unica via dopo quarant’anni di pensiero debole. E mi pare che anche la nostra scuola filosofica – che non è seconda a nessuno in Europa – contempli un recupero di questa strada, alla fine (con infiniti distinguo, certo).
      Ad esempio, se si parla di “rapporto tra forze opposte” per definire il concetto di verità (e lo si contestualizza sottindendendo), bisogna almeno definire quali sono queste “forze”. Altrimenti il significato della parola perde di senso.

      • Victor Ward

        Mi dia pure del passatista, tra l’altro è un termine che mi piace davvero molto, di solito si usa obsoleto od ortodosso ma sono passati di moda effettivamente.

        E comunque se lei considera relativismo la contestualizzazione accetto la sua critica anche se non la condivido. Il rapporto tra forze opposte tra l’altro è lo strumento dialettico di sintesi hegeliana, molto lontana dal relativismo e più vicina al suo idealismo, solo io preferisco il materialismo. Colleghi e capirà quali sono quelle forze, sia in campo economico che politico.

        A quale tipo di idealismo vorrebbe tornare?

        • Cristiana Curti

          L’ha capito perfettamente. Sono anch’io passatista, prendendola alla larga. E anch’io credo che i due termini hegeliani siano portatori di definizione, anche in relazione al concetto di verità. Però me li definisca a sua volta. ll materialismo, poi, mi pare un “derivato” dell’idealismo (meglio, del naturalismo), nel senso che da una matrice si colgono le successive applicazioni. A meno che non stia discutendo di Aristotele. O addirittura dei presocratici, il che mi piacerebbe ancora di più. Se invece ritiene tornare alle teorie di Lucaks, non posso più seguirla, anche se forse mi piacerebbe, perché, alla fine, costruite nell’ideale puro ma portatrici di una deriva che, pur inevitabile, ha fatto molti danni. Forse proprio quelli (tirando la corda) di cui parliamo qui in questa nota. Credo che Lucaks, se l’avesse immaginato, non si sarebbe spinto sino a tanto.
          Ma perché si firma Victor Ward?
          P.S. il termine “entrismo” è terribile, lo ammetta.

        • Alice Cammisuli

          Grazie VictorWard per la sua visione colta e stimolante, altro che passatista!
          I riferimenti a Baudrillard, a Debord e ai situazionisti sono inattaccabili (e abilmente legati alla sua identità letteraria). Anche quello agli hipster e agli operai!

          Non posso allora che approfittare delle sue suggestioni per citare, con una piccola modifica, uno scritto di Bret Easton Ellis: “Le MOSTRE erano il mio ambiente di lavoro. Erano il mio mercato, il mio campo di battaglia, dove stringere amicizie, incontrare amanti, concludere affari. Le MOSTRE sembravano qualcosa di frivolo e casuale e privo di forma, ma in realtà erano eventi con forme intricate e coreografie di prim’ordine. Nel mondo in cui ero cresciuto, le feste erano la superficie su cui si svolgeva la vita quotidiana.”

        • maura dapueto

          Buongiorno,

          se non in due o tre post non emerge alcun reale dialogo sull’arte.
          Traspare unicamente una tensione competitiva per l’ affermazione della
          personalità, una una grandinata di affettati esercizi di stile
          e mere ricerche di vuote terminologie “immagine”.
          Questo forum è uno specchio. Chiudo e non replico.

          Maura

          • Alice Cammisuli

            @maura dapueto: esatto, e questo è il gioco e il piacere dello scambio dialettico. Quale luogo di incontro migliore di questo?
            Del resto l’arte, quando non si prende troppo sul serio diventando una ridicola macchietta di se stessa (vedi Le vacanze intelligenti di Alberto Sordi), è anche divertimento!
            @Davide W. Pairone (che mi commenta su facebook scrivendo che “polveroso è citare Baudrillard e Debord”): spiace che non si sia colto lo spirito ironico, dissacrante e intelligentemente provocatorio di chi cita grandi filosofi e concetti raffinati come quello di entrismo!

          • Cristiana Curti

            Ce l’ha proprio con me, Alice… chissà perché; me ne farò una ragione.
            P.S. Io mi diverto sempre. E credo si divertano molti di quelli che scrivono qui anche senza sostenere le mostre discutibili di Goldin.

          • Alice Cammisuli

            @cristiana: no no assolutamente! anzi, trovo che le tue (posso darti del tu?) osservazioni siano intelligenti, le tue capacità dialettiche ottime e la tua disponibilità al confronto, educato, di buon gusto!
            mi spiace si sia colto il contrario :)
            L’unico dubbio è sul punto di vista che evidentemente appartiene a una “addetta ai lavori”, ben lontana sia intellettualmente che culturalmente dal pubblico medio di cui parliamo.

          • Cristiana Curti

            Perdona Alice (grazie per il tu), ma io “sono” il pubblico medio. Non sono un “addetto”. Posso vantarmi di sapere poco e su molte questioni credo di sapere come chiunque altro abbia studiato un po’ di storia dell’arte. Trovo un po’ pretestuoso dividere il pubblico fra colto e incolto e quindi ad ogni “ramo” attribuire un livello qualitativo di manifestazione e giustificare così ciò che – dal punto di vista della qualità scientifica e didattica – non può essere giustificato.
            Un’ultima cosa e poi, direi, basta (per me).
            A proposito del tema del tuo articolo (anche se, in realtà, sia Davide sia Victor Ward non ne sono affatto usciti), faccio un altro esempio semplice e chiaro: andiamo al cinema per stare su una poltrona comoda e gustare bon-bon o per vedere un film? Questo è il primo argomento. Cosa andiamo a fare in una sala cinematografica?
            E il secondo: comprendo bene che andare al cinema deve essere un’attività ludica che può attirare anche attraverso l’offerta accessoria, ma – alla fine – il cinepanettone è sempre il cinepanettone e Il Padrino o Otto e Mezzo (ma anche Goodfellas o L’Ultimo imperatore) sono sempre film di qualità (non ho parlato di pellicole d’essai!). Se permettiamo che nelle sale si proiettino solo cinepanettoni, tutti noi, a lungo andare, penseremo che la cinematografia sia solo quella rappresentata da quell’offerta e non da un’altra migliore.
            E concedere a mostre come quelle di Van Gogh a Genova o Goya a Milano (e altrove, anche Roma non se la passa bene soprattutto dalle parti del Vittoriano) uno spazio importante e importanti risorse pubbliche (i cinepanettoni non sono prodotti da noi – se non in minima parte – e sono una minima percentuale dell’offerta cinematografica complessiva, fortunatamente) significa considerare solo biglietti staccati (che – ripeto – verrebbero staccati anche in occasione di una mostra BEN FATTA su Van Gogh) e considerare una mostra (che è principalmente un evento culturale) come uno spettacolo qualsiasi da ammannire al popolo bue.
            Per rispondere all’ultimo post di Lorenzo: come salvarsi dalle mostre show? A meno di candidarsi assessori alla cultura e sventare queste macchinazioni, l’unico modo è informarsi su chi le ha fatte (non è difficile di questi tempi) e, nel caso, non andare a vederle.
            L’ideale sarebbe, per Van Gogh, recarsi ad Amsterdam almeno una volta nella vita e vedere davvero di che si sta parlando. Ci si diverte anche di più che incolonnarsi come sulla Salerno/Reggio C. in pieno agosto per entrare nel contenitore di mostre sottocasa.

      • Lorenzo

        “E per dirla tutta, secondo me – invece – bisognerebbe tornare a un certo idealismo, magari delle origini, per ricostruire quello che abbiamo distrutto”

        Mi scusi non mi è chiara questa frase: a quale idealismo vorrebbe tornare e soprattutto relativamente a cosa? rispetto all’Arte in generale o semplicemente al modo di fruirne dato che poi fondamentalmente si stava parlando di mostre/eventi?

        Credo sia necessario darsi un obiettivo e quindi decidere, come primo passo, quale esso debba essere cercando di non confodere l’idealismo con l’utopia.

        • Cristiana Curti

          Mai confuso la filosofia idealista (soprattutto quella platonica) con l’utopia come si intende comunemente. Parlo di processi conoscitivi. E con Kant posso dirmi anche parzialmente soddisfatta. E’ il rigore che mi interessa, quello di cui siamo (siamo= anche io, purtroppo) disposti a fare a meno sia nei nostri processi mentali e sia nelle nostre esperienze di relazione quotidiana.

  • Lorenzo

    Perchè ritiene terribile il termine “entrismo”? Secondo me è efficace.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Entrismo

    • Cristiana Curti

      Sarà anche su wikipedia (appunto!), ma è orribile ugualmente. Questione di gusti e di lessico che dovrebbe non diventare troppo specialistico soprattutto da queste parti, a mio parere. Ne abbiamo già discusso, mi pare.

  • Stiz

    il 95 % dei visitatori di quella mostra non si fanno tutte queste domande ma sicuramente vorrebbero un caffè come si deve e un regalino divertente da portare a casa non potendo permettersi ne uno di quei quadri ne di capire affondo i vosrti commenti. Io partirei da questo e poi dopo 1 000 000 di caffè venduti mi porrei le vostre domande.

    • Lorenzo

      Caro Stiz non so di dove sei ma se speri di gustare un caffè come si deve a Genova sei un illuso.

      • Alice Cammisuli

        Lorenzo, le consiglio il bar in stile gioielleria francese di piazza matteotti.
        Anche i pasticcini non sono niente male.
        Certo, se il signor ILLY volesse investire qualcosa a Genova non guasterebbe nè alla causa dell’Arte, nè a quella, non meno importante anche se meno intellettuale, del caffè!

    • Cristiana Curti

      Ha proprio ragione, Stiz. E’ tutta una questione di regalini e caffè.

  • Davide W. Pairone

    Debord e Baudrillard, facili profeti della decadenza spettacolare, si rivelano sempre meno adatti alla comprensione dei nostri tempi. Il presunto assoggettamento psicologico fa parte di una dinamica sempreverde e non è caratteristica esclusiva della società contemporanea (quale società non ha avuto a che fare con il potere sui media? Basta pensare banalmente a Lutero). Ma poi mi chiedo: quando mai l’economia non ha influito sulla vita? Questo basterebbe a liquidare la questione posta nei termini di Ward ma la critica all’approfondimento come fase dell’autoreferenza mi lascia ulteriormente perplesso. La destrutturazione dei linguaggi così come dei rapporti di potere è arrivata ad una fase di maturazione e di assunzione implicita nella prassi tale che oggi non ha più senso chiedersi se gli operai che manifestano siano arte. Ovviamente sì, sono Vita quindi sono Arte. Ma dopo la destrutturazione il movimento ciclico della riflessione torna sulla forma e dunque sono necessarie buone forme e buoni rapporti di potere, pur nella consapevolezza dei meccanismi mistificanti e “spettacolarizzanti”. Ma opporre vita attiva e vita contemplativa significa scordare Hegel o anche solo Wilde

    • Davide W. Pairone

      @Cammisuli: sì, è polveroso sollevare un polverone filosofico laddove c’è bisogno di puntualità, esempi, modalità. Liquidare il discorso affermando, in buona sostanza, che fra un rigoroso impianto scientifico ed una mostra show zoppicante nei contenuti non passi quasi nessuna differenza perché in fondo si tratta di uno stesso atteggiamento antropologico autoreferenziale frutto del dominio dell’economia sulla vita (sic) mi sembra decisamente inutile

      • Victor Ward

        il materialismo si è interrogato per secoli e si interroga ancora oggi sul concetto di soggetto ed oggetto, su materia ed idea, su particolarità e totalità. Non è polveroso, semmai è un tentativo di analisi, meglio ancora se collettivo e non singolare/individuale.

        Una corretta analisi del processo storico non può prescindere dalla categoria della totalità: la realtà non si presenta mai come un insieme disaggregato di fatti. Nell’analizzare la totalità sociale è certamente necessario isolare singoli elementi, ma occorre intendere questo isolamento soltanto come mezzo per la conoscenza dell’intero.

        • Davide W. Pairone

          si potrebbe divagare per criticare in maniera più circostanziata il dualismo che oppone totalità e particolare (o materia e spirito, o potere e servitù) ma proprio perché reputo queste analisi datate fin dalla nascita e sostanzialmente vittime di un malinteso hegelismo di ritorno preferisco applicare una lettura foucaultiana per la quale l’estetica non si dissolve nell’etica ma in essa trova nuove ragioni d’esistenza e nuove priorità. Insomma non credo nella morte dell’arte e dello spirito per mano dell’economia ma in una pluralità di fuochi e leve, una polifonia in cui la Cura di ogni singola voce valga come antidoto al puro profitto ed all’opacità del sistema

          • Alice Cammisuli

            Signori, questa conversazione sta raggiungendo dei livelli troppo alti per me.
            Vi consiglierei, anche per riposarvi dallo sforzo del confronto dialettico, di uscire e apprezzare questa fantastica primavera che è scoppiata!
            Lasciatemi essere “qualunquista” e dire: “ebbene si, anche quella, sopratutto quella è Arte!”

          • SAVINO MARSEGLIA (artista)

            Condivido, la primavera è un capolavoro dei sensi ! E’ ormai provato che tante paccottiglie d’arte contemporanea sono la rovina dei sensi.

          • Lorenzo

            nessuno di noi però ha grandi idee su come salvare noi stessi dalle mostre show zoppicanti…

        • Lorenzo Marras

          mi tolga una curiosita’ Ward, dunque se intuisco il suo pensiero , l’individuo che è una parte del tutto è sacrificabile perche’ oggetto, come lei dice, di conoscenza?

  • Victor Ward

    @ Davide Pairone

    E’ sempre la stessa cosa, Foucault per ribaltare il concetto di totalità e di soggetto particolareggia il concetto di potere distruggendo quello di classe sociale, che semplicemente per lui non esiste. Ricorda molto il materialismo aleatorio, che potrei anche condividere per certi aspetti ma lo reputo ancora non propriamente epistemologico. Tuttavia ricorda tantissimo Lucaks ed il materialismo morale ed umanistico. Entrambi si dimenticano la categoria economica proprio perchè non analizzano in alcun modo il modo di produzione della società, stravolgendo il concetto di società che forma l’individuo (Marx), portandolo su un piano aprioristico ed idealistico. Pertanto se si vuole cercare Hegel, lo troviamo sicuramente in Foucault e Lucaks, nonostante come i revisionisti abbiano cercato di epurare in Marx il darwinismo/positivismo.

  • Victor Ward

    perchè sacrificabile?

    il soggetto è l’essenza che porta gli individui, per esempio in un contesto politico-economico, a coalizzarsi per gli stessi interessi, creando una forma di aggregazione su un piano qualitativo diverso. Ed il suo ruolo è fondamentale per modificare i movimenti reali della storia. Differente è l’unione di individui con obiettivi differenti, in questo caso si parlerà di moltitudine, non definibile in questo caso, dal mio punto di vista, come soggetto. Su questo concetto c’è tutta una bibliografia operaista se si vuole approfondire.

  • Lorenzo Marras

    Perché trova il termine sacrificabile con perplessità dal momento che poi di fatto Lo dissolve in una astratta coalizione a suo dire portatrice di interessi che nomino solo impropriamente “individuali” poiché confusi e forse offuscati da quelli del soggetto coalizzato.
    Il termine soggetto é sempre piuttosto brutale perché in genere designa un predominio Su ciò che soggetto non é.

  • Victor Ward

    Anche qui la particolarità e la non contestualizzazione pongono su un piano puramente ideologico la questione.
    Per come la pone Lei le categorie Soggetto/Io sono in dualismo completo poichè completamente al di fuori di un contesto, in un’astrazione che li fa fluttuare nell’aria, filosofeggiando come “i liberi” della sinistra hegeliana.
    Ed è indubbio che in questo modo la sua critica assume assolutamente un senso logico.
    Tuttavia ponendo l’Io non come innato o venuto dal cielo, bensì sistemico, si ribalta completamente la questione. L’individuo contestualizzato necessita di risolvere il suo interesse particolare. Quell’interesse però è funzione del sistema. Il sistema, tra l’altro già identificabile col soggetto, non si muove che su un piano totale, formando non interessi particolari, bensì interessi che possiamo catalogare come sociali e/o categorici. E’ l’individuo stesso che necessita di formare il soggetto al fine di intercettare quegli interessi sociali e di risolvere, conseguenzialmente i suoi interessi particolari.
    L’individuo non ha interessi innati, bensì derivati e funzione di.
    E non ci si faccia prendere dal giochino di capire chi è che deriva prima da che cosa, se il soggetto o l’oggetto, altrimenti si idealizza e non si analizza.

    • Cristiana Curti

      Ma senza dubbio la necessità dell’interesse particolare (=individuale) che diventa universale (=sociale) è una gran pessima prospettiva se si verifica, nei fatti, la sua applicazione nella contemporaneità. Chi dice che l’interesse dell’individuo è parte dei meccanismi del sistema? E perché mai l’individuo non dovebbe avere interessi innati? Relativismo ancora. Utile per spiegare come stiamo vivendo oggi, ma non per cambiare le cose. Credo che si debba partire da altri presupposti (meglio come intende Davide) se davvero si vuole modificare la contingenza (questione che dovrebbe essere urgenza primaria ma a quanto pare non lo è e non lo è per tutti).
      Perché non si firma con il suo vero nome?

      • Victor Ward

        Esempi di interessi innati?

        Pessima prospettiva perchè?

      • Lorenzo Marras

        non si firma con il suo nome perche’ teme , magari, di fare brutta figura con i colleghi che non vogliono scrivere nei commenti di Artribune.
        Non è cosi Wardt ?

        • Victor Ward

          Victor Ward è un nome multiplo, nella tradizione del luddismo e più recentemente in Italia di Luther Blissett.
          Niente a che vedere con timori o colleghi.

          • Lorenzo Marras

            un altro Luca Rossi.
            Benvenuto Wardt.

          • Del luddismo?

          • Victor Ward

            si, più propriamente da Ned Ludd

        • Lorenzo

          Io ritengo che uno abbia la libertà anche di inserire un nick fasullo per firmarsi qualora il sistema lo permetta.
          Se il sistema non lo permettesse questa persona avrebbe ancora la libertà di non parteciparvi.
          Non siate cosi Facebook dipendenti a voler sapere sempre chi avete davanti che quanto dovrete inserire il numero di carta d’identità anche per andare in bagno allora si che piangerete.

          • Alice Cammisuli

            Il che riporta all’eterno scontro tra forma e contenuto.
            Del resto “cos’è un nome? ciò che chiamiamo rosa non avrebbe lo stesso profumo…”

          • Cristiana Curti

            Mai stata su facebook. Non mi interessa nulla che ha a che fare con questioni personali su internet (e neppure in genere nella realtà non virtuale).
            Io non ho chiesto qual è il suo vero nome, ma perché non si firma con il suo vero nome.
            Evidentemente mi interesserebbe conoscere perché questo (e non un altro) interlocutore preferisce non svelare la propria identità. Tutto qui.

          • Lorenzo Marras

            Abbiamo fatto delle innocenti illazioni perdio che bisogno c é di farla tanto lunga? Per me può benissimo chiamarsi Ribichesu o Piras che fa Lo stesso.

    • Davide W. Pairone

      proprio per sfuggire ai rischi dell’ideologia Foucault parla di soggettivazione e non di soggetti. L’idea di un Io fluido che oscilla fra sostanza e funzione è la chiave per scardinare le contrapposizioni rigide della filosofia politica di stampo ottocentesco che ancora permeavano negli anni ’60 il dibattito e in particolare proprio la parte teorica del situazionismo (che a ben vedere proprio nella divisione fra teoria e prassi ha il suo limite maggiore). La soggettivazione non sarebbe quindi un problema duale fra attività e contemplazione, fra coscienza e applicazione ma va intesa nella direzione di un’intersoggettività dinamica e polifonica (una dialettica fra voci e silenzi, fra effetti di verità e di potere). Tornando in topic, è possibile su queste basi programmare attività espositive e in generale culturali? Attività che rispettino non tanto le specificità economiche e di classe ma semmai assecondino sani processi di soggettivazione?

      • Victor Ward

        Il Metodo Foucaltiano, che io tra l’altro apprezzo, destruttura il soggetto partendo da analisi infinitesimali riguardanti i meccanismi del potere per cercare di capire come questi sono investiti, trasformati e piegati da meccanismi sempre più generali e globali.
        L’impossibilità di individuare il soggetto perchè irriconoscibile in quel reticolato di micropoteri

    • Lorenzo Marras

      Wardt Lei è in errore . Non mi sognerei minimamente di impostare la questione sulla base di un binomio che tra l’altro ha posto Lei . Non conosco primati e per quanto la memoria mi venga in soccorso non mi sono mai altresi’ posto la domanda sul chi viene prima o dopo.
      Quando si fa capolino nel mondo si incontrano “cose” gia’ fatte da altri prima . La casa dove si nasce , il luogo dove si vive e che si considera ingenuamente come il solo possibile eppoi la chiesa del paese , il lavoro in campagna con il babbo con tutti anche i pericoli che poi non erano altro che le cose che anche nonni e bisnonni hanno sempre conosciuto.
      Insomma si fa IRRUZIONE e lo so che poi per dire queste cose ci serviamo delle parole ma a volte queste non bastano , come per dire non servono mai abbastanza per fare capire a chi ascolta che è tutto dentro esse.
      Per cui, nessun giochino, venire al mondo è una cosa seria.TROPPO.

  • Victor Ward

    Il Metodo Foucaltiano, che io tra l’altro apprezzo, destruttura il soggetto partendo da analisi infinitesimali riguardanti i meccanismi del potere per cercare di capire come questi sono investiti, trasformati e piegati da meccanismi sempre più generali e globali.
    L’impossibilità di individuare il soggetto perchè irriconoscibile in quel reticolato di micropoteri, da una parte anticipa le scoperte di Amartya Sen sulla non esistenza della mano invisibile di Adam Smith e del mercato che non si equilibra da sè, dall’altro però ringalluzzisce Marx stesso sulla sua analisi dei modi di produzione e della teoria D-M-D’.

    Sui situazionisti sono completamente d’accordo con te.

    • Victor Ward

      Sulla teoria D-M-D’ intendo l’analisi sull’accumulazione di capitali.

  • antonio

    Scusate ma qui c’è gente che fa 16 interventi per articolo: diventa una roba illeggibile!
    Non potreste scriverne uno solo ben pensato e poi al massimo una risposta ad eventuali contro commenti!
    ma non avete altro da fare nella vita? mi piace leggere i commenti ma le liste sono cosi lunghe che uno rinuncia! non posso mica stare qui fino a stasera!

  • @Victor: rispondo qui per impossibilità di replicare direttamente dopo un certo numero di commenti. Al di là del fatto dell’esistenza più o meno provata di Ludd, dubito fortemente che si possa forzarlo entro la logica della presunta “intelligenza collettiva”, ossia in quella retorica politica anni ’90 di stampo negriano. Stressare i concetti e gli avvenimenti storici in questo modo è una pessima abitudine, come dare del fascista a Mario Monti o del comunista a Ceausescu. Zero in storia, zero in politica, zero in sociologia ecc. ecc.

    • Victor Ward

      Dubita fortemente o è certo? La differenza è talmente sottile che rischia di non far passare bene i concetti di forzatura e stress.
      Intelligenza collettiva? Il nome multiplo è semmai una pratica ed una tattica e può tranquillamente esulare dai limiti negriani del duemila e dai contenuti del suo “Impero”.
      Può assumere determinati connotati, da soggetto rivoluzionario a marketing commerciale, cosa quest’ultima che esula da concetti altermondialisti di certo….

      • Non sono mai certo, per principio
        Non mi riferisco a Impero, ma a una quindicina di anni prima
        Infine: stiamo dunque parlando a livello di genericità molto alta, basta capirlo. Quindi ci mettiamo dentro pure Omero

        • Victor Ward

          La discussione era per lo più incentrata sul carattere di sovrastruttura data alla parola arte ed il mio contributo, se tale è stato e spero ben accetto, è stato di fare una critica sul metodo d’analisi sul concetto di arte come entità fisica piuttosto che come relazione di modi di produzione di un sistema economico. Concetto di sovrastruttura che in modo provocatorio nel mio primo post ho delineato attraverso metodi e congetture situazioniste e post strutturaliste (debord e baudrillard). Tuttavia l’analisi giudicata polverosa in modo analitico dal Sig. Pairone mediante il metodo foucaltiano presupponeva una risposta di tipo più dettagliato partendo dalle analisi basilari di quel concetto di Marx “Per la critica dell’economia politica” e Gramsci “Egemonia culturale”.
          La discussione che poi verteva su un altro canale, più sull’interrogativo del nome Victor Ward, ha subito l’influsso di quell’approfondimento, pertanto su indicazione dei nomi multipli, le prime risposte a tale quesito sono state Ludd e Luther Blissett, definibili certamente differenti già solo considerando il periodo storico, ma, mi passi il termine, di matrice tendenzialmente pre-marxista e neo-marxista perciò accomunabili con la dovuta cautela. Pertanto in questo caso Omero non rientrerebbe nella discussione a mio parere.

          Inoltre avrei una certa difficoltà nel capire il giudizio “Zero in storia, zero in politica, zero in sociologia ecc. ecc.”, secondo me gratuito e mal argomentato.

      • Lorenzo Marras

        si pero’ Wardt detta pratica l ha letteralmente messa sottotraccia perche’ cio’ che abbiamo potuto leggere in superficie è solo un esercizio teoretico un pochino fine a se stesso.
        E pertanto Giacomelli ha valide ragioni quando sostiene che il grado di genericita’ è molto ALTO e lo è perche’ in fondo il messaggio che Lei presumo voglia comunicare in questo spazio trova difficolta’ ad essere percepito.
        Il luddismo fu una pratica piuttosto rozza, legata naturalmente ad un grado infimo di lotta che PERALTRO Fu facilmente stroncato perche’ circoscrivibile in un ambito e dunque neutralizzabile. Visto invece alla luce del nostro tempo Lei, anziche’ macchine da prendere a randellate, a quali forme di sudditanza (mi lasci passare il termine) si potrebbe intendere l’ indirizzo della sua mira “teorica”?
        insomma Oggi cosa è in gioco. Esiste una linea immaginaria del fronte dove si possa esclamare NOI e LORO ?
        Prego ci faccia capire quale è la sua macchina di visione delle cose.

        • Victor Ward

          Considerare il luddismo una pratica rozza è l’interpretazione tradizionale, basata sul concetto di feticcio che gli operai davano ai telai ed alle macchine. Tuttavia un’analisi più articolata e più equilibrata non può non tener conto che non in tutte le città inglesi dove si svilupparono le rivolte, l’industrializzazione era già così generalizzata. Infatti, gli episodi più gravi della rivolta non si verificarono in Lancashire, la regione in cui funzionavano i nuovi telai meccanici, ma nella zona di Nottingham che, pur rivestendo una notevole importanza dal punto di vista della quantità di tessuti prodotti, non era affatto all’avanguardia dal punto di vista tecnico. Il luddismo degli anni 1811-1812, insomma, più che un movimento ostile nei confronti della macchina e dell’industria, appare prima di tutto una rivolta di tessitori e di contadini desiderosi di manifestare il proprio malcontento, in una situazione estremamente delicata e difficile per l’economia britannica.
          Tra il 1808 e il 1810, infatti, il blocco continentale messo in atto da Napoleone nei
          confronti dell’Inghilterra raggiunse il massimo della propria forza: assumendo un indice 100 per le esportazioni di prodotti inglesi in Europa nel 1805, si può affermare che esse scesero a 20,9 nel 1808; a 55,2 nel 1809; a 74,6 nel 1810. È vero che l’economia inglese poteva reggere bene il peso di queste perdite, in quanto le esportazioni dirette al continente europeo (nel 1805) rappresentavano solo il 37% del suo prodotto globale destinato all’esportazione, mentre il commercio con l’Africa, l’Asia e soprattutto con l’America Latina era invece in pieno sviluppo. Tuttavia, il blocco provocava notevoli disagi alla popolazione; per di più, nel 1810, allorché risultò necessario importare grano dall’estero, la cosa risultò difficoltosa in quanto i porti tedeschi del Baltico erano tutti in mano ai francesi.

  • Gianluca Serra

    @Marco Enrico Giacomelli

    dire che ludd e blisset sono nomi multipli è come dire che monti è fascista?
    E’ ovvio che a livello storico ci sono differenze clamorose ma restano sempre nomi multipli in quanto non associabili a un entità fisica.
    Se io ho un trattore (serve per lavorare nei campi) degli anni 40 e una ferrari velocissima del 2012 (serve per figheggiare in giro) e li chiamo entrambi autoveicoli lei si arrabbia?

    • Come lei sa, i livelli di generalizzazione sono infiniti. Il foie gras e lo sterco di vacca sono entrambi commestibili e in quanto tali appartengono a un medesimo insieme. Ma se lo propone a un suo caro parente, lo sterco intendo, probabilmente si alzerà dal tavolo. Lei non ha fatto alcun errore e io non mi arrabbio, ma evidentemente c’è qualcosa che non funziona se prima, in questo commentario, si spacca il capello in quattro e poi si mettono accanto Ludd e Luther Blissett con l’argomentazione (corretta ma generica) che sono nomi collettivi. A sto punto ci mettiamo dentro pure Omero, ma così facendo temo che il dibattito diventi poco interessante.

  • Gianluca Serra

    Le do ragione su tutto però mi verrebbe da chiedere come fa a sapere che lo sterco di vacca è commestibile. Siccome si parla di mostre di van gogh temo di essere leggermente fuori tema e quindi lascio cadere.

    Saluti e buon lavoro

    • Semplicissimo: non contiene aggregati che danneggiano il sistema gastrico e digerente umano. D’altro canto, viene usato come concime naturale, il che è piuttosto eloquente. Ovviamente parlo di sterco non contaminato prima e/o dopo la sua espulsione (ma in questo senso può divenire non commestibile quasi ogni altro alimento, ad esempio la carne della medesima vacca). Se vogliamo restare off topic, molto volentieri, ma scambiamoci delle mail!

  • Cristiana Curti

    E’ forse più importante rilevare che Ludd e i suoi erano caparbiamente antitecnocratici? antipositivisti? E’ per questo che Ward si definisce luddista? Da qui si capisce cosa vuole intendere. E perché è un passatista inguaribile. Rimane il fatto che non si capisce perché in tanti ci si nasconda dietro a un nome, piuttosto, parlando di metafore letterarie, è meglio il contrario (Pessoa), più opzioni più idee.
    Comunque, serve qualcosa di più oltre l’analisi dello status quo. E che gusto c’è a discettare di filosofia se questa non si fa ancilla del tema di questa nota?
    Ovvero la constatazione che nella società occidentale del III millennio la didattica, che dovrebbe avere certe caratteristiche per essere utile e approtatrice di cultura (di per sé, ecco un interesse innato: la spinta alla costruzione di un sistema razionale che spieghi l’universo fenomenico in un dato tempo; un altro interesse – o capacità – innato: il ri-conoscere l’opera d’arte anche se non la si è mai vista; un altro interesse – o capacità – innato è essere un artista e praticare l’arte), diventa solo un optional del capitolo “tempo libero”?

    • Victor Ward

      Mi riesce arduo capire il meccanismo logico che associa politicamente e socialmente il soggetto che approfondisce un determinato argomento all’argomento stesso.
      Se avessi approfondito in modo benevolo su De Gaulle mi avrebbe in egual modo etichettato come gollista?

      • Cristiana Curti

        “Etichettare” è un termine che non amo. Comunque, poiché qui si tratta di discutere sulla base di poche frasi che ognuno concede all’altro senza poter approfondire in altro modo, sì, forse l’avrei accomunata al pensiero gollista se fosse stato “benevolo” con lo statista francese, perché no? Se trae ispirazione da un determinato fenomeno storico-politico-letterario per definirsi (e, in più, per definire ciò che ufficilamente la qualifica, che è finzione) perché non dovrei trarre delle conclusioni logiche in proposito?
        Devo io invece trarre diversa conclusione, ovvero che anche il suo nome de plume è del tutto casuale e il milieu storico che lei assume a riferimento per esso ancor di più?
        In ogni caso, tutto ciò è meno importante dell’argomento di cui si discuteva, vista la sua (lecita) riottosità a fornire spiegazioni tali che interrompano questi marginali interrogativi.

  • Angelov

    Un po’ all’antica, leggendo questo post, mi viene spontaneo di pensare:
    1 – Se rinasco mi iscrivo a Filosofia, piuttosto di rifare le scelte che…etc.
    2 – Ma chi sa spezzare un capello in 4 od addirittura in 8, è poi in grado di rimetterlo insieme come era prima?
    3 – Che sia questo metodo di interscambio una nuova frontiera della didattica?
    Sinceramente e senza secondi fini vorrei ringraziare questo portale per permettere questa comunicazione così ricca di contenuti e di intenti.

  • Giorgia Turco

    Sottoscrivo ogni parola di Alice Cammisuli:
    “Non posso essere d’accordo con un atteggiamento che trovo snob e anacronistico. Non tutti sono addetti ai lavori e non tutti sono disposti a fare km per andare a vedere un’opera. Ben venga la diffusione della cultura e la saggezza popolare che propone la vecchia storia di Maometto e della Montagna.
    Credo che l’arte sia fatta per essere vissuta, i dipinti come tutto il resto (ahimè) hanno una loro vita (ce lo insegnano le svariate teorie sul restauro dell’arte contemporanea).
    Sono allergica ai discorsi di chi ergendosi a difensore di un’Arte come divinità vuole tenerla egoisticamente per sè e pochi adepti. Come chi polemizza contro il restauro del Colosseo con i soldi (e la pubblicità) di Della Valle.
    Accettiamo che l’Arte possa essere sia una vocazione, per alcuni eletti, ma anche spettacolo, piacevolezza, gioco intellettuale, a volte semplice compiacimento di un senso estetico che, in modi diversi, ogni essere umano è portato a soddisfare!
    E lo dico proprio perchè ho studiato e amato e compreso il messaggio che i maestri del Novecento, da Duchamp in poi ci hanno lasciato.”

    Lavoro nel settore e recentemente sono stata a Parigi dove ho ri-visitato alcuni grandi musei (Louvre, Orangerie, Orsay) ampliati, trasformati, ancora più fruibili. Opere spiegate in modo chiaro (che non significa per forza semplice o semplicistico), diretto, con qualche curiosità (atta a incuriosire e imprimere nella mente dei concetti-chiave dell’artista o dell’opera) ma certamente con voglia di comunicare a tutti, a qualsiasi livello, lasciando spazio comunque alla percezione del visitatore.
    Il paragone con musei italiani, penso agli Uffizi, è deprimente; siamo lontani dagli standard e dal livello di altre realtà europee, eppure il patrimonio italiano è certamente più vasto e variegato di quello dei cugini francesi.
    Rispetto alle mostre blockbuster ben vengano se ciò significa avere un riavvicinamento della gente, una sua rieducazione al bello e al valore della cultura stessa nonchè la possibilità di interagire maggiormente e più da vicino con essa attraverso le attività didattiche del museo stesso. Divenire un luogo di incontro e di scambio è, a mio avviso, la vera sfida delle realtà museali del nostro Paese, spesso considerate appannaggio di pochi esperti e, invece, fulcro e motore di cambiamenti sociali e culturali, oggi come non mai desiderati da tutti.

  • Maura

    Concordo in pieno.
    Da non addetta ai lavori ma amante del bello trovo che bastino già le gallerie d’arte, dove signorine vestite bene ti guardano con aria distaccata e galleristi impegnatissimi con uno sguardo capiscono se comprerai e da quello decidono se salutarti o meno, per allontanare quello definito “pubblico medio” dall’arte.
    Almeno i musei svolgano un compito divulgativo!

    • SAVINO MARSEGLIA

      Gran parte dei musei italioti sono gestiti da burocrati cicisbei che non divulgano nulla, se non la metastasi del potere. Questa metastasi ha appiattito e banalizzato in modo volgare la stessa natura divulgativa e progettuale dell’arte.