L’Ottocento italiano in tutte le sue versioni

Ai Musei Civici di Pavia, di ritorno dall’Hermitage, una mostra racconta – fino al 9 aprile – la versione italiana del secolo che prepara le avanguardie. Da Neoclassicismo e Romanticismo fino alle rivoluzioni di Scapigliatura, Simbolismo e Divisionismo. Con la falsa ingenuità dell’arte italiana di quel periodo.

Gioacchino Toma - Le educande al coro - 1878 - Fondazione Internazionale Balzan, Milano

Complice il Centocinquantenario dell’Unità, talora prendendolo come vago pretesto, molte mostre negli scorsi mesi si sono soffermate sull’arte dell’Ottocento italiano. L’esposizione ai Musei Civici di Pavia, già presentata all’Hermitage con un successo di 500mila visitatori, ben si posiziona in quest’ampia quantità di mostre, potendo vantare qualità e serietà.
Da qualche tempo si comincia a capire come l’Ottocento vada letto come terreno di coltura della più straordinaria rivoluzione della storia dell’arte: il passaggio all’arte contemporanea, con cui il concetto odierno di arte nasce in seguito a uno slittamento ontologico irreversibile.
Ciò che ha di straordinario l’Ottocento italiano è quella vezzosa neghittosità con cui finge di essere immune alla corrosione raccontata da Baudelaire, Huysmans, Rimbaud. Ma anche nell’Ottocento italiano soggiace quel morbo, sommesso e per questo forse ancora più efficace.

Giacomo Favretto - Al ponte di Rialto - 1886 - Genova, Galleria d’Arte Moderna, Raccolte Frugone

La mostra di Pavia fiorisce di momenti oscuri, sensuali, esotici, maligni nella parziale ingenuità, alternati a spunti di Classicismo e Romanticismo, quest’ultimo nella versione tarda e quindi meno oscura. E poi, la pittura d’impegno sociale, esplosa dopo la rivoluzione del Realismo, e la rincorsa verso l’avanguardia di Scapigliatura e Divisionismo.
Ben evidenziati dalla selezione e dall’allestimento, sono questi i contrasti di un secolo meno monolitico di quel che si pensa. Ma, se nel Seicento e Settecento ci si attestava su canoni assoluti, ritenuti immutabili (da cui le “Dispute”), l’Ottocento si rivela aperto alla sperimentazione continua. Con un fine ultimo man mano meno inconscio, ovvero l’avvicinamento di arte e realtà, e con un’apertura alla dialettica che, potenziata, sarà il segno distintivo del Novecento.

Vincenzo Camuccini - La morte di Cesare - 1793-99 - Bologna, Museo d’Arte Moderna

Le sezioni della mostra permettono di isolare le singole tendenze per poi vederle sostituirsi una all’altra, talvolta compenetrandosi. Con un occhio alle specificità italiane, nonché a quelle regionali, che ricadono nella pittura di genere legata al territorio ma non rinunciano a una sincera sperimentazione. Molti i pezzi forti esposti, tra opere dei Musei Civici di Pavia e prestiti di rilievo. Dallo straordinario realismo idealizzato di Appiani e Hayez al Piccio, il cui movimento del tratto è già Renoir, ma con meno maniera. Dalla pittura di storia di Delleani al notevole Autoriratto in costume orientale di Trécourt, dalla modernità inusitata della gloria locale Pasquale Massacra al vertiginoso Dopo il duello di Antonio Mancini. Fino al simbolismo addolcito ma penetrante di Kienerk e a quello mescolato col divisionismo di Pellizza Da Volpedo.

Stefano Castelli

Pavia // fino al 9 aprile 2012
La pittura italiana del XIX secolo. Dal Neoclassicismo al Simbolismo
a cura di Susanna Zatti e Fernando Mazzocca
Catalogo Skira
CASTELLO VISCONTEO
Viale XI febbraio 35
0382 33853
[email protected]
www.museicivici.pavia.it


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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.