Giuda il manichino

È un membro dei Mutoid. Lavora da vent’anni con robot costruiti con materiali di scarto. La sua è un’arte cinetica, ma che nulla ha a che fare con fredde installazioni scientifiche. È Giles Walker, in mostra alla Black Rat Press Gallery di Londra fino al 5 aprile. Per una Ultima Cena davvero particolare.

Giles Walker - The Last Supper (Jesus) - veduta dell'installazione presso Black Rat Press Gallery, Londra 2012

The Last Supper di Giles Walker (1967) è scultura e installazione teatrale.
La sala di Black Rat Press, voltata in mattoni grezzi, è buia e fumosa, come l’imbocco di una galleria, illuminata da una schiera di candele disposte a terra lungo il perimetro. Nel cortile del Cargo, da attraversare per raggiungere BRP, c’è gente seduta in giro a bere birra, sole caldo e aria di relax del sabato mattina. Dietro la tenda di velluto le cose cambiano. Nel silenzio, le note di un piano e la voce dei personaggi meccanici riuniti intorno al tavolo, quello dell’Ultima Cena.
Questa volta non è una normale visita a una preview d’arte: si è tirati dentro la scena teatrale appena si sposta la tenda. C’è il tavolo, ci sono le figure meccaniche intorno, e basterebbe; ma intorno al tavolo e alle figure, la gente in piedi è come calamitata, gli si muove intorno, e la cena da tredici diventa un party collettivo, dove si guarda attraverso: si guardano le teste dei robot e si “traguardano” le facce di quelli che stanno dall’altra parte del tavolo, assorti a comprendere ogni dettaglio, a cercare di capire i nessi, le relazioni fra tante, troppe cose, troppi significati disposti sopra, intorno, “dentro” quel tavolo.

Giles Walker

A capotavola, verso l’ingresso, è seduto il capitano con un cappello da aviatore in testa e una torcia in mano, l’unico dei tredici che volge le spalle alla “tavolata”. Giles ci dice che è in vedetta a cercare la direzione di una nave immaginaria che ha perso la rotta. Al suo opposto, al comando del timone, è seduto l’ospite, colui che ha organizzato la cena, ultima e primordiale. È in canotta bianca, ha una bottiglia in mano, come a mescere vino. In realtà quel vino finisce per terra, sul tavolo, imbratta tutto, ne va poco nei bicchieri. Cinque di qua e cinque di là gli altri commensali, Giuda Iscariota è in piedi sul tavolo: come una grande bambola bianca, ha sembianze di un bambino e grandi forbici in mano. “Names, give me names. They’re liers, they’re  fuckin’ liers”, si sente la voce di qualcuno dal tavolo. Sulle note del piano.

Giles Walker - The Last Supper (Jesus) - veduta dell'installazione presso Black Rat Press Gallery, Londra 2012

Tre scene in una: la struttura portante dei tredici meccanizzati intorno al tavolo; il flusso continuo degli avventori umani in moto rotatorio variamente addensato, intorno a quel tavolo. E la terza scena – terza solo perché se ne percepisce la portata dopo qualche giro – allestita “sul” tavolo, in una serie di episodi (crudi, violenti) con protagonisti mostri-ominidi-uccello in miniatura.
Per Giles Walker è la scena più importante: “L’Ultima Cena è uno snapshot di come io vedo la religione nel XXI secolo. Una riflessione fatta in particolare sui bambini, su come la religione tratta i suoi figli e il ruolo che tutti sono costretti a giocare all’interno di quelle regole. Mi sono chiesto se una dottrina religiosa che assume come suo riferimento il senso di colpa, e minaccia poi la violenza e il dolore come una giusta punizione, sia una buona educazione per un bambino”.

Giles Walker - The Last Supper (particolare) - veduta dell'installazione presso Black Rat Press Gallery, Londra 2012

C’erano bambini intorno al tavolo – veri, accompagnati dai genitori – curiosi e giocosi. Una di loro armeggiava con un robot, gli faceva cenno di muoversi come davanti a uno schermo sensoriale, come con una stazione kinetica, come di chi conosce solo il touchscreen.
Il comunicato stampa per la preview dice che visitare l’Ultima Cena lascia un effetto duraturo su coloro che hanno l’opportunità di viverla. Effetto che, nel tempo che segue, prende forme diverse: il buio in cui avviene la sosta dà uno sfondo onirico alle cose. Ritornano confusi i volti dei robot e le scene drammatiche degli ominidi ornitologici sparsi sul tavolo, tutto sfumato sullo sfondo dei volti degli spettatori. Come fantasmi, una ragazza dai capelli rosso fragola e un tizio che guardava di sbieco tracannando birra. A intermittenza tra i volti si aggirava l’artista che (ci) osservava: noi e la sua opera tragica, frutto di un anno intero di lavoro.

Giles Walker - The Last Supper (Ominidi) - veduta dell'installazione presso Black Rat Press Gallery, Londra 2012

Nella Classe Morta di Tadeusz Kantor non c’è una vera e propria storia e i personaggi sono strumenti per evocare, struggenti e comici, il dramma. Anche Kantor fabbricava bambole quando decise di fondare il suo Teatro Indipendente. Giles è “maestro, scultore e genio” (sono parole del regista Ken Russel) che fabbrica uomini/monito a transistor con materiali che gli uomini/umani gettano via per passare oltre.

Emilia Antonia De Vivo

Londra // fino al 5 aprile 2012
Giles Walker – The Last Supper
BLACK RAT PROJECTS
Arch 461, 83 Rivington Street
+44 (0)207 6137200
[email protected]
blackratprojects.com

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Emilia Antonia De Vivo
Emilia Antonia De Vivo è architetto urbanista. Vive a Londra da quattro anni. Redattore freelance per domusweb, è autrice dei testi della "Domus London Architecture Guide 2011", Apps per IPhone e smartphones, distribuita da Editoriale Domus SpA. Per la Guida ha redatto personalmente i report fotografici sulle ottanta Architetture selezionate. A Londra collabora a progetti di ricerca presso la Kingston University e The Architecture Foundation. In Italia ha concluso due cicli triennali di docenza presso il Laboratorio di Urbanistica dell’Università degli Studi “Federico II” e ha svolto attività di ricerca e pianificazione urbanistica presso Comuni e pubbliche amministrazioni. Master, specializzazione, ricerca e visiting professor presso la UPC Universitat Polytècnica de Catalunya e la ETSAB Escuela Tecnica Superior de Arquitectura.
  • ” Una riflessione fatta in particolare sui bambini, su come la religione tratta i suoi figli e il ruolo che tutti sono costretti a giocare all’interno di quelle regole. Mi sono chiesto se una dottrina religiosa che assume come suo riferimento il senso di colpa, e minaccia poi la violenza e il dolore come una giusta punizione, sia una buona educazione per un bambino”… certo che non lo e’. Il punto e’ che Giles Walker dovrebbe prima riflettere sulle sue conoscenze “delle dottrine religiose” e poi, forse, scoprirebbe che non ce ne e’ una che risponda all’idea che ne ha lui…

    • mah

      Certo, non rispondi al principio di autorità, mangi una mela e come punizione per la tua colpa vieni scaraventato all’inferno in terra. Ma quale dolore e punizione, la Genesi è solo un raccontino datato. Su questo concordo con don Gerini. La Bibbia è un catalogo di violenze d’ogni genere, ma fortunatamente è fiction. Basta non mandare i figli a studiare dai preti, che così si risparmiano pure l’iniziazione sessuale operata da vecchi bavosi (non tutti, okkay, ma un numero impressionante)

      • ..di Don Gerini (anzi Monsignor Gerini), per quanto ne so, ce ne e’ uno nella Diocesi di Albenga, non sono io e non e’ mio parente. Detto questo non esiste nessuna “dottrina religiosa” che assuma “come suo riferimento il senso di colpa e minacci violenza e dolore come giusta punizione” … che vi siano errate interpretazioni di dottrine religiose che fanno questo, non v’e’ dubbio, che tali errate interpretazioni siano largamente diffuse e’ purtroppo verissimo ma e’ altrettanto vero che ci sono milioni di persone che “si toccano” se un gatto nero attraversa loro la strada, evitano il numero 13 o il 17, o tengono un corno rosso o un ferro di cavallo a portata di mano…

        • mah

          Concordo ancora con don Gerini (su, non sia modesto): la Bibbia è un libro per superstiziosi e i cristiani sono come quelli che hanno il ferro di cavallo sopra la testata del letto (magari insieme all’effigie di quel pover’uomo crocefisso). Viva i Lumi

  • Comunque, la mostra, o tutto ciò che è esposto, deve essere veramente stupendo. Visto che differenza con noi del Continente? Bello, bello, bello! Inoltre, la tempesività geniale dell’artista (tra poco sarà Pasqua) aiuta molto la diffusione della notizia.

    Purtroppo, già dopo 3 commenti non si parla più della mostra. Comunque, per precisare:

    -La paura del numero 13 deriva proprio dalla ultima cena;

    -17, in numeri romani si scrive XVII; che poi, anagrammando si può avere VIXI..sempre di morte senza speranza si parla;

    -Adamo ed Eva (dall’ebraico “uomo” e “vita”) ovviamente non mangiarono una mela (dal latino “malum”, male), bensì disobbedirono al comando di non avvicinarsi, di non interessarsi, alla conoscenza e differenza tra il bene ed il male.

    -Il gatto nero, era compagno delle cosiddette “streghe” e serviva a catalizzare i malefici, come una sorta di parafulmine, ed anche qua si parla del maligno.

    -La Bibbia, è stata (forse ancora adesso) il libro più stampato di sempre, qualche cosa di interessante ci sarà pure scritto.

    Ho scritto queste cose, SOLO per fare chiarezza, poichè vi sono molti pensieri sbagliati che derivano da interpretazioni sbagliate. Vi chiedo di rispettare il pensiero di chi crede, e di parlare più dell’evento artistico. Che per me è proprio bello!

    • Caro Eugenio, vorrei sottolineare che non ho mai detto che l’evento artistico sia brutto o che il lavoro di Walker sia debole o non interessante. Ho semplicemente criticato una sua affermazione, riportata nell’articolo, che ritengo esser frutto di scarso approfondimento di una disciplina (le religioni) che conosco piuttosto bene.
      Ho profondo rispetto di chi non e’ credente come di chi ha un credo diverso dal mio (a partire da meta’ della mia famiglia che e’ Buddhista). Mi dispiace che questa mia osservazione abbia dato il destro all’immancabile “troll” d’intervenire! Non avrei dovuto replicare, seguendo la regola d’oro “mai dare confidenza ai troll” ma… nessuno e’ perfetto ed io meno di chiunque altro :-)

      • mah

        Don, lei ha molto rispetto per gli altri, fatto salvo il fatto di definirli troll. Si chiama tolleranza, concetto che Voltaire deprecava, perché sempre esibita da chi crede di stare su un pulpito. Ma, come diceva Montaigne, anche se si è seduti su un trono, sempre sul cul si è poggiati.

    • cassiusclay

      Trovo abbia troppe certezze etimologiche e che ce li rivenda come verità: mela deriva si da malum ma questa parola deriva dal greco melon, dunque che c’entra il “male”?
      Poi anche il numero 13 ed il numero 17 devono la loro non gradita presenza non certamente per i motivi da lei elencati, ma questi sono solo alcune ipotesi, più o meno possibili.
      La religione è dogmatica, e pure le argomentazioni dei credenti mi sembrano sempre tali, senza riserve e senza ammettere altro.
      Meglio il relativismo, che tutto interpreta secondo il contesto, la storia, le persone, le passioni. Insomma, meglio i mutoid che da trentanni giocano con i manichini, che poi siamo noi, spesso ignari di un maledettissimo nostro “master of puppets”

  • Certo che c’è una gran bella differenza di stile e pensiero dall’immenso capolavoro del Cenacolo di Maestro Lionardo a questa modernizzazione meccanoscenica.
    Buona Pasqua.