Cinquant’anni di camp

Un saggio capitale di Susan Sontag datato 1964 e dedicato al camp. Un curatore e una galleria, per una triplice mostra. Andrea Bruciati e la Jarach Gallery di Venezia. La prima tappa chiude il 10 marzo.

Davide Bertocchi - Collider - 2010 - courtesy l'artista & Jarach Gallery, Venezia

Primo di tre appuntamenti per la primavera della Jarach, Notes On Camp ha aperto in concomitanza con il celebre carnevale di Venezia. Gli artisti invitati da Andrea Bruciati sono Davide Bertocchi, Andrea Dojmi, Daniele Pezzi e Dragana Sapanjos, che con i loro lavori hanno risposto all’invito di riflettere sulla dichiarazione di Susan Sontag The essence of camp is its love of the unnatural: of artifice and exaggeration” (Notes On Camp, 1964). Un saggio che ha compiuto cinquant’anni e che viene qui riletto in chiave attualissima, una provocazione accolta con oggetti di forte impatto emotivo, in grado di distorcere la percezione della realtà e di infrangerne regole dimensionali, spaziali e di equilibrio. Fragilità ostentate sempre sull’orlo della catastrofe, ma che permangono inaspettate e solide. Strutture e sculture dalle violente cromie che incidono lo spazio immacolato della Jarach Gallery come rasoi impietosi. Attendiamo le altre due tappe.

Chiara Casarin

Venezia // fino al 10 marzo 2012
Notes On Camp #1
a cura di Andrea Bruciati
JARACH GALLERY
Campo San Fantin
041 5221938
[email protected]
www.jarachgallery.com


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Chiara Casarin
Chiara Casarin (1975) è curatore indipendente. Ha lavorato dal 2000 al 2003 presso la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico di Roma, dal 2006 al 2008 presso la Fondazione Benetton Iniziative Culturali di Treviso, 2009 al 2011 presso la Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia. Nel 2009 ottiene il titolo di dottore di ricerca alla Scuola Studi Avanzati di Venezia con una tesi sulle problematiche dell’autenticità nell’arte contemporanea. Dal 2007 al 2009 è ricercatrice presso l’Ecole des Hautes Etudes di Parigi. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Ceci n'est pas l'Auteur. Ovvero: l'opera dell'arte nell'elogio della sua riproducibilità digitale in “Engramma” n. 60, dicembre 2007; Estetiche del Camouflage (a cura di Chiara Casarin e Davide Fornari), ed. Et al., Milano 2010; Las Bodas de Canà en Venecia. Autenticidad de un facsimil in “Revista de Occidente” n. 345 Febbraio 2010, Fundaciòn José Ortega y Gasset, Madrid e BLM 2002>2010 ( a cura di) ed. Mousse Publishing, Milano 2010. Ha curato diverse esposizioni collettive e personali tra cui le più recenti In Equilibrio tra due punti sospesi di Silvano Rubino (Venezia BLM giugno 2010, catalogo Damiani), e Carlo Gajani (Museo Civico Archeologico di Bologna, maggio 2010, catalogo ed. dell'Archiginnasio) con Renato Barilli. Svolge attività di collaborazione alla didattica presso l' Università Ca' Foscari ed è docente di Arte Contemporanea presso lo IED (Istituto Europeo del Design) di Venezia. Dal 2009 collabora con la Soprintendenza B. A. P. di Venezia e Laguna.
  • Si seleziona sempre lo “stravolgimento”: la scultura insolita fatta con il frisbie, tiranti e rotelline; la corteccia che diventa maschera; il momento aleatorio del movimento delle carte; la trappola fatta di vetro….

    Questo quando fuori, nel reale, le persone hanno già ampiamente metabolizzato stravolgimenti molto più grandi. Molto più grandi. Queste opere rischiando di essere bicchieri d’acqua che passano in un soffio, ma senza la consapevolezza del bicchiere d’acqua o -meglio- di chi espone un bicchiere d’acqua.

    Non si riesce mai a selezionare un AVVOLGIMENTO. Il valore dell’opera scema chiaramente (dove può arrivare il giochino per raggiungre uno stupore minimo dentro le pareti controllate di una stanza?).

    E il collezionista tende a comprare la cosina insolita come fosse all’IKEA. Ikea per ricchi dove però ogni soluzione d’arredo (perchè di questo stiamo parlando) rischia di avere un grado di pretenziosità e presunzione che vede le soluzioni ikea molto più contemporanee ed efficaci: si pensi solo all’idea di OGGETTO in un mondo agonizzante per la sovrapproduzione di prodotti. E l’artista cosa fa? Partecipa bellamente a questa orgia, a questo inquinamento.

    La soluzione non è non produrre oggetti e smaterializzare….ma quì poi vado fuori tema.

  • Dimenticavo l’immancabile citazione di paertura (ormai penso sia illegale fare una mostra senza la citazione da un libro o altro):

    “The essence of camp is its love of the unnatural: of artifice and exaggeration”

    Che poi queste soluzioni-opere siano innaturali ed esagerate avrei molto da ridire. Rispetto al sistema dell’arte sono cose viste e straviste, rispetto al mondo sono una formica rispetto un elefante. Non c’è il coraggio, la capacità e la voglia di osare. Di Azzardare. Cosa che farebbe bene anche al mercato perchè spiegherebbe la differenza tra Ikea e arte contemporanea.

    Sono aperto a discuterne con gli organizzatori ovviamente. Se no sembra sempre che io sia il bastian contrario. :-)

  • D.

    Caro LR io faccio quello che mi piace, quello che sento di dovere fare, senza pensare a Ikea – o a facili trovate per raggiungere il successo. E’ grottesco che adesso finisco tirato in mezzo da te nel tuo solito sermone. Non hai la più pallida idea di quanto sia stato difficile andare avanti tutti questi anni nell’oscurità soltanto credendo nel proprio lavoro (e questo te lo potrebbero dire in molti che hai messo in discussione in passato). Di quante tensioni con familiari e partner. Il mio viaggio per il mondo è iniziato per cercare punti di vista differenti per depurarmi dall’inquinamento della nostra nazione ed è diventato altro, è diventata una missione. Trovi la maschere di corteccia all’Ikea? mi fa piacere ma deve essere un negozio speciale il tuo. Ci sono senz’altro delle criticità nel sistema italiano dell’arte ma ti assicuro che anche all’estero continuo a trovare più o meno gli stessi meccanismi. Ultimamente poi sottolinei continuamente il rapporto dimensionale tra l’opera d’arte e il mondo reale. E’ importante capire quello che ritieni essere il compito dell’arte e le “relazioni” in questo centrano poco. Io ho la mia idea a riguardo e la perseguo con determinazione, mi interessa relativamente diventare ricco, molto di più poter sopravvivere con la consapevolezza di essere LIBERO di fare qualcosa che ritengo importante per me stesso e per gli altri.
    Dopo tutto questo tempo sei così convinto che il metodo LR funzioni nel suo ripetersi all’infinito? Negli esseri umani sopraggiunge la noia. La stessa che tu provi vedendo i miei lavori. Vorrei ascoltare qualche nuova idea e da anonimo te l’ho anche scritto in passato

  • Il metodo LR non funziona..così ora è chiaro che non mi interessa il successo neanche a me; “successo” secondo le definizione di un sistema inefficace e che per funzionare deve proteggersi dentro luoghi ghettizzati e attraverso relazioni preferenziali. Questo sistema-setta è oggi ridicolo. E io sono felice di non funzionare rispetto a questo. Tu saresti felice di funzionare rispetto al sistema dei Testimoni di Geova- per fare un esempio altro-?

    Detto questo mi fa piacere la tua risposta, finalmente un’ antitesi degna.

    Io credo che le tue difficoltà (che io rispetto enormemente) debbano diventare una tua forza: ma non è che il solo FARE ed ESSERE IN DIFFICOLTA’ renda qualsiasi cosa che fai accettabile….anche Hitler faceva e ha avuto enormi difficoltà da “escluso” nella sua vita..per fare altro esempio chiaro ed estrermo.

    Dovresti essere Daniele.
    Tu proponi una certa modalità compositiva che è sicuramente intrigante; la tua estetica suggerisce una modalità interessante ma ormai extra digerita a livello accademico e a livello contemporaneo; anche agli angoli delle strade possiamo fotografare compisizioni scultoree SPONTANEE simili alle tue…e allora vedi che il grado di artificiosità che tu proponi nello spazio controllato (da luogo e relazioni) della galleria non serve, anzi toglie moltissimo a quella modalità che invece ha un grande VALORE.

    Tu, con gli occhi del sistema, non puoi vedere il metodo LR perchè io non ho una materia che oggi nel sistema va per la maggiore per realizzare le “opere”: LUOGO (es. jarack) e PUBBLICHE RELAZIONI (es bruciati). Place+ Rays:

    http://whlr.blogspot.com/2011/11/retrospettiva-aprile-2012.html

  • D.

    La mia “antitesi degna” non era finalizzata a farmi dare dei consigli da te. Indipendentemente dal mondo e dalle situazioni contingenti (o dalle convenienze intellettuali) non smetterò di creare opere (chiamale oggetti, chiamale come vuoi). Perchè ho esigenze creative che sono a-temporali e vanno oltre “quello che si dovrebbe fare”. Composizioni scultoree spontanee come le mie? Credo proprio che non hai la più pallida idea del mio lavoro. Se uso la fotografia quello che viene rappresetato ha un rimando che è tutt’altro che puramente formale. Io ho sempre lavorato e continuo a lavorare principalmente con il cinema che non è un oggetto e presuppone tutta una serie di problematiche di vendita che ben si conoscono. Detto questo LR non replicare per favore perchè non amo questo tipo di auto-pubblicità, sia mia che tua. Buon lavoro e mi auguro di essere stupito da qualcosa che farai in futuro perchè al momento ti vedo solo come un blogger che a volte scrive cose intelligenti ma molto spesso è un po’ troppo preso a far quadrare la sua teoria scientifica con “prove certe”

  • Ho digitato “art trash” su flickr:

    http://www.flickr.com/photos/pakgwei/6751272327/

    Ecco, Andrea Bruciati avrebbe potuto selezionare anche queste opere e sarebbe andato benissimo. E questa pseudo-spontaneità non è diversa delle tue scelte compositive. Sono sullo stesso piano: queste opere discendono da una medesima modalità di valore, ormai STRAPERCORSA E STRAABUSATA. Ma facciamo anche un esempio storico nel sistema dell’arte:

    artribune.com/2012/02/kiefer-a-bermondsey-prima-personale-alla-nuova-white-cube/

    Sei libero di continuare e sviluppare la tua creatività, e proporre ed esporre in modo bulimico; tanto tutto è posto sullo stesso piano, tutto va bene. Come se invece non facessimo in continuazione scelte. Ecco, a mio parere, QUESTA è una modalità di basso valore profondamente insensibile e distratta rispetto al presente. Questa tua scelta non è diversa dal’idiozia di coloro che vogliono salvare il mondo dalla crisi continuando a proporre i modelli di crescita che hanno portato e che portano alla crisi.

    La qualità sta nell’avere la dignità di fare un passo indietro, di mettere da parte le proprie esigenze, la propria vanità e il proprio narcisismo creativo. Fare un passo indietro dalla mucchia-orgia di giovani artisti che vogliono essere invitati e vogliono portare l’ennesimo oggettino feticcio nell’ennesima galleria. Superare la debolezza di voler esporre un altro oggetto. Questa sarebbe una scelta di valore e coraggiosa. Questa scelta avrebbe valore perchè aiuta a vivere e leggere meglio il proprio presente; aiuta a VEDERE per poter progettare meglio la propria vita e quella degli altri (Munari: saper vedere per saper progettare). E non significherebbe non poter da sfogo alla proprie esigenze creative, significherebbe avere consapevolezza e agire di conseguenza.

    E semmai scopri che la crisi economica (per stare ad un esempio concreto) si può risolvere rinegoziando i propri bisogni e non perpetuando una crescita economica e produttiva IMPOSSIBILE e che ha portato alla stessa crisi che si vuole risolvere. Ecco perchè il valore della tua opere, della tua composizione, ha un valore molto modesto.

    Non esistono due mondi, un MACRO mondo da salvare e il tuo MICRO in cui non puoi fare niente per salvare il MACRO mondo e quindi puoi fare quello che vuoi. Esiste solo un mondo, e una serie di scelte idiote MICRO determinano i problemi del MACRO mondo.

    Detto questo sviluppi un buon artigianato dell’arte contemporanea, ma mi sembra più interessante porsi il problema del proporre l’ennesima scultura.

  • D.

    Ripeto, gli esempi che fai non mi riguardano. Ci sono le mie esigenze creative e la mia persona collocata nell’ambiente. Io sono abituato a calarmi totalmente nelle situazioni. A toccare con mano i drammi e le realtà. Non me ne sto seduto dietro a un computer caro LR

    p.s. Ma perchè ti ostini a fare questi esempi con la spazzatura fotografata? Devi aver visto una polaroid che ho fatto nel deserto. Sai la parte interessante di quell’immagine non sono i pneumatici infilzati sui rami ma il fatto che è il risultato di un azione rituale (e creativa) che gli aborigeni australiani fanno nell’oscurità della notte. Il loro modo di annunciare una rivalsa nei confronti dei simboli e della civiltà dell’uomo bianco.

    Ora basta non risponderò più perchè ho altro a cui pensare ma sono sicuro che tu vorrai sicuramente l’ultima parola. Tieniti pure questo privilegio.

  • Altro problema quello di vivere la critica sempre e solo come scontro. Non ci sono privilegi dell’ultima parola, e ognuno di noi vive davanti dietro e di fianco al computer (pensa c’è anche il palmare), questo non significa non muoversi e non FARE. Il solo FARE non è l’alibi per cui tutto possa andare; viviamo un bombardamento di contenuti e opinioni attraverso cui chiunque può dire la sua determinando un grande calderone, una sorta di inquinamento (per cui facebook è sintomatico). Forse l’argomentazione critica è una strumento per mettere ordine.

    Come puoi dire che non vedi riferimento con Isa Genzken? In un mondo di sovraproduzione produttiva è inevitabile vedere oggetti in esubero che vengono accantonati e accatastati ai bordi delle “strade”. E si creano composizioni spontanee molto meno controllate e accademiche, ma assolutamente in linea con il tuo lavoro (quello che vedo quì sopra) e quello della Genzken. Non ho visto la tua polaroid sugli aborigeni.

    La verità è che in questi contesti (vedi questa collettiva) c’è la necessità di proporre un buon artigianato dell’arte contemporanea: codici consolidati a tariffe low cost. Il problema è che in questo modo si tende pericolosamente ad un effetto ikea evoluta. E in questo non c’è nulla di male, basta averne consapevolezza.

  • Lorenzo Marras

    Luca è un problema di cui ti dovresti interrogare da un po’ di temnpo a questa parte; quello dello scontro, certo, è sempre un orizzonte che ha fatto comodo piu’ a te che ai tuoi interlocutori dal momento che ti offriva una vetrina di sicura visibilita’, sia ben chiaro anche nelle occasioni peggiori ovvero quando a buscarne eri sempre TU.
    Ora te le prendi con L’artista, identificato D, mentri dovresti alzare il tiro su chi ha curato l’iniziativa , ma deve essere un osso un po’ indigesto e dunque te ne guardi bene.

  • Lorenzo mi viene da ridere. Quali vantaggi ho ottenuto? Perchè finisci a parlare di me e non stai ai contenuti? La mia analisi era generale e rivolta a TUTTI gli attori coinvolti: gallerista, curatore, artisti… ma solo uno di questi artisti ha pensato ad una replica. Questo perchè in italia vige omertà e incapacità di argomentare il “mi piace/non mi piace”. Le mostre sono come il guardaroba di una star: mi piace, non mi piace. Questa incapacità poi si riflette in tutto il resto (vedi crisi del sistema e assenza di artisti operatori italiani all’estero, se non emigrati da sconosciuti); ed anche sul mercato e su ogni aspetto della quotidianità. Munari diceva: saper vedere per saper progettare. E per progetto non intendeva certo solo le opere d’arte (che sono testimoni di valore e non contengono il valore).

    • Lorenzo Marras

      Luca guarda, ci mancherebbe proprio ma nessuno ti vieta di ridere. Ma penso che sarebbe un riso privo di qualita’ dal momento che io ti ho semplicemente fatto notare che la frase (e non la tua persona che nel mio discorso non veniva posta in discussione) da te pronunciata circa il fatto che la critica viene concepita solo come occasione di scontro e niente altro, richiedeva da parte tua un minimo di seria interrogazione. Tutto qua’.
      Cosa centrano i benedetti contenuti di questo o quello?!?! leggi dio santo una volta tanto, con calma; sei sempre sul chi vive e per la miseria, fatti questa benedetta risata.