Altro che Düsseldorf. La fotografia in Italia

Dopo Luigi Ontani e in attesa di Piero Gilardi, le “Living Boxes” del Castello di Rivoli si aprono alla e sulla fotografia. Andrea Bellini ed Elena Re mettono in campo una riflessione documentata e documentaria di tutto rispetto. E al centro, fino all’11 marzo, sta ancora lui, Luigi Ghirri.

Luigi Ghirri - Firenze - 1986 - serie Il palazzo dell’Arte - project print - 6 x 8.3 cm - courtesy Fondo di Luigi Ghirri

La formula delle Scatole viventi è già rodata. Siamo nella Manica Lunga del Castello di Rivoli, lo spazio è suddiviso in due. In una sezione ci si concentra su un autore, nell’altro si dialoga con lui, sfruttando i magazzini del museo.
Stavolta sotto la lente d’ingrandimento ci finisce Luigi Ghirri (Scandiano, 1943 – Roncocesi, 1992). Che però, al contrario di ciò che avvenne con Ontani, arriva dopo, nella seconda parte. Prima si ragiona un poco sulla fotografia, sui suoi obiettivi e le sue scuole, i suoi rapporti con l’arte e le sue tendenze e la sua storia. Così scorrono in parete gli scatti di due testimoni capitali dell’arte del secondo Novecento, Paolo Pellion e Paolo Mussat Sartor (ma che sorpresa pure i lavori di Ettore Sottsass). E già questi due nomi tirano in ballo un nugolo di questioni: perché loro sono parte integrante e fondamentale dell’Arte Povera, e non meri documentatori; e lo stesso si potrebbe quasi dire per il Castello di Rivoli, la cui memoria vive in parte grazie alle fotografie di Pellion, mentre Mussat Sartor è il nome giusto per riprendere la riflessione sugli eventuali confini tra fotografia d’arte e fotografia di testimonianza.

Massimo Minini e Andrea Bellini all'inaugurazione della mostra di Luigi Ghirri, Castello di Rivoli, 2012 - photo Barbara Reale

E mentre si ragiona – accompagnati magari dal profluvio di racconti, aneddoti, spunti offerti live da Massimo Minini durante l’inaugurazione – arrivano le stampe enormi di alcuni appartenenti alla Scuola di Düsseldorf, con i debiti che Ruff, Struth e Demand hanno contratto con le ricerche di Ghirri. Dietrologia? Nient’affatto, ed è proprio Thomas Demand che, nella mostra curata due anni fa all’NMNM di Monaco, La Carte après Nature, ha reso omaggio a Ghirri (per non dire del ruolo che ha quest’ultimo in tutta la riflessione su una ipotetica “scuola italiana” in fotografia, riflessione portata avanti proprio in queste settimane attraverso due mostre newyorchesi).
Si arriva così alla seconda parte del progetto piemontese, con i Project Prints di Ghirri messi in mostra per le cure di Elena Re, altra figura basilare nel lavoro di studio, riscoperta e valorizzazione della fotografia italiana, in particolare quella del decennio d’oro, gli Anni Settanta. Sono stampe a contatto, le prime, quelle che vediamo ora a Rivoli, insieme a maquette e testi, e note a margine, e tagli prospettici indicati sulle stampe. Tutto un lavoro minuzioso, centellinato, eminentemente progettuale sul paesaggio.

Luigi Ghirri - Grizzana - 1989-90 - serie Atelier Morandi - project print - 8 x 10 cm - courtesy Fondo di Luigi Ghirri

E qui si aprono altre vie da studiare e ristudiare: natura e cultura, e l’impatto dell’uomo, già solo col suo sguardo, con la sua visione, con la fisiologica limitatezza del suo angolo visuale.

Marco Enrico Giacomelli

Rivoli // fino all’11 marzo 2012
Le scatole viventi – The Living Boxes
La temperatura mentale della fotografia
a cura di Andrea Bellini
Luigi Ghirri – Project Prints
a cura di Elena Re
CASTELLO DI RIVOLI
Piazza Mafalda di Savoia
0119565222
[email protected]
www.castellodirivoli.org

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • ma perché

    maaaaaaaaalinconia perenne, futuro incerto, felicità a momenti? sempre meno.
    madoooonnna, ma quando la finiremo di innalzare la provincia a passato ideale. ma di che? dove si va di giallo in giallo? tra le colline e i polli? magari.
    ma abbiamo anche qualcosa di meglio, diomio.

    • Caro ma perché,
      storicamente e geograficamente l’Italia è esattamente una “federazione” di province. Nel bene e nel male. Nel passato e nel presente, e credo anche in futuro.
      Chi ne ha preso atto in maniera creativa e proattiva ha fatto grandi cose (penso all’enograstronomia, ad esempio). Adesso si chiama “glocal”.
      Marco Enrico

      • ma perché

        glocal è proprio il giocattolone che piace al progressista che si sente ‘impegnato’.
        E’ una parola vuota e ipocrita, non ha il fascino dell’ossimoro e nasce da una mente avvilita dalla cultura pubblicitaria anglosassone sempre alla ricerca di parole corte e pregnanti. Quel che dicevo a proposito del culto Ghirriano e della condanna alla provincialità è anche in questi timidi upgrade. Si continua osservando il dito che indica la luna. E’ un inutilissimo suicidio.

  • “ma che sorpresa pure i lavori di Ettore Sottsass”… spero che sia solo un’infelice battuta!! Per sorprendersi di Sottsass fotografo bisogna essere un po’ “debolucci” sull’argomento … o forse solo troppo giovani per ricordare!

    • Non è una battuta, è proprio una sorpresa: non il Sottsass fotografo, ma la collocazione di quei lavori in una mostra così “tecnica” sulla fotografia.
      Tenga conto che Ghirri non lo conosceva nessuno fino a pochi anni fa, e lo dicono i suoi parenti, Minini, il suo stampatore. Figuriamoci le fotografie di Sottsass.
      Cerchiamo di non credere sempre che le nostre competenze, assai di nicchia, siano patrimonio condiviso. Ché se lo pensassero pure gli oncologi o gli ingegneri strutturali saremmo fritti. Per questo credo sia importante la divulgazione, quella fatta bene, o che almeno ci prova.

      PS: Fortunatamente esistono anche i libri e affini per apprendere, e non solo la partecipazione diretta agli eventi. Altrimenti su Napoleone e Aristotele saremmo tutti “debolucci”. Per non dire dei nostri cari anziani, che tendono a scordare pur avendo visto e scrivono appunti ovunque: post-it, commentari, agende…

      • scusa ma allora la frase corretta avrebbe dovuto essere “e che sorpresa trovare i lavori di Etttore Sottssass in questo contesto”. Comunque, la mia e’, probabilmente, come tu dici, una “competenza di nicchia” ed in effetti Ghiri lo conoscevo molto bene già negli anni 70, quando non era certo noto al grande pubblico e neppure ai galleristi.
        L’ultima parte, sulla quale fai della facile ironia, era una semplice constatazione e non cosi’ banale: ovviamente non abbiamo più la fortuna di avere contemporanei di Aristotele o di Napoleone da interrogare ma forse sarebbe il caso che consultassimo, fino a tanto che abbiamo ancora il bene di averli tra noi, i contemporanei dei grandi movimenti della seconda meta’ del secolo scorso e di un epoca d’oro della fotografia Italiana (Circolo Fotografico Milanese, Gruppo Pirelli, La Gondola, l’Unione Fotografica, solo per parlare di Milano e dintorni) e non temere per la capacita’ mnemonica dei cari anziani, neppure di quelli che scrivono sui commentari (fin che ne hanno voglia… poi vediamo anche i commentari che fine faranno) : loro fin qui ci sono arrivati la memoria e’ ottima e la voglia di fare ancora quella, perché sono cresciuti in un’epoca in cui il “mammismo” era sconosciuto (a vent’anni si era tutti fuori di casa, piuttosto a far la fame, altrimenti ci si considerava dei falliti) e, pure, sono proprio loro i grandi finanziatori della Genitori-Nonni-Foundation … non ti preoccupare, ti dicevo, loro fin qui ci sono arrivati … ora tocca voi, che siete cosi’ bravi, a farci vedere che sapete fare…

    • Allberto

      anche per me quei lavori sono stati una sorpresa.. Come gli altri. Grazie ai curatori

  • ma perché

    Come vedii, caro Marco Enrico Giacomelli, non tutti sono così amanti del ‘glocal’ o del rapporto tra fotografia e enograstronomia e megaprovincia,
    Fare divulgazione non significa appiattirsi rasoterra o giocare per forza al ribasso.
    Chi ha ancora voglia di leggere tre righe spesso ha anche qualcosa in testa e se vede il vuoto, reagisce.

    • lady

      secondo me qui qualcuno pecca di superficialità, cosa significa vedere il vuoto relativamente a questa mostra? Cosa significa peccare di provincialismo in questo caso? Questo fotografo non ha nulla di provinciale, è stato coerente, profondo, innovativo. Ha saputo vedere e definire immagini che pochissimi avrebbero considerato
      stralci di una realtà accettabile, e che lui invece ha determinato in una grandezza metafisica di incomparabile apertura mentale.
      Il vuoto è nella mente di chi ha bisogno di un contesto glamour per scoprire la profondità, comprati un biglietto per new york e poi vediamo il livello al quale puoi arrivare tu, caro signor ma perchè.

      • ma perché

        lady,
        la mia è una critica al culto italiano della provincia, al ripiegamento a oltranza sulle nostre care vecchie cose. E’ di questo che mi lamento, e non certo per invidia della provincia americana. ‘Provincia’, proprio come ‘glocal’ è uno stato mentale reazionario, compiaciuto della propria ottusità, è il sottobosco che si vuole salvare quando si intuisce di non avere più un futuro. E’ una condizione occidentale, non certo legata a questo o a un altro paese. Se si comincia a guardare con il magone le foto sul frigo è veramente un brutto segno. E mondo Instagram lo sa benissimo. Quello è il Ghirri che è rimasto nella cultura contemporanea. Teniamone conto.

        • A me piacerebbe tanto capire che cosa ci trovi di “provinciale” in Ghirri. Ghirri è provinciale? Allora anche la Scuola di Düsseldorf è provinciale. Di questo passo lo sono Sironi e Hopper, e Morandi? Terribilmente provinciale …giusto da istamatic!!!

        • lady

          Avevo intuito che il tuo punto di vista fosse molto limitato “agli oggetti”, a quello che viene rappresentato e che nulla ha a che fare con la poetica di Ghirri, la sua tensione è sempre stata protesa nel superare ogni confine prestabilito ritagliando
          il banale e cercando di farlo diventare universale.
          A volte diventa poesia, a volte paradigma dell’assoluto, in una rara percezione dell’infinito.
          Non c’è un ripiegarsi ma piuttosto un cristallizzare e purificare la forma, non malinconia ma purezza, non magone ma lucidità.
          cari saluti
          b

  • Silva a.

    Bellini si accontenta di poco.

    • lady

      forse in merito alle cravatte :o)…
      per quanto riguarda le mostre tutto il contrario!

  • massimo minini

    >
    > Non siamo tutti pittori. Possiamo al contrario dire che siamo tutti fotografi: chi non ha mai scattato fotografie? Ognuno di noi conosce qualcosa della fotografia. Certo, prima del digitale e delle macchine automatiche bisognava sapere qualcosa in più: diaframma, tempi, apertura, profondità di campo… La foto era una questione di tecnica all’ottanta per cento. Un po’ come dicono gli inglesi: “Art is 20% inspiration and 80% perspiration”. Oggi invece basta un minimo impegno e l’immagine viene bene. Ci pensa Lei: la Macchina. Fino a poco fa la fotografia era in bianco e nero, pressappoco come la televisione. Bianco e nero significava serietà, impegno, ricerca, applicazione. Poi è arrivato il colore, laboratori automatici, veloci, perfetti per matrimoni, battesimi, lauree, addii al celibato. Anche per noi, fotografi della domenica, l’irrompere del colore è stato un punto di non ritorno. Più bello, più facile.
    > Erano i primi anni Settanta e Luigi Ghirri si trova il colore di traverso a sbarrargli la strada, ad indicargli una nuova strada. Basta neorealismo, tabarri, pecore. Da geometra misurava, disegnava, costruiva, ed usava la macchina per lavoro. Immagino che per terminare il rullino delle mitiche 36 pose scattasse le ultime per il proprio piacere. Lui, come dire, è stato la prima vittima di se stesso. Avrà guardato i risultati di quegli scatti, li avrà studiati e man mano modificati, un occhio ai particolari, un altro ai paesaggi dell’Emilia, sotto casa. Nel frattempo noi continuavamo a fotografare i bambini, mare d’estate, neve d’inverno. Compleanni al ristorante. Nonni, figli, nipoti con le pupille rosse, fino a quando il digitale introdurrà un’apposita funzione per evitarle. E Ghirri avanti con prospettive centrali, canali, strada delle anime, portali in pietra nella nebbia, neve, l’Emilia di notte nelle feste.
    >
    > Un bel giorno ho inciampato nella sua fotografia, così familiare, pareva la mia. Eppure c’era qualcosa che non si capiva bene, qualcosa di più, sì, ma cosa? Non ve lo dico, in fondo per ognuno è una esperienza diversa, intima, personale, che può solo essere intuita. Non posso dirlo perchè certe situazioni non sono spiegabili a parole. Il fatto è che da quando ho creduto di “capire” Ghirri e il suo mondo, ho cambiato il mio modo di fotografare. Ho forse capito che quelle sue immagini così semplici racchiudevano un pensiero forte, erano costruite e non casuali, erano cercate, volute, fondavano un pensiero e lo dimostravano, come un teorema poetico.
    > Ho avuto una folgorazione simile guardando un giorno una mostra di Giorgio Morandi. Dapprima un po’ distratto, poi sempre più attratto da qualcosa di indefinibile, inspiegabile, invisibile, introvabile… Ma sì, eccola, eccole, l’ipnosi veniva dalla pennellata, continua, a ghirigori semplici e pacati. Mi son messo a seguire la traccia del pennello, per qualche istante ho provato uno stato di trance, di immedesimazione. Ero davanti alla tela, alla stessa distanza che Morandi occupava quando stava completandola, un po’ come “Giovane che guarda Lorenzo Lotto” la famosa opera di Giulio Paolini (il luogo occupato nel tempo e nello spazio…). Morandi sicuramente aveva un piccolo pennello piatto, carico, e lo trascinava su e giù, qua e là, a stendere il suo grigio nebbia con una punta di colore caldo.
    > Ecco, Ghirri sicuramente spostava la sua camera fino a trovare il taglio, l’inquadratura, l’esclusione e l’inclusione voluta, fino a far coincidere il suo pensiero con la realtà, a dimostrazione di un teorema poetico, di un assunto meditato, di una visione fattasi improvvisamente reale. E così, detto tra parentesi, guardando oggi tutte queste foto assieme, prima della mostra, una accanto all’altra in un grande blocco, cosa vedo, cosa credo di capire? Ma certo, sono i teatrini di Arturo Martini e di Fausto Melotti! Ogni immagine ha un primo piano e uno sfondato: una porta, una finestra, tendine in una intima cucina, una luce che viene da nord, la lezione di Vermeer… E così oggi anche io prima di scattare penso, fotografo solo certe cose, mai più al ristorante, niente mari o monti. A volte sì, ma sono mari diversi, mentali, niente vele bianche o nuvolette. A volte Etna o Stromboli, lontani triangoli angelici, geometrici.

  • Giovanna

    Che noia, le esibizioni ad ogni costo dei detrattori internettiani, questi compulsivi della tastiera dalla smania di dire la propria sempre e comunque.
    Non apprezzate il lavoro di Ghirri? Non apprezzate la scelta dei curatori della mostra? Ecco, non è così fondamentale che lo comunichiate al mondo, non avete apportato nulla ad un eventuale dibattito culturale esprimendovi in termini di “provincialismo, colline e polli”, se non la patetica banalità del vostro pensiero, che è davvero qualcosa di tragicamente provinciale.
    Saluti.

  • Lorenzo Marras

    A quanto parte il vezzo di dare del cornuto all’asino non conosce limiti neppure di fronte alla tastiera.
    Eggia’ perche’ un pensiero ( e se non è tale almeno cio’ che li si avvicina) non mi sembra che per forza di cosa debba essere espresso da un salotto o peggio da una Liana nella foresta.
    C è Internet come c è il bar o il vernissage di occasione o la rivista che non calcola nessuno o anche il salotto o il festival o terra terra carta e penna.
    Questo di aggettivare il prossimo come Internettiano , comportandosi come tale, a me mi fa cascare le braccia e non dico altro perche’ qui leggono le Signore e non sta bene fare brutte figure.

    • Giovanna

      Non facendo io parte dei compulsivi della tastiera, non aprirò con lei alcuna discussione in merito.
      Le scrivo solo queste poche righe per avvisarla che se “non sta bene fare brutte figure”, allora le conviene per i suoi prossimi interventi dare prima una ripassata all’ortografia e alla grammatica.
      E non per amore delle “Signore” che qui leggono, ma semplicemente per amore della lingua italiana.
      Saluti.

  • Lorenzo Marras

    Non c è due senza tre. Un classico.
    Non bastava indicare gli internettiani , si prendono le distanze anche dai compulsivi della tastiera;
    francamente non comprendo poi perche’ avrei commesso tutte quelle infrazioni alle regole grammaticali e del buon scrivere che mi vengono contestate, ho sempre infatti pensato che dietro ogni scritto (sia pure in forma di commento) esistesse innanzitutto necessita’ di espressione di cio’ che si pensa non sia giusto e non l’adorazione essenzialmente esteriore a norme imperative .
    Non vedo poi perche’ non scrivere correttamente (come asserisce la nostra anti tastiera) escluderebbe le buone maniere ; Penso che debbano (e non possano) coesistere insieme , anzi, una è condizione reciproca dell’altra.
    Per amore della Lingua Italiana io lo vedrei per amore della lingua in generale perche’ scrivere di LINGUA significa scrivere di un organismo vivente che si rinnova e si arrichisce attraverso una molteplicita’ di linguaggi che non vanno valutati solo esteriormente ma anche per i contenuti che alimentano.
    Ma la mia interlocutrice si sottrae dietro il merito.
    A ognuno il proprio rifugio.