Quello che “non” è l’oggetto

Il senso delle cose ritrovate nel mondo e strappate al flusso del quotidiano. Modellato al negativo sul cavo di ciò che queste “non” sono. Martin Soto Climent e la sua poesia degli oggetti, tra Napoli e Roma, fino a marzo.

Martin Soto Climent - Frame - 2012 - cornici, calze - photo Maurizio Esposito

Se il vuoto è pieno di memoria e archetipi, la suggestione riscrive ciò che la defunzionalizzazione nega. Collant, capelli, conchiglie, cornici, fotografie: ancora una volta, Martin Soto Climent (Città del messico, 1977) sostanzia la sua arte degli umori segreti assorbiti da componenti oggettuali, sottratte alla normale funzione per assumere un più profondo ruolo simbolico. Senza sforzo, nello spazio concettuale ed emotivo liberato dall’assenza di uso pratico, la paziente sottigliezza associativa di Climent forgia il nuovo significato, che si svela a una fruizione necessariamente progressiva e itinerante.
È l’intero spazio espositivo, difatti, a farsi espressione, confermando la non comune capacità dell’artista nell’interpretare il site specific. Nella sede napoletana, i corridoi che connotano la morfologia della galleria divengono cunicoli e labirinti in cui snodare un sistema venoso di nastri rossi attorno a pannelli-utero, per riflettere sulle caratteristiche di avvolgimento del femminile. I più organici ambienti romani divengono invece ideale teatro del contrasto tra maschile volontà restrittiva e morbida, ma non cedevole, resistenza.

Martin Soto Climent - Ligera Vigilia - 2012 - calza, scarpe, capelli - photo Maurizio Esposito

Ma la comunicazione stretta, quasi sconfinante in identificazione, tra spazio ospitante e messaggio in esso ospitato va oltre, in particolare nella tappa di Napoli: i pannelli rosati e color carne, infatti, sono proprio quelli che erano stati adoperati nei recenti lavori di ristrutturazione della galleria, lasciati nella tinta originaria e riconnotati come quinte di grembo e abbraccio fecondo di vita, dopo essere stati, non a caso, protagonisti di una simbolica ri-nascita del luogo. Così come uno dei pannelli fotografici – tutti composti dall’unione in un insieme organico di frammenti isolati – trasforma i soffitti ad arco della galleria in curvilinei segni modulari, astrattizzandoli e rendendoli irriconoscibili: archetipi universali di contenimento e intima protezione, in dialogo con l’attigua conchiglia adagiata sul pavimento.
Oltre la riflessione sui generi, la filosofia orientale e la sua bilanciata opposizione dei principi Yin e Yang sono dietro l’angolo, come conferma l’autore. E, non a caso, si rivelano appunto in una ricerca artistica che su assenze e vuoti di orientale ascendenza – non svuotati, ma pregni di potenzialità – costruisce la propria dinamica operativa.

Diana  Gianquitto

Napoli // fino al 25 marzo 2012
Martin Soto Climent – La Alcoba Doble
T293
Via dei Tribunali 293
081 295882
[email protected]
www.t293.it


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Diana Gianquitto
Sono un critico, curatore e docente d’arte contemporanea, ma prima di tutto sono un “addetto ai lavori” desideroso di trasmettere, a chi dentro questi “lavori” non è, la mia grande passione e gioia per tutto ciò che è creatività contemporanea. Collaboro stabilmente con Artribune dal suo nascere, dopo aver militato fino al 2011 in Exibart. Curo rassegne, incontri, mostre, corsi, workshops e seminari in collaborazione, tra gli altri, con il Pan – Palazzo delle Arti Napoli, il Forum Universale delle Culture 2010, la Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, l’Accademia di Belle Arti di Napoli, l’Università Parthenope e le gallerie Overfoto e Al Blu Di Prussia. Sono da anni ideatrice, curatrice e docente di corsi e laboratori di avvicinamento all’arte contemporanea in numerosi enti culturali, condotti secondo una metodica sperimentale da me ideata che sintetizzo sotto il label di CCrEAA - Comprensione CReativa e Empatico Ascolto dell'Arte e che mira a promuovere un ascolto empatico dell’arte allo scopo di una sua comprensione, comunicazione, divulgazione e veicolazione più profonda e incisiva. La mia ricerca è orientata in particolare verso le forme espressive legate alle tecnologie digitali, all’immateriale, alla luce e all'evanescenza, a un’evocazione di tipo organico, a una ricognizione olistica del senso antropico ed esistenziale capace di armonizzare indagine estetica, sensoriale, cognitiva, emotiva e relazionale. [ph: Giuliana Calomino (particolare)]
  • Sarebbe interessante trasferire quì il confronto rispetto al concetto di Valore e Prezzo.

    Ognuna di queste opere avrà un prezzo che immagino possa variare fra i 2500 Euro e i 7000 Euro??? Credo più o meno…

    Ma quale il valore percepito? L’investimento “gratta e vinci”? L’avere in casa qualcosa di eccentrico che arreda con brio e creatività? Ma se il compratore desse la metà del Prezzo (3500 Euro) ad un giovane abile appena uscito dall’accademia non potrebbe avere una replica perfetta dell’opera? O cii interessa il certificato di autenticità legato al curriculum dell’artista in questione…??? Ma ormai su questo piano ci sono decine e decine di artisti internazionali, si tratta di manierismo attento e curato….quindi?? O il compratore è una specie di mecenate che compra per aiutare un determinato tipo di arte?

    Il valore sta su una riflessione rispetto al feticcio? Ma non sarebbe un po’ contraddittorio proporre feticci per parlare del feticcio? O forse si vuole proprio questo? Ma sembra veramente banale e facile no?

    Forse bisogna sapere le informazioni in più che ci suggerisce il comunicato stampa e che nell’articolo vengono riportate pedissequamente. L’artista usa i pannelli usati per ristrutturare la galleria, lasciamo perdere lo ying e lo yang per favore. Ma poi entra in galleria con calze da donna, scarpe, e foto che posiziona in modo bizzarro. Ancora il feticcio, l’arte come feticcio…siamo ancora lì???? Per non parlare del fatto che probabilmente si copia da cose già viste, su codici extra abusati:

    Spaventosamente simile a quello che l’artista afroamericana Senga Nengudi faceva negli anni 70:

    csindy.com/imager/from-nengudis-1975-1980-prolific-period/b/big/1654589/c4ad/1

    E non solo:

    artknowledgenews.com/21_08_2011_22_12_58_contemporary_photographic_art_from_iceland_at_frankfurts_kunstverein.html

    francescaantonacci.com/esposizioni/espDrei/ragazzo.htm

    beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Menu-Utility/Immagine/index.html_644918643.html

    [email protected]/sets/72157626766552008/

  • rupert

    io adoro il manierismo
    per me Rosso Fiorentino, Pontormo & co. sono i più grandi pittori della storia

  • Ok, certo se sviluppi quell’unica perizia, quella meravigliosa cura di rosso fiorentino e Co; ma in questo caso chiunque con quattro cornici della nonna e 5 paia di calze può riprodurre quell’installazione….quindi che senso ha vendere quelle opere a caro prezzo? Solo per problemi di status del collezionista??? Ma allora facciamo trovare al collezionista un analista o uno psicologo in galleria…..non so..

  • Lorenzo Marras

    Prima di fare qualsiasi discussione inerente il valore, è necessario considerare a quale tipo di mercato noi intendiamo riferirci.
    E questa è una premessa obbligata perche’ i mercati relativi ai “””prodotti”””” del settore Arte sono diversi non solo per profilo artistico ma anche per tipo di acquirente e oggi, molto piu’ che in passato per area geografica. C è tutto il mercato dell’estremo oriente che ha una capacita’ di spesa che è in continua crescita.
    Il mercato a cui allude Luca, mi pare di capire che sia locale e neppure efficacemente organizzato.
    Ed un mercato poco organizzato è una barriera straordinaria per coloro disposti a pagare cifre considerevoli ma non sufficentemente garantiti, riguardo il futuro trend della quotazione a cui condizionerebbero gli investimenti in arte.
    In sostanza piu’ basso è l’investimento è piu’ sara’ alto il rischio che in futuro cio’ che compro risenta nella quotazione.
    E’ come nelle borse valori , ci sono le primedonne e le matricole. Queste ultime sono molto speculative… in ingresso ..pompate da notizie (spesso anche esagerate) sui trend futuri di sviluppo , novita’ del prodotto, liquidita’ degli investitori e via dicendo… hanno via via quotazioni sempre piu’ alte…fino a quando arrivano al retail e si sgonfiano con il cerino che rimane all’ultimo allocco che ha acquistato.
    Sono tante le variabili da prendere in seria considerazione e sicuramente il mercato piu’ maturo è quello ALTO e consolidato perche’ difficilmente a quell’altezza si fa trading, essendo uno status avere certi profili di artista.

    Soddisfatto Luca?

    • @Marras: non hai studiato, sono dieci giorni che vado dicendo che il PREZZO sta nell’opera ma il VALORE non sta nell’opera ma nella modalità da cui discende l’opera. Anche il Valore di un Jeff Koons (che propone feticci extra pop ecc ecc) sta nella modalità da cui discende l’opera. Per modalità intendo l’atteggiamento, il processo, una certa visione delle cose.

      Il discorso sul Prezzo è assolutamente banale, e rischia solo di vedere prezzi gonfiati arbitrariamente. Situazioni non diverse del sale di Wanna Marchi che veniva venduto per migliaia di euro. Una sorta di caso P-ART-MALAT dove i collezionisti a differenza dei risparmiatori (che vedono sfumare i risparmi di una vita) non protestano per non perdere in status e per paura di non poter più rivendere la loro opera-bidone.

      Quindi il gioco dei galleristi è “prendi i soldi e scappa” (nessuno ti verrà ad infamare per un Chiasera o un Martin Soto Climent…anche perchè così facendo i collezionisti andrebbero a rendersi RIDICOLI, e quindi tacciono…). Questo atteggiamento fa guadagnare un poco sul breve periodo ma semina instabilità e sale per il lungo periodo.

  • Lorenzo Marras

    Mai studiato Luca. E dico la verita’.
    Non l ho fatto per molteplici ragioni non solo per una questione di pigrizia nuda e cruda; ma parliamo d’altro, ovvero discorriamo di cio’ che secondo me tu non hai compreso intorno alla mia arida (lo riconosco ma tant’ e’) descrizione di cio’ che è comunque necessario premettere affinche’ per una volta, tra noi, si possa fare i conti.
    E pensavo che comunque tu fossi stato piu’ attento perche’, l ho scritto come esordio ….PRIMA di fare qualsiasi discussione….è necessario fare……….ecc ecc ecc .
    Intendendo con cio’ tracciare una precisa linea di confine tra cio’ che : si pensa- si fa – e si rende visibile e, e Luca, quello che poi si mette in moto affinche’ questo, si trasmetta, si scambi eccettera ..con il prezzo (beninteso) ma non solo.
    Eppero’ tu, Luca, io non so come dirtelo quando leggi cose degli altri sei piu’ interessato a te stesso… te inteso come tua bella teoria dove tutto si trova ordinato e bello che pronto.
    Si insomma sei interessato ad una cosa esatta, come quando si chiede: se facciamo due piu’ due che risultato otteniamo ? cinque! e tu li, SBAGLIATO!
    eppoi ad aggiungere : visto che non sai contare?!?!
    La cosa che poi è oltremodo divertente è quando poi vai alla carica nello stabilire , NO il valore non è nell’opera ma in cio’ da cui discende la stessa, che sempre per restare in ambito scolastico elementare , si diceva se non è zucca è panbagnato. Amenoche’..amenoche’ tu poi non ti interroghi veramente sul perche’ il valore risiede in cio’ che affermi, nel senso piu’ estensivo su CHI O piu’ di CHI fissa questo, perche’ poi possa avvenire tutto cio’ che ho descritto con la mia che tu hai fatto finta di leggere.

    Non aggiungo altro su galleristi e non solo (tu menzioni con assiduita’ anche i collezionisti) perche’ di costoro dai sempre delle rappresentazioni astratte, si teoriche che non corrispondono ad una sottostante situazione che è molto piu’ variegata e molteplice e visto, anche il tuo rapportarti con Minini, mi fai capire che non è poi distante tra il comportamento di un tifoso della Ferrari che cerca di parlare di macchine con Montezemolo.
    ciao Luca.

  • carlo

    io credo che noi valutiamo il prezzo di una cosa in relazione al valore che le attribuiamo, per stabilire il valore di qualcosa usiamo tutti gli strumenti che sono a nostra disposizione, il valore sarà soggettivo, il prezzo sarà ancor più soggettivo perchè stabilito anche in relazione alla propria capacità di spesa (sia se si voglia acquistare oppure no).

  • Vedo che il problema valore/prezzo continua a rispuntare e far parlare di se’.
    Cristiana Curti, ci invitava, in altro commentario, a tentar di “unificare i termini” e credo abbia profondamente ragione. Non credo di essere all’altezza di un simile compito. Quello che, invece posso fare, in quest’ottica, e’ porre alcune domande che vorrei rivolgere in particolare a Luca Rossi :
    – una copia quasi perfetta di un Rolex o di un Panerai costa al più due o tre biglietti da cento euro. Perché la gente continua a comperare dei Rolex e dei Panerai “autentici” spendendo 10/20 volte tanto ?
    – una buona copia di Ulysses di James Joyce costa 20/30 euro in libreria e 4/5 su una bancarella dell’usato. Perché ci sono persone che per acquistare una copia della prima edizione sono disposti a spendere centinaia, a volte migliaia di euro?
    – ci sono investitori che acquistano prevalentemente “blue chips”, ce ne sono altri che acquistano prevalentemente “new entries”, ce ne sono altri che sono prevalentemente orientati al “reddito fisso” ed altri ancora che operano solo nel mercato dei “derivates” : quale di queste categorie fa la scelta “giusta”? E gli altri? Tutti pazzi insensati?