Duffy: dalla moda alla cenere (and the way back)

Il mito del fotografo “who shots the 60s” si ravviva al MNAF, con la personale curata dal figlio e inserita nel programma di Pitti Immagine. Da un archivio pressoché distrutto, un omaggio alla fotografia di moda, e d’autore. A Firenze, fino al 25 marzo.

Benson & Hedges, Birdcage, 1977 © Duffy Archive

Mentre Pitti Immagine rivestiva e addobbava la Firenze del nuovo anno, il Museo Alinari contribuiva all’opera, scegliendo una preziosa operazione di recupero.
È Brian Duffy (Londra, 1933-2010) il fotografo “recuperato” dal MNAF, attraverso l’intervento del figlio Chris, curatore della mostra. Perché Duffy, oltre a essere divenuto celebre per scatti che hanno fatto il giro del mondo, contribuendo a definire un nuovo gusto – se non proprio una nuova teoria – per la fotografia di moda, è anche conosciuto per una scelta tanto assurda quanto decisiva: il rogo di tutte le sue pellicole, tentato nel giardino di casa dopo che la sua segretaria – riporta Chris – lo aveva informato “che la carta igienica era finita”. Ma a parte queste amenità (che pur magnetizzano buona parte dell’interesse della critica), l’opera di Duffy merita attenzione per i suoi valori intrinseci.
Nella sua pur lunga vita, la produzione fotografica coprì un solo ventennio (da metà Anni Cinquanta al 1979): fallito il tentativo di bruciare i negativi, Duffy si dedicò, praticamente fino alla morte, all’attività di restauratore di mobili antichi. La parabola di questo “talento anarchico” (nella definizione di Philippe Garner) procedette così attraverso scelte radicali, all’apparenza squilibrate, ma che bene riflettono il suo approccio “dinamico” alla fotografia: dinamica dei corpi e degli oggetti (da un foglio di giornale svolazzante fino alla splendida Jane Birkin sospesa in un balzo a mezz’aria); dinamica dell’umano colloquio con i propri modelli (e Michael Caine si mette a suo agio, sigaretta in mano).

Jane Birkin, 1965 © Duffy Archive

La necessità di essere sempre un passo avanti rispetto ai tempi guidò Duffy in una inesausta indagine stilistica, accompagnata certo dal successo e dalla popolarità (celebre la collaborazione con David Bowie o la doppia chiamata per il calendario Pirelli). Questo costante senso di insoddisfazione emerge limpido nell’evolversi della sua ricerca che, lasciata gradualmente la “dinamica”, si spostò sempre più in direzione della metafisica, pur con la consueta e corrosiva ironia.
La drastica divisione degli spazi espositivi permette in parte di ricostruire questo percorso: e decisamente “in minore” appare così la produzione a colori, isolata nelle ultime due salette. Parrebbe una coincidenza, ma che obbliga a riflettere, specie quando si nota come la scelta del colore abbia paradossalmente raffreddato la sua fotografia. E l’algido clima di Aladdin Sane è riscaldato forse soltanto dalla scandalosa Amanda Lear.

Simone Rebora

Firenze // fino al 25 marzo 2012
Brian Duffy: the photographic genius
a cura di Chris Duffy
MNAF
Piazza Santa Maria Novella 14a/r
055 216310
[email protected]
www.alinari.it/it/museo.asp


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Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.