Chi se ne importa se son donne

Una mostra con grandi opere e grandi nomi. Ma con un concept che, invece di valorizzare l’evento, lo sminuisce. Succede alla Fondazione Remotti di Camogli, dove le questioni di genere sono protagoniste fino al 18 marzo.

Vanessa Beecroft - Untitled - 1997 - courtesy Fondazione Pier Luigi e Natalina Remotti, Camogli

Nella mostra Donne Donne Donne sono esposte una trentina di artiste della collezione che Pier Luigi e Natalina Remotti hanno raccolto nella loro lunga e coerente attività. Le opere, per l’importanza dei nomi e per la loro qualità, rendono questa collezione una delle più complete e ricche del panorama italiano; uno sguardo intelligente che offre uno spaccato dell’arte internazionale.
Peccato dunque che nel comunicato stampa, a proposito di questa mostra, si parli di “immagini e problemi dell’incontro sessuale”, del “tema del corpo”, di “identità femminile”: quello che trasmette la rassegna, al di fuori di ogni cliché, è la potenza del lavoro di una serie di artisti. Che poi si tratti di artiste donne, è un dato incidentale. Prima di essere donne, infatti, le artiste presentate sono individui determinati a dire la loro, nonostante i luoghi comuni che – sia dalla parte di certo femminismo che dal punto di vista maschile – li vorrebbero inquadrare in modelli precostruiti, dalla strega sgraziata alla regina del focolare.
Sono artisti che osservano il mondo attraverso uno sguardo al tempo stesso disincantato e romantico, esteticamente ammaliante, fatto di forme e colori che, se letti con la giusta angolazione, disegnano una realtà che sa essere poetica anche quando diventa crudele.

Nathalie Djurberg - The Secret Handshake - 2006 - courtesy Fondazione Pier Luigi e Natalina Remotti, Camogli

Certo in molti casi ritraggono donne, ne colgono l’essenza, ne indagano una sensibilità che alle volte assume le sembianze delle modelle – anche troppo – perfette di Vanessa Beecroft, altre la seducente decadenza delle foto di Nan Goldin. Diventano manichini ridicolizzati e tristi in Janieta Eyre, e poi forme aspre e tirate delle bambole sessuomani, e molto poco femminili, di Nathalie Djurberg.
L’identità di Shirin Neshat prescinde dal suo sesso: sotto il burqa potrebbe esserci chiunque, tanto l’espressione si manifesta attraverso lo scatto e i disegni sul corpo del figlio. Non è un corpo femminile, ma semplicemente un corpo inteso come campo di battaglia sul quale le ferite inflitte dalla vita di ogni essere umano lasciano tracce indelebili, magari a forma di stella, come nello scatto di Marina Abramović, o con graffi indecifrabili, come in Gina Pane.
L’assenza della figura può anche lasciare il posto, come nell’installazione presentata a La Fenice di Venezia, alla voce dell’artista Kimsooja che anche non essendo fisicamente nell’immagine fotografica sa inondarla della sua presenza.

Nan Goldin - Trixie On The Ladder - NYC, 1979 - courtesy Fondazione Pier Luigi e Natalina Remotti, Camogli

La Fondazione Remotti si conferma dunque come il centro più interessante per l’arte contemporanea in Liguria. Malgrado non sia semplice arrivarci e resti aperto solo il sabato e la domenica pomeriggio…

Alice Cammisuli

Camogli // fino al 18 marzo 2012
Donne Donne Donne
a cura di Francesca Pasini
FONDAZIONE REMOTTI
Via Castagneto 520185 772137
[email protected]
www.fondazioneremotti.it

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Alice Cammisuli
Alice Cammisuli è nata a Genova nel 1981. Dopo la laurea in Storia dell’Arte conseguita presso l’Università di Genova, si è specializzata in Organizzazione e Comunicazione per l’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano. Ha scritto testo critici, recensioni e collaborato all’organizzazione di mostre in Gallerie d’Arte e Musei con particolare attenzione al rapporto tra le arti visive e la musica. Come Ufficio Stampa ha seguito eventi artistici in tutta Italia.
  • katia ricci

    Non sono affatto d’accordo con quanto scrive Alice Cammisuli: non esiste l’artista neutro, esistono individui di genere femminile o maschile, che nella unicità e singolarità del proprio essere(ripeto maschile o femminile) esprimono il modo di rapportarsi al mondo, la propria visione estetica, che non può prescindere dall’essere uomo o donna. Non prescinde neanche se ci si lascia vincere dalla tentazione del neutro, come fa Cammisuli. Quando guardo l’opera di un artista, io donna sono in dialogo, attraverso l’opera, con l’uomo o la donna che l’ha realizzata. Altro è mettere insieme le artiste come fossero una categoria, un genere appunto. Per questo non apprezzai la mostra di qualche anno fa a Palazzo Reale di Milano, dove furono presentate tante artiste dal Rinascimento a oggi, decontestualizzate, con un’opera ciascuna e messe insieme come una categoria. A Camogli, invece, c’è un altro taglio, vengono poste delle questioni. katia Ricci

    • …non mi pare che nell’articolo si ipotizzi “l’artista neutro”, mi pare, piuttosto che si dia preminenza all’essere “artista” sull’essere di genere femminile o maschile e sarebbe forse giunto il tempo di abbandonare queste ridicole “categorizzazioni” (…. a quando anche il superamento tra l’altra distinzione imperante “giovane/vecchio” ?) .
      Tu scrivi: “esistono individui di genere femminile o maschile, che nella unicità e singolarità del proprio essere (ripeto maschile o femminile) esprimono il modo di rapportarsi al mondo, la propria visione estetica, che non può prescindere dall’essere uomo o donna”
      ma, in realtà non e’ cosi’ : esistono, infatti, individui di genere maschile e femminile che sono rigorosamente “etero”, altri che sono rigorosamente “omo”, altri che sono indifferentemente etero ed omo nello stesso tempo… e poi, volendo, occorrerebbe ancora distinguere, in tutte tali singole categorie, l’influenza che la biologia e l’atteggiamento sessuale hanno avuto sullo sviluppo della personalità e quanta incidenza sulla sua “visione estetica”.
      Nella tua frase “nella unicità e singolarità del proprio essere (ripeto maschile o femminile) esprimono il modo di rapportarsi al mondo, la propria visione estetica, che non può prescindere dall’essere uomo o donna” alle parole “uomo” “donna” possono benissimo essere sostituite infinite altre “alternative” (anche estremamente generiche come : abile – disabile : credente – ateo ; giovane – vecchio ; bianco – nero ; ecc. ecc e poi tutte le possibili sub-coniugazioni con quelle basate sul genere ed il comportamento sessuale ecc. ecc.) e la frase continuerebbe ad avere, apparentemente, un senso…. apparentemente perché, in realtà, essa esprime una pura ovvietà : e’ chiaro che la “visione estetica” (e, molto più’ importante di essa, l’elaborazione concettuale) di un artista (ma anche di un critico, di uno spettatore e di chicchessia) e’ influenzata (ed in parte determinata) dalle peculiarità che contraddistinguono il suo essere di cui la possibile alternativa “uomo/donna” e’ solo una, non necessariamente la più importante, certamente non l’unica.

      • …mi scuso, leggi : (…. a quando anche il superamento dell’altra distinzione imperante “giovane/vecchio” ?) .

  • babajaga

    la lettura data dall’articolo è errata.
    La mostra di Camogli indaga esattamente quello che è indicato su comunicati ed expo: una ricerca di donne che trattano questioni di donne che certamente sono di individui, e quindi collettive, ma acquistano senso, forza e rilevanza proprio perché profondamente e personalmente vissute: quindi da donne. E’ gravemente superficiale voler forzare in uno schema “neutro” la ricerca di artiste che hanno fatto del contrario (cioè della non neutralità) l’essenza della loro poetica. “L’identità di Shirin Neshat prescinde dal suo sesso: sotto il burqa potrebbe esserci chiunque” non è assolutamente vero: la Neshat è la Neshat esattamente perché da donna indaga e rivela… Forse solo la Goldin è meno inquadrabile in questo ampio spettro, lavorando sulla micro-quotidianità border che interessa e coinvolge questioni, identità, vita femminili ma non solo…

    Si studi la Storia dell’Arte e della Fotografia per favore prima di pontificare… questa approssimazione fa male all’Arte e al suo mondo peggio di cattivi ministri e istituzioni deputate…

  • LUCA

    ho l impressione che lei non abbia visto la mostra.. e si arrampichi sugli specchi.
    la forza di questa mostra sta nell aver coniugato anche artiiste di diverse generazioni e non solo per “l importanza dei nomi” come lei scrive..
    in un luogo magico come è la fondazione remotti di camogli.

  • mariella

    Louise Bourgeois diceva: “Non esiste un’estetica femminista. Assolutamente no! Esiste un contenuto psicologico. Ma io lavoro in questo modo non perché sia una donna. È per via delle esperienze che ho vissuto”.
    Se l’intento della mostra è quello nobile di istituire una dialettica tra diversi temi e maniere, ben venga, altrimenti le etichette non fanno bene a nessuno.

    • Alice Cammisuli

      Grazie Mariella: quando ho visto la mostra nella splendida Fondazione Remotti, e ho avuto l’enorme piacere di parlare con la Signora Natalina (può verificare, se ne ha occasione, chi dubita che io la abbia vista e usa senza approfondire la generica parola “coniugato”) ho proprio pensato alle parole della Bourgeois.
      Luciano Gerini ha ragione a interpretare così il mio articolo.
      E certo, gentile babajaga, sono stati proprio gli anni passati a studiare la Storia dell’Arte (non è un caso se ho il piacere e l’onore di scrivere su questa importante testata) a rendermi scettica nei confronti delle facili categorizzazioni (uomo-donna/bianco-nero/giovane-vecchio…)

      A proposito della mostra voglio solo ribadire il mio profondo apprezzamento per il lavoro dei collezionisti, per l’elegante bellezza della location e per il fascino di ognuna delle singole opere.

      Felice, in ogni caso, di aver dato uno spunto di riflessione.
      (Mi scuso per il ritardo nella replica ma ero all’estero)

  • Maura

    Sono assolutamente d’accordo con quanto affermato nell’articolo: il vero discrimine non è il sesso o il colore della pelle o l’età o qualsiasi altra categoria generalizzante e stereotipa. Il vero discrimine è piuttosto “l’individuo”, con le sue pulsioni e la sua sensibilità.