Magritte. Surrealista a modo suo

Un Magritte dalla A alla Z irrompe all’Albertina di Vienna e si impone come grande maestro dell’enigma. L’arcano? “Esiste più di ciò che si sa”. Ma, per favore, non chiamatelo surrealista alla francese.

René Magritte - Le paysage de Baucis -1966 - Houston, The Menil Collection - photo Charly Herscovici, Bruxelles 2011

L’incontro con l’opera di René Magritte (Lessines, 1898 – Bruxelles, 1967), a Vienna, lo si assapora prima ancora di visitare la grande mostra a lui dedicata. Basta notare un manifesto promozionale, riproduzione ingigantita di un quadro in esposizione, che campeggia in alcuni luoghi di passaggio. Luoghi della vita reale e di routine quotidiana, contro un’immagine attraente che colpisce per la sua estraneità alla logica delle cose comuni, cifra tipica di questo artista belga. Uno sfondo azzurro cielo, un cappello a bombetta sospeso in aria, sotto di esso un busto maschile in giacca e cravatta e – enigma – una testa di uomo del tutto fuori posto, nettamente isolata dal (suo) copricapo e dal (suo) busto.
A seconda di come indirizziamo lo sguardo, si può decidere se dare più peso alla figura a cui manca l’elemento essenziale per raffigurare concretamente un uomo, o a quell’elemento isolato, decentrato, il quale, magari, aspira a una consona collocazione. Qualcuno – poniamo Žižek o un Lacan – potrebbe benissimo ipotizzare che sia proprio quel vuoto, tra bombetta e busto, il vero soggetto del quadro. Sul versante speculativo, ci si può chiedere se per caso l’artista voglia alludere al dualismo mente-corpo. Altrettanto legittimamente, si può congetturare che l’elemento umano più razionale e connotativo – testa/volto – si sia voluto alienare dal resto della propria identità. Altrimenti, potremmo supporre che lì vi è un insieme di oggetti imparentati l’uno all’altro solo dalla nostra immaginazione. Illusioni del pensiero e scommesse perse in partenza, poiché tutto è probabile e improbabile al tempo stesso. In fondo si tratta pur sempre di una affiche che rimanda a un quadro (Le Pèlerin), e in quanto pittura si configura come simulacro.

“Provate ad accenderla quella pipa”
, ribatteva sarcastico Magritte per mettere a tacere i molti commentatori che ritenevano semplicemente stravagante e poco attendibile il suo “brand” pittorico divenuto più celebre: Ceci n’est pas une pipe. Un capolavoro che scombina le convenzioni logiche riportando sulla tela una pipa e, sotto di essa, una didascalia che nega l’oggetto dato.  Elaborò l’opera nel 1928-29 con il titolo La trahison des images, replicandola nel corso degli anni senza variazioni iconografiche di rilievo, solo con titoli differenti.
È a partire dal 1926, complice la scoperta della pittura di de Chirico, che Magritte matura l’idea di arte come un “fare esperienza” con il linguaggio in un gioco continuo di visioni inattese, realistiche ma enigmatiche, che di volta in volta contraddicono il mondo esterno, decostruendo schemi associativi, trasformando le relazioni tra gli oggetti, separandoli e accostandoli a suo arbitrio, ritraendoli in stato di metamorfosi, alterando i rapporti di scala o i piani prospettici. Sostanzialmente, è lo stile accurato, da illustratore, a rendere efficace la sua pittura nella messa in opera di una dimensione arcana in cui, per esempio, si sovrappongono mimeticamente “realtà” e finzione, come esemplarmente in La condition humaine; o si fondono elementi in radicale antitesi, come l’oscurità e la luce, notte e giorno, vedi Empire des lumières.

René Magritte - La Durée poignardée - 1938 - The Art Institute of Chicago - photo Charly Herscovici, Bruxelles 2011

Dopo un primo approccio felice con André Breton, fondatore a Parigi nel ‘24 del Movimento Surrealista, tra i due si manifestano pochi margini d’intesa. Magritte, un “surrealista” a suo modo, è nettamente contrario a una interpretazione psicologica e simbolica dei suoi quadri; insiste e insisterà sempre nel non dare al suo lavoro una valenza connessa alla vita dell’inconscio.
La mostra all’Albertina Museum di Vienna – in collaborazione con la Tate di Liverpool – esplora in 150 opere, più numerosi altri materiali, l’intera vita artistica di Magritte, il quale da parte sua rimase coerente e fedele al suo paradigma estetico fino in fondo.

Franco Veremondi

Vienna // fino al 26 febbraio 2012
Magritte
a cura di Christoph Grunenberg, Darren Pih, Gisela Fischer
ALBERTINA MUSEUM
Albertinaplatz 1
+43 (0)1534830
[email protected]
www.albertina.at


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Franco Veremondi
Nato a Perugia, residente a Roma; da alcuni anni vive prevalentemente a Vienna. Ha studiato giurisprudenza, quindi filosofia con indirizzo estetico e ha poi conseguito un perfezionamento in Teoretica (filosofia del tempo) presso l’Università Roma Tre. È giornalista pubblicista dal 1994 occupandosi di arti visive, di architettura e di estetica dei nuovi media. Nell’ambito delle arti ha svolto periodicamente attività curatoriale e didattica. Collabora con quotidiani e riviste di area europea.
  • Arnaldo Romani Brizzi

    Ottimo servizio, ottima lettura. Complimenti.

  • assunta

    Non amo ,personalmente, i Surrealisti, ma Magritte e’ un surrealista irrazionale in cui mi rifletto e mi ci trovo fantasticamente!

  • Magritte è grandissimo compagno di viaggio per chiunque ricerchi, con qualunque linguaggio, un’estensione del perimetro mentale.