Magnifica ossessione: iconofilia veneziana

Ossessione per il dato visivo puro, per il potere dell’occhio, che scivola nell’estetismo puro (che è comunque una scelta) o, peggio, nella retorica (che invece non è una scelta). Appunti dalla collettiva di giovani artisti alla Bevilacqua La Masa di Venezia. Tra potenzialità e limiti, fino al 22 gennaio.

Fabio De Meo - C.L.I.R.I.S., celeste l'impero, roseo il sangue

Appuntamento fisso con la collettiva della Bevilacqua, una delle poche istituzioni che cerca di promuovere con costanza la giovine arte del Triveneto; ciò che emerge è un’urgenza per il dato visivo ed estetico; un’ossessione non sempre sana.
Le gallerie di San Marco si aprono con il video di Nicole Moserle, esaltazione del paradosso insito nel concetto di “natura morta”, il cui significato va ben oltre la semplice rappresentazione dell’inanimato. I quasi 16 minuti di ripresa fissa di un salice piangente scosso in modo quasi impercettibile indicano quella duplicità di cui parla Moserle; la base concettuale è solida, peccato che il sottotitolo citazionista privi il lavoro del potere del “non detto” che sembra voler suggerire.
Si continua con Valerio Nicolai, i cui lavori più interessanti presenti in mostra non sono le tele a tecnica mista, ma le più minute installazioni che, pur facendo leva su un tema non innovativo quale la memoria e la sua ricostruzione, presentano uno sviluppo inaspettato e un’ironia acuta. Luigi Leaci soffre profondamente la parzializzazione, anche se per ovvi motivi espositivi; è legittimo chiedersi perché un lavoro la cui potenza è data dall’accumulazione e anche paradossalmente dalla difficoltà fruitiva che ne consegue debba essere presentato in una forma talmente sintetica da risultare insufficiente e imparziale.
Più onestamente sintetico e coerente il lavoro di Giorgio Micco; il rapporto tra sfondo e soggetto è condotto in maniera sporca ma lucida, c’è da sperare che conservi questo disincanto.

Simone Rastelli - Senza titolo

Laura Pozzar è l’exemplum massimo di questa foga estetica: basta, un’artista deve essere riconoscibile solo dall’apostrofo, perché ci ostiniamo a vestire in rosa e quindi a ghettizzare anche la ricerca espressiva?
Chi conosce il cursus di Michele Spanghero capisce che l’opera presente in mostra è stata creata apposta per l’occasione Bevilacqua, adattando una poetica e una modalità operativa ben più complesse e sottili.
La ricostruzione del lavoro di Fabio De Meo rappresenta l’apoteosi di quell’ossessione per il dato estetico e irriflessivo: l’affastellamento di oggettini, chinoiserie, l’azione che vuole essere ribelle ma senza convinzione di scrivere sui muri è esattamente ciò che denuncia la didascalia, “la ricostruzione tramite apparato documentativo di un gioco”. Nulla più. L’insistenza per il dato visivo, ma anche la quasi totale mancanza di freschezza di una collettiva che, per definizione, ospita i lavori di giovani artisti, segnala forse una delle debolezze insite nel genoma della collettiva che, limitandosi a giovani artisti del Triveneto, pesca all’interno di un bacino di menti che, per età e per esperienza non può avere quella diversificazione e maturità che invece si potrebbe avere ampliando il raggio di ricerca.

E forse Angela Vettese ha ben chiara quest’aporia che mette a rischio la vita stessa dell’istituzione: “Se, con la sua esperienza, la Bevilacqua La Masa potesse riconvertirsi come un servizio al paese, potrebbe superare la propria marginalità e diventare un punto di raccordo… Questo genere di istituzione manca ancora. Prima o poi ci si dovrebbe pensare…”. Ha ragione. E speriamo non resti solo una frase su un catalogo.

Giulia De Monte

LEGGI ANCHE:
Visita agli atelier, 1
Visita agli atelier, 2

Venezia // fino al 22 gennaio 2012
95ma Collettiva Giovani Artisti
FONDAZIONE BEVILACQUA LA MASA
Piazza San Marco 71c
041 5237819
[email protected]
www.bevilacqualamasa.it

CONDIVIDI
Giulia De Monte
Classe 1986, studi in Storia dell’Arte Contemporanea, scorazza liberamente per tutta l’Italia, possibilmente anche per il mondo; gestisce il blog Arte Libera Tutti, che si occupa di documentare il lato B dell’arte contemporanea, fatto di associazioni, collettivi e gruppi informali, tra nuovi modelli curatoriali e fruitivi. Ha pubblicato una serie di articoli per AAA TAC, rivista edita dalla Fondazione Cini di Venezia. Dal 2010 collabora con la neonata Venice Design Week, evento collaterale alla Biennale che si occupa di promuovere e investigare le relazioni tra arte, design e artigianato.
  • g

    La Vettese, oltre ad essere presidentessa della giuria, è alla guida di quel posto da 9 anni e mezzo [http://nuovavenezia.gelocal.it/cronaca/2011/08/31/news/vettese-riconferma-silenziosa-1.1058661] ed è stata confermata per altri cinque anni.

    Come si fa a pretendere uno svecchiamento delle proposte quando chi guida una istituzione nata per supportare i giovani è guidata da una fin troppo navigata critica che siede nella sala dei bottoni di Venezia da tempo?

    Nino Barbantini divenne segretario di Ca’ Pesaro e “curatore” della collettiva nel 1907, quando aveva 23 anni, e promosse il lavoro di Rossi, Martini, Oppi e Casorati tutti suoi coetanei.

    • giulia de monte

      a mio parere, il problema non è la vettese o chi per lei. Il problema è la necessità – inutile e controproducente – di realizzare la collettiva, sempre e comunque, all’insegna del “questa collettiva s’ha ‘dda fare”. E a mio parere, la Vettese riflette molto su questo, specialmente in quel brano del catalogo che ho citato; se la Bevilacqua fosse il collettore di un organismo più ampio, sempre destinato ai giovani artisti, ma sull’intero territorio della penisola, allora si ci sarebbe una selezione vera. Però, lo ribadisco, se la qualità non c’è, la scelta più coerente non è certo quella di fare “comunque” la collettiva.

      • g

        Non mi piace il tuo ragionamento: sostieni le ragioni di chi ha le mani sulla gestione di molte cose relative all’arte a Venezia e chiede di espandere il bacino a cui si rivolge la collettiva proprio perché nell’ambiente egemonizzato da lei stessa non esce niente di più interessante di questo. La colpa non può essere della manifestazione, che di sicuro merita di essere portata avanti a prescindere da chi viene premiato, ma del contesto.

        La mostra ha ospitato grandi artisti nel passato, proprio evidenziandosi come alternativa alla Biennale, e il ricordo di questa dimensione, interrotta dalla guerra, è già uno stimolo a tentare di fare sempre meglio. Come detto, quel contesto si creò grazie alla presenza di ragazzi giovanissimi che facevano e organizzavano da sé.

        Forse una città in cui non esiste nient’altro che il turismo non è più un luogo adatto per lo sviluppo di nuove idee sul mondo contemporaneo e la mostra lo potrebbe mettere in evidenza. (Te lo dico perché ci vivo per motivi di studio).

  • Paolo

    Ho visto la mostra settimana scorsa, e mi pare che l’articolo sia vittima di qualche semplificazione.
    Cara Del Monte, perché l’opera a ricamo della Pozzar (di cui lei parla con una sintassi oscura) è vittima di una foga estetica? E in base a cosa si capisce che quella di Spanghero è stata fatta per l’occasione?
    Grazie.
    P.

    • giulia de monte

      Ciao Paolo,
      ti rispondo ben volentieri. L’articolo cerca di dare il ritratto di una collettiva composta da 20 artisti, la maggior parte dei quali alla prima esposizione, ma necessariamente, per motivi editoriali, non si può fare un saggio; bisogna quindi cercare di mettere d’accordo due elementi, vale a dire una critica motivata con quella che si può chiamare la “giusta lunghezza” per qualcosa che è comunque un articolo di giornale. La prima versione dell’articolo arrivava ai 10.000 caratteri che ovviamente, la redazione mi ha detto di accorciare: sono quindi arrivata a circa 3.500. Il motivo è molto semplice: una lunghezza eccessiva, specie su web, porta l’articolo a non essere letto.
      Per quanto riguarda il lavoro di Laura Pozzar, per spiegarmi ti riporto alcune parole del catalogo “(l’opera) è caratterizzata da una micronarrazione sottotraccia, in cui l’aspetto esecutivo dilatato racconta anche la sensibilità, la concentrazione e la pazienza del lavoro femminile. Come Penelope si difendeva dalle sgradite attenzione dei Proci..”; il testo critico giustamente evidenzia le tematiche che sono di base a quest’opera, vale a dire la tessitura, lavorio femminile, la pazienza, tutti declinati nella loro modalità più femminea e da gineceo”. Io contesto questo, vale a dire che un’artista donna debba fare leva sulla propria femminilità, per la sua ricerca artistica; a mio parere, è la riproposizione di tematiche che hanno fatto il loro tempo.
      Per quanto riguarda il lavoro di Spanghero, per chi lo conosce un po’ – io son fra questi fortunati -, può capire che una simile opera è stata creata appositamente per la BLM, vale a dire per un’occasione che prevedesse opere trasportabili: in Spanghero, opere come Topophonie prediligono molto più l’interazione suono-ambiente, portando il suono a privarsi di qualsiasi valenza estetizzante che invece, nel progetto presentato a Venezia, diventa forte, troppo forte, togliendo al suo lavoro quella forza non visiva che gli è invece peculiare.
      Piccola postilla: il mio cognome è De Monte, non Del Monte. :-)
      giulia

      • Cara De Monte , leggendo il suo articolo e le successive integrazioni attraverso i suoi commenti, ho avuto l’impressione (non la certezza eh) che con la stessa facilita’ con cui effettua la stroncatura delle motivazioni di alcuni lavori (dice:temi che hanno fatto il loro tempo) tende altresì ad “assolvere” la conduzione gestionale della Istituzione che “paraddosalmente”,le rende possibili.
        Sembra quasi, ma non ne sono sicuro perché è solo una fragile impressione che è come ci si trovasse al cospetto di quelle spiacevoli situazioni in cui si è “forti” con i “deboli” e invece simultaneamente “deboli” con altri “forti”.
        Ho altresì la vaga impressione che si giochi al massacro delle singole parti, presumo non significative ad esclusivo beneficio del TUTTO.
        Un tutto la cui direzione va sempre più resa evidente in quella, secondo me esaustiva locuzione, formulata da Luca Rossi, di IKEA evoluta.
        A mio avviso questo punto nelle arti visive diviene sempre più cruciale per potere avere un esauriente quadro dettagliato di questo tutto.

        • SAVINO MARSEGLIA

          In effetti caro Lorenzo, quest’ esposizione di giovani artisti (al di là delle buone intenzioni di chi l’ha organizzata) dà la solita idea di trovarsi nel solito salotto pulito, disinfettato e asettico dell’arte…in cui i giovani e bravi artisti, devono stare molti accorti a non introdurre opere infestate di pidocchi.

          Altrimenti, tutti gli organizzatori-curatori-guaritori, cominciano a grattarsi la testa. Perché è risaputo che questi fastidiosissimi animaletti riescono a trasmettere il prurito a tutti, in maniera capillare anche nei salotti più puliti.

          Immaginiamo un luogo pulito, invaso da pidocchi ? Ecco che inizia l’operazione critica…, che comunemente si chiama: disisifenstazione di un ambiente pulito.

          Ma in tutta questa storia cosa centrano le opere dei giovani artisti?

  • roberto

    cara giulia de monte,

    scusa la domanda, ma chi tra gli artisti di cui parli è alla prima esposizione..?
    è piuttosto improbabile che alla collettiva veneziana vengano anche solo considerate le proposte di chi non ha alcuna esperienza..
    poi i cv nei 90 e passa cataloghi dovrebbero dimostrarlo..

    • giulia de monte

      Cecilia Borettaz, leggo da cv, nel 2011 ha partecipato ad un workshop tenutosi allo Spazio Marcon. Con “prima esposizione” indico che essendo, appunto, giovani artisti, non possono essere considerati già arrivati; la maggior parte di loro hanno cominciato l’attività espositiva uno-due anni fa, e la collettiva alla BLM rappresenta una delle prime occasioni importanti.

      • roberto

        Certo, la collettiva non sarà la mostra definitiva, ma se si curiosa per benino nei cv dei partecipanti si scoprono tante tante cose..

        Però, una su venti è una buona media

  • La mostra persegue strade già battute e poco incidenti in relazione al presente. C’è una forte stereotipizzazione del linguaggio e della “mostra d’arte”. Questi giovani vengono lanciati nella guerra con armi scariche, forse bisognerebbe farlo presente.

    Forse lo IUAV ed altre scuole d’arte dovrebbero fare esame di coscienza per evitare di sfornare eserciti di disoccupati; quanto meno ci vorrebbe un ridefinizione delle accademie e delle scuole d’arte in italia ma non solo: anche le migliori scuole internazionali o master faticano. Il cinema, tornando ai De Serio, rimane un mezzo dove scaricare alcune buone intuizioni dell’arte contemporanea: la mostar e il museo sanno di morte e di cadavere.

    Poi vedi un mid career italiano come David Casini che sviluppa coerentemente una forma di IKEA EVOLUTA. Nel senso che le proposte dell’ikea vengono caricate formalmente e concettualmente in modo pretenzioso e spesso stucchevole-volgare:

    http://www.atpdiary.com/2012/01/coming-soon-david-casini-spazio-morris.html

    Ikea evoluta non è dispregiativo ma serve per dare CONSAPEVOLEZZA: non si capisce perchè un mobiletto da bagno ikea costa 69 euro e una proposta di casini (installata nel bagno della spazio morris) 10,000 Euro.

    lr
    http://www.whlr.blogspot.com

  • La mostra persegue strade già battute e poco incidenti in relazione al presente. C’è una forte stereotipizzazione del linguaggio e della “mostra d’arte”. Questi giovani vengono lanciati nella guerra con armi scariche, forse bisognerebbe farlo presente.

    Forse lo IUAV ed altre scuole d’arte dovrebbero fare esame di coscienza per evitare di sfornare eserciti di disoccupati; quanto meno ci vorrebbe un ridefinizione delle accademie e delle scuole d’arte in italia ma non solo: anche le migliori scuole internazionali o master faticano. Il cinema, tornando ai De Serio, rimane un mezzo dove scaricare alcune buone intuizioni dell’arte contemporanea: la mostar e il museo sanno di morte e di cadavere.

    Poi vedi un mid career italiano come David Casini che sviluppa coerentemente una forma di IKEA EVOLUTA. Nel senso che le proposte dell’ikea vengono caricate formalmente e concettualmente in modo pretenzioso e spesso stucchevole-volgare:

    http://www.atpdiary.com/2012/01/coming-soon-david-casini-spazio-morris.html

    Ikea evoluta non è dispregiativo ma serve per dare CONSAPEVOLEZZA: non si capisce perchè un mobiletto da bagno ikea costa 69 euro e una proposta di casini (installata nel bagno della spazio morris) 10,000 Euro.

    lr
    whlr.blogspot.com

    • Giovanni Bianco

      ‘in relazione al presente’ mi fa molto ridere; costa intende sig. Rossi?
      dall’alto del suo blog forse lei possiede anche il concetto del contemporaneo applicato al mondo dell’arte?

      e poi, devo ammettere che mi delude parecchio se, come il fortunatamente ex-ministro Sacconi, afferma che le università e accademie inerenti all’arte sfornano disoccupati.

      Certo è che alla collettiva si vedono sempre troppi lavori inutili e se ne salvano come al solito circa un paio.

      • Mauro

        Io sono lo zio di uno dei ragazzi e alla fine secondo me sono tutti abbastanza
        bravi. Dopo io non me ne intendo molto e la mostra non l’ho neanche vista dal vero perchè io lavoro un pò lontano e mi tocca svegliarmi presto la mattina, dopo tutto il giorno sono in giro e alla fine torno a casa che la mostra è già chiusa. Dopo ho scritto su internet di questa mostra che volevo vedere le foto poi ho visto che potevo scrivere anche qui allora volevo dire sta cosa. Che alla fine a me sembra bella insomma la mostra.
        Io vi dico così in confidenza, mio nipote fa un pò l’artisa per provare di tirar su due ragazzine alla fine non gliene frega niente, sono giovani insomma è normale.

  • Antonio Inoki

    Trovo che il commento di Mauro sia bello e divertente!

  • hm

    penso che sia il commento più pietoso che sia mai stato scritto DOPO su sto sito .

  • Antonio Inoki

    Ctedp che ol commento PRIMA siarglio di quell’altro

  • Antonio Inoki

    Meglio di quell’altro

  • J

    Non vedo cosa c’entrino i De Serio e Casini con questa mostra. Come sempre LR non fa altro che farsi pubblicità, il che corrisponde alla visibilità che questi giovani cercano. Nessuno vuole un nuovo Cristo. Nessuno vuole essere salvato. Anche la rivoluzione e la critica sono “strade già battute”.
    “Perché alimentare questo eterno pentimento, questa reazione a catena della cattiva coscienza?” (J.B.)

  • Il lascito di Felicita Bevilacqua era mirato ad aiutare, se non erro, artisti veneti. Poi la cosa si è allargata al triveneto. Penso che andare oltre voglia dire forse un po’ tradire quella volontà.
    La Fondazione Bevilacqua, oltre al lavoro molto buono che fa con gli studi, supplisce poi al fatto che non ci sia una galleria civica a Venezia e fa già progetti con artisti affermati, che sono in qualche modo extraistituzionali al suo mandato. Mi sembra difficile che possa fare di più con le dotazioni che ha.
    Piuttosto potrebbero cambiare le formule di coinvolgimento degli artisti per alcune mostre, la collettiva in particolare, optando per scelte più tematiche, ma non è così facile.
    E’ troppo facile criticare senza fare proposte.

    ***
    Un’osservazione personale a Giulia. Al di là del fatto che ho opinione diverse sul lavoro di Laura Pozzar (sul quale ho scritto nel catalogo), perché mai sarebbe sorpassato il fatto che “un’artista donna debba fare leva sulla propria femminilità per la sua ricerca artistica”? La Abramovic è sorpassata? La Bajevic è sorpassata? La Galindo è sorpassata? Certi lavori della Emin sono sorpassati?

    • Se una giovane scimmiotta alcune artiste consolidate (pure malamente) ha senso? O è una questione di ossessioni private e qundi tutto può andare? per me è possibile essere molto oggettivi.

      Penso che un giovane che si approcci oggi all’arte contemporanea (al di là di sfogare ossessioni private ed intimismi che conosce lui e suo zio) non può che lavorare radicalmente sul linguaggio; questo anche in modo reazionario e conservatore.

      Il problema è che il sistema formativo(IUAV, accademie, Brera, ecc) e selettivo (i curatori nostrani) è totalmente fuori dal tempo e dal presente e quindi spinge alla morte i giovani artisti che sembrano tronchetti sacrificali per la locomotiva del sistema: la fondazione BLM presieduta da nove anni da Angela Vettese (anche i nostri parlamentari tendono a fermarsi prima) ha bisogno di sempre nuovi giovani per giustificare finanziamenti, pubblicità, comuniczione, stipendi ecc ecc.

      Dovrebbero essere gli artisti a capire questo e svestire certi ruoli preconfezionati, ma spesso sono menefreghisti, narcisi, inutilmente romantici o interessati solo a mettersi in posa con gli amici e le amiche.

      lr

      http://www.whlr.blogspot.com

      • SAVINO MARSEGLIA (artista)

        L’arte è in mano al potere bancario.., alle prossime elezioni gli artisti voteranno con il bancomat !!!

      • Caro Luca,
        dia fai un esempio di 3/4 artisti che rinnovano il linguaggio e non hanno rapporti con quello che c’è prima di loro.
        Sul fatto che gli artisti siano dei figurati da Marta De Filippi pronti a mettersi in posa evidentemente è perché tu conosci solo quelli. Personalmente ne conosco decine che sono persone serie, responsabili e che tengono duro mangiano anche merda.
        Resto in attesa.

  • Paese che vai

    Una volta in un ristorante di cucina tipica Venexiana dove il cuoco era del bangladesh uno si è lamentato di un piatto di spaghetti alla busara e il cameriere gli ha risposto: a Venezia si fanno così. Il cliente non potè obiettare sarebbe dovuto partire il giorno dopo.

  • Michele Spanghero

    Per dare documentazione corretta del mio lavoro rispetto al video incorporato nella recensione, mi permetto di suggerire il link ad un video girato alla Fondazione Bevilacqua in cui il sonoro ambientale delle altre opere esposte non interferisce con il silenzio di “What You See Ain’t What You Get”.
    Michele Spanghero

    http://www.youtube.com/watch?v=djUfm6aVhf0

  • Ad Angela Vettese piace provocare (vedi il suo scritto nell’ultima collettiva BLM).
    Ma provocare non è poi così difficile: ecco un bel cagnolino per la Signora.
    
    Probabilmente l’avrete già visto. Un fotomontaggio con Vettese desnuda circola da tempo in internet. Ma, ora che l’immagine è stata pubblicata nel volume «Mapping history» di L.Panzeri, la Vettese (vestida) si mostra indignata e rilascia alcune risentite dichiarazioni al Corriere:

    http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2011/24-novembre-2011/compare-senza-veli-un-libro-vettese-si-ribella-fotomontaggio-1902291253293.shtml

    «Non ne sapevo nulla, nessuno mi ha chiesto niente. E soprattutto: non è una mia foto – è seccata, Angela Vettese – , si tratta di una foto presa da internet, è un fotomontaggio fatto da alcuni studenti, ma non è quello il punto. Non si fa così, con una foto del genere, che ha quasi del pornografico, mi aspettavo almeno di essere contattata. E poi trasmette un’ immagine che non mi piace, un simbolo sbagliato del corpo femminile».

    Ho delle difficoltà ad associare un tale pensiero moralistico-bacchettone ad una critica che nei suoi scritti si fa divulgatrice di immagni di facile ed estremo sensazionalismo, come nel saggio “Dal corpo chiuso al corpo diffuso” (in “Arte contemporanea” a cura di F.Poli, Edizioni Electa Mondadori) dove Vettese inneggia ad Oleg Kulik, l’artista russo ben noto per le sue performance da “cane rabbioso”. Sarebbe, questo, un simbolo corretto del corpo maschile?

    “Ricordiamo le comparse in veste di cane di Oleg Kulik; in una di queste, “I Bite America And America Bites Me” (1997, Deitch Projects, New York), rifacendo il verso a Joseph Beuys l’artista è arrivato dalla Russia in una cassa per animali e rimase nudo, muto e a quattro zampe per due settimane, mangiando da una ciotola, rilasciando escrementi, esponendosi nudo al voyeurismo del pubblico. La meditazione di Beuys tra natura e cultura e tra due culture diverse viene riletta in chiave tragicomica: se il tedesco aveva immaginato una possibile conciliazione tra Europa e Amertica, il russo si fa testimone di una completa sottomissione, potenzialmente aggressiva ma fedele come quella di una cane”
    (“Dal corpo chiuso al corpo diffuso” in “Arte contemporanea” a cura di F.Poli, Edizioni Electa Mondadori)

    Come sappiamo, le pratiche performative si esprimono per metafore (talvolta assai crude) che sono accettate quando ad esporsi in atti autoderisori, sadomasochisti, è l’artista, ma sono ritenute sanzionabili nel momento in cui il bersaglio della satira e del dileggio diviene il potere. A ben vedere ritroviamo in Kulik, estremizzato nella sua spettacolizzazione exploitativa solo apparentemente trasgressiva, il vecchio ruolo del buffone di corte disposto a tutto pur di attirare su di sé l’attenzione del re, di divertirlo; va anche detto che in tale ruolo l’artista acconsente implicitamente di comparire nella veste di fedele “cane della critica”, volenteroso, inerme strumento di sperimentazione, freddamente osservato come in un esperimento scientifico dall’occhio cerebrale del pubblico selezionato e dei colletti bianchi del sistema.
    Dipinti per “ginocchiatoj de’ potenti”, definiva il Lanzi una certa pittura dai toni sdolcinati; ribaltando categorie e stereotipie usurate, potremmo oggi riunire sotto la tag “per le cattedre de’ potenti” tante truci, patibolari performance desnude condite da calcolate trasgressioni.
    Insomma, se un Tal dei Tali che si aggira in una gabbia a quattro zampe diviene riflessione sull’antagonismo tra culture e contributo concettuale alla storia dell’arte (ma vorrei sapere che ne pensano gli intellettuali russi della paradossale sottomissione verso l’egemonia USA inscenata da Kulik), anche un fotomontaggio “doggy” può essere letto come atto creativo, trasposizione contemporanea di una caricatura alla Punch riformulata attraverso le tecnologie digitali ed i linguaggi della contemporaneità. Una Vettese (vestida) moraleggiante sul simbolo sbagliato del corpo femminile (desnudo) dimostra, ancora una volta, assoluta ipocrisia; senza dubbio va sottolineata la costante contraddizione che ne consegue, un limbo teorico che relativizza ogni valore, spaccia moneta fuori uso e moneta falsa come vera per poi riderne cinicamente, gambizza i talenti autentici a favore dei leccapiedi, definisce sprezzantemente “localismo” la comprensibile resistenza delle culture locali all’essere riassorbite da una spietata omologazione cuturale. Se poniamo la caricatura digitale di “Mapping history” nel solco della linea Beuys-Kulik, essa risulta assolutamente calzante, pienamente rappresentativa di una psicologia di sottomissione verso i capibranco dell’egemonia culturale anglofona della quale Vettese si è fatta portavoce nella fondazione veneziana da lei guidata…

  • Daniele Scarpa ti faccio i piu’ sinceri complimenti.BBellissimo ed efficace intervento.
    METTE veramente a NUDO.
    Grazie.

  • – Ancora su Bevilacqua e localismo – Cara De Monte, nessuno (tanto per uscire dall’asfittico circuito delle istituzioni d’arte visiva) ha nulla da ridire che a Venezia operi una realtà che si chiama Ateneo Veneto, con una programmazione di eventi e conferenze proprie. Se poi ci spostiamo in ambito letterario, vediamo che i romanzi di un autore quale Camilleri sono stati salutati dalla critica quali sofisticate operazioni di sperimentalismo linguistico, contaminazione tra dialetto (quindi localismo), lingua italiana, generi.
    Per Vettese, la Bevilacqua e la sua Collettiva devono perdere la loro identità storica per divenire, nella città della Biennale, un’istituzione fotocopia di tante altre già presenti nel settore dell’arte, come d’altra parte è stata in parte parzialmente trasformata. Strategia sicuramente errata per ribadire il proprio ruolo in una situazione mutata che ha visto l’emergere di numerose nuovi centri e spazi, definiti nel pezzo in catalogo “competitor”. Sono invece proprio la specificità della mission e lo statuto (pensato per tutelare pluralismo e difendere il ruolo della comunità degli artisti) a rendere la Bevilacqua unica e non paragonabile ad altre istituzioni apparentemente simili.
    Ciononostante, come sappiamo, tra la via dell’omologazione e quella della specificità Vettese e gli altri come lei scelgono sempre la prima.

    Di Vettese – ed in critici finti intellettuali simili – mi colpisce la tendenza a reiterare modelli e stereotipie sempre uguali, il considerare quindi le “differenze” non valori da sostenere, ma problemi. Li ritengo figure pericolose, poiché non hanno elaborato una cultura di dialogo con la “alterità” intesa non come etichetta astratta da applicare a questa o quella fascia sociale debole, ma declinata al singolare: “l’altro”, quindi, in quanto diverso da “loro”, chi rappresenta un punto di vista differente dal “loro”.
    Demonizzano quei soggetti che sono la controparte del dialogo in una schema di pluralismo vedendoli come inutili inciampi in un percorso altrimenti rettilineo. Impongono la psicologia dell’amico/nemico, del ”chi non appartiene alla mia parte è contro di me”. Inutile sottolineare che, una volta definitivamente omologata allo stesso schema di tante e tante altre istituzioni d’arte, diverrà facile e scontato imporre anche alla Bevilacqua i soliti giochetti di lobby che osserviamo ovunque,
    ma al contempo risulterà difficilissimo per singoli esponenti della categoria degli artisti far pesare propria opinione, in quanto soggetti target di riferimento; una deriva di valori ovviamente in direzione della sottrazione di partecipazione della società civile (l’autentica democrazia diretta?) e rispetto del pluralismo, attuata da chi vuole scippare al territorio una risorsa culturale (quindi economica e di crescita civile) per assimilarla ai poteri forti dell’omologazione culturale, ai suoi corifei obbedienti servitori.

  • giulia de monte

    in ritardo, ma rispondo. Rispondo in unico commento in modo da non intasare il commentario AT:
    @g: ci sono due cose da osservare/su cui riflettere:
    – io non sostengo che la bevilacqua e i personaggi ad essa afferenti si facciano unici mandatari/responsabili/decisori di un’egemonia già presente, ma bensì che il meccanismo della bevilacqua – che nella sua forma teorica, è più che lodevole – si espanda: quante sono le istituzioni con un certo peso che si dedicano alla promozione dell’arte giovane e giovanissima italiana? Poche. E allora cerchiamo di moltiplicarle, ma non di moltiplicare quelle miriade di premi e premiucoli che affollano il panorama italiana ma che non hanno nessuna solidità, ma qualcosa di più serio.
    Son d’accordo con te che il contemporaneo a Venezia – città in cui anche io ho vissuto per studio, e con cui ha un rapporto molto conflittuale – sia più vissuto come un evento turistico, che realmente produttivo, vedi anche la tipologia di pubblico che arriva alla Biennale. Ma qui ci addentreremo su un discorso infinito sulla specificità di Venezia ecc, ecc.
    – @lorenzomarras: il ruolo del leone con gli agnelli e dell’agnello con i leoni, non mi si addice. Perché prima di tutto, bisognerebbe capire dove stanno i veri forti. Se una critica severa, negativa viene presa come un “prendersela con i deboli” e l’auspicare che il lascito della masa venga seguito da più – perché lo sappiam tutti che negli ultimi anni la bevilacqua si è fortemente identificata nella direzione di vettese, ma la bevilacqua esisteva prima ed esisterà anche dopo di lei – istituzioni italiane è “fare l’agnello con i leoni”, allora siam messi male. :-)
    – @daniele capra: se io e te ci mettiam a parlare non finiamo più, meglio se lo facciamo davanti a un bicchiere di vino (per te), ‘na camomilla (per me)!
    – @daniele scarpa: il fatto che in italia ci siano istituzioni fotocopia, che in realtà non si sa cosa promuovino, è chiaro come l’acqua. Non capisco però il tuo discorso sull’alterità a cosa faccia pragmaticamente riferimento, però mi piacerebbe capirlo.

  • Gentilissima De Monte , leggo con sorpresa che il tempo non gli è stato amico.
    Va bene che sarà anche la fretta a rispondere a così tanti interlocutori ma questo non giustifica prendere fischi per fiaschi.
    Non mi sembra averle attribuito nessun ruolo Amenoche’ la sua foga nella interpretazione di una metafora gliele suggerisca uno.
    Tra l’altro , sempre la stessa “maledetta fretta” le procura in secondo svarione. essi De Monte, Lo dice lei stessa con innocente noncuranza, “” Lo sanno tutti che la fondazione Bevilacqua si identifica con la Vettese””. Oooooooo ed allora chi ha fatto quelle scelte che lei non ha avuto nessuna difficoltà a stroncare? Forse Io?
    Vivaddio De Monte, un Direttore deve sempre partecipare ai profitti e mai alle perdite che si pretende di infliggere agli altri?

  • X Giulia De Monte. Rispetto a tanti concorsi di giovani artisti che – lo dici tu stessa – sono piuttosto simili, la Collettiva con la sua particolare mission (+ statuto) rappresenta un’eccezione, una “diversità”, appunto.
    Ora, abbiamo alcuni possibili approcci, alcuni modi di rapportarci con la “diversità”: ometterla – interrogarla – reinventala – giudicarla ecc…
    Perché la stessa città ha espresso due istituzioni, Biennale & Bevilacqua, che pur rimanendo 2 realtà uniche nel panorama italiano, sembrerebbero agli antipodi?
    Taluni, piuttosto che interrogarsi se vi siano ragioni storiche o linee di continuità che giustifichino tale originalità, preferiscono cancellarla, omologarla, in quanto (per loro) disturbante.
    Non vedo una grande distanza tra la banalissima “ridefinizione” di Angela Vettese e lo stereotipo “città dei turisti” del professore Riccardo Caldura. Si tratta di posizioni piuttosto rozze che tentano di risolvere un rebus utilizzando metodi inappropriati. Poco più che boutade – denotano l’assenza di una cultura di confronto con la “diversità” da parte di accademici che evidentemente, avendo ben poco da dire di meditato sulla questione, spingono sul pedale dell’ovvio e del pensiero unico. Potremmo persino augurarci un percorso opposto a quello auspicato dalla picconatrice Vettese, e cioè che altri premi e concorsi dell’arte italiana trovino una loro identità più definita.

  • DSK

    X Lorenzo Marras ::::: Grazie Mille + Novecentonovantanove

    • Daniele bisogna ringraziare un milione di volte te, perché prima di scrivere molto bene scrivi da persona che sa cosa vuole dire essere liberi e come farne esercizio.
      Ti saluto. Ciao