L’impossibile tornare dei giorni

Il passato non può mai ripetersi, se ciò che si cerca è il processo. Neanche quando una mostra prende le mosse dalla rievocazione di un evento glorioso. Oltre la documentazione, la rivivificazione: “Arte Povera più Azioni Povere 1968”, a Napoli, al Madre, fino al 20 febbraio.

Arte Povera più Azioni Povere 1968 - veduta della mostra presso il Museo MADRE, Napoli 2011 - photo Nicola Baraglia

Certo, bisogna ammetterlo. Entrando in Donnaregina Vecchia, il gioiello gotico inanellato al Madre, la prima sensazione è di oppressione. Le opere rievocanti Arte Povera più Azioni Povere 1968, tappa poverista cult agli Arsenali di Amalfi, sono troppe prime attrici in soffocamento su un palco troppo piccolo. L’intento di restituire l’atmosfera espositiva dell’epoca, in senso didascalicamente rigido, non vuol né potrebbe esser soddisfatto dalla location più contenuta, seppur di affiancabile suggestione medioevale.
Irripetuto resta il fascino dei grandi spazi vuoti amalfitani, guscio respirante e congeniale all’esplosione di energia in atto dell’Arte Povera. Ma, distaccandosi dallo scopo piattamente riproduttivo della situazione già vissuta, la circostanza è di nuovo, forse più, interessante. Del resto, inevitabile appare, alle radici del mood poveristico, il rifiuto del ri-percorrere. L’infinita variazione nel processo, questo sì è il destino dell’Arte Povera. Violenza è chiederle di replicarsi esattamente uguale al già vissuto.

Arte Povera più Azioni Povere 1968 - veduta della mostra presso il Museo MADRE, Napoli 2011 - photo Nicola Baraglia

Eccola, la “fluidità” che per Celant “rifiuta l’oggetto rigido, congelato, cadaverico” per ricercare “la qualità performativa ed energetica di un oggetto che fa qualcosa in uno spazio”. Che senso ha, allora, riproporre altrove opere riconducibili all’evento-chiave? Forse scoprire che esse, sintonizzandosi su umori e identità del nuovo spazio, rivelano inediti sensi. Come la cortina luminosa di Michelangelo Pistoletto, che all’ingresso del luogo (almeno un tempo) sacro sembra dare accesso al portato energetico di una dimensione metafisica. O come il tormentato knitting di Marisa Merz, celato dietro colonne, a focalizzare la marginalità della donna nell’arte. O, ancora, come la proiezione di Giuseppe Penone, resa quasi affresco tra gli affreschi, o l’oscuro richiamo all’inconscio di Jannis Kounellis, ancor più rimosso se nascosto in una cappella laterale.

Arte Povera più Azioni Povere 1968 - veduta della mostra presso il Museo MADRE, Napoli 2011 - photo Nicola Baraglia

Avvicinatisi all’abside, la temperatura estetica s’innalza: acquisiscono il colore della disincantata consapevolezza dell’ossimoro vita-eternità gli stracci sul sarcofago di Michelangelo Pistoletto, la contraddetta perfezione classica di Giulio Paolini e, culmine d’ironica diffidenza, i bachi di Pino Pascali sull’altare. Si palesa, allora, la piacevole scoperta di aver assistito all’ancora intatta capacità di “sorpresa ambientale e architettonica” dell’Arte Povera, al suo “fluido che continua a esser vitale”.
Perché l’eterno trasformarsi, e non il documentare o permanere, è il senso della vita che essa è chiamata a esprimere.

Diana Gianquitto

Napoli // fino al 20 febbraio 2012
Arte Povera più Azioni Povere 1968
a cura di Germano Celant e Eduardo Cicelyn
Catalogo Electa
MADRE
Via Settembrini 79
081 19313016
www.museomadre.it


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Diana Gianquitto
Sono un critico, curatore e docente d’arte contemporanea, ma prima di tutto sono un “addetto ai lavori” desideroso di trasmettere, a chi dentro questi “lavori” non è, la mia grande passione e gioia per tutto ciò che è creatività contemporanea. Collaboro stabilmente con Artribune dal suo nascere, dopo aver militato fino al 2011 in Exibart. Curo rassegne, incontri, mostre, corsi, workshops e seminari in collaborazione, tra gli altri, con il Pan – Palazzo delle Arti Napoli, il Forum Universale delle Culture 2010, la Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, l’Accademia di Belle Arti di Napoli, l’Università Parthenope e le gallerie Overfoto e Al Blu Di Prussia. Sono da anni ideatrice, curatrice e docente di corsi e laboratori di avvicinamento all’arte contemporanea in numerosi enti culturali, condotti secondo una metodica sperimentale da me ideata che sintetizzo sotto il label di CCrEAA - Comprensione CReativa e Empatico Ascolto dell'Arte e che mira a promuovere un ascolto empatico dell’arte allo scopo di una sua comprensione, comunicazione, divulgazione e veicolazione più profonda e incisiva. La mia ricerca è orientata in particolare verso le forme espressive legate alle tecnologie digitali, all’immateriale, alla luce e all'evanescenza, a un’evocazione di tipo organico, a una ricognizione olistica del senso antropico ed esistenziale capace di armonizzare indagine estetica, sensoriale, cognitiva, emotiva e relazionale. [ph: Giuliana Calomino (particolare)]
  • SAVINO MARSEGLIA (artista)

    arte povera = pensiero povero…