La scienza del mistero

Il duo portoghese Gusmão e Paiva porta nel sotterraneo del Museo Marini di Firenze una raccolta di sedici filmati su quattro proiettori. Ma anche due camere oscure e, ovviamente, una scultura. Fino al 14 gennaio.

João Maria Gusmão e Pedro Paiva - Caw-fish

Nella cripta, saturata dal rumore dei proiettori e dall’odore caldo delle pellicole, il visitatore segue un percorso in sette tappe, cercando una direzione al vagare, mentre il numero delle tappe, nello spazio dell’inconscio, si moltiplica all’infinito. Perché l’arte di João Maria Gusmão (Lisbona, 1979) e Pedro Paiva (Lisbona, 1977) rifiuta ogni fine didascalico o esplicativo, realizzando quella che Alberto Salvatori, direttore del Museo Marini, ha definito una pura “fenomenologia della visione”, laddove ciò che conta è già di per sé inscritto sulla superficie della retina. Il gioco ermeneutico poggia così su un paradosso di fondo, che propone allo spettatore una contraddittoria “didattica del mistero”.
Le sequenze di Gusmão e Paiva appaiono come “dimostrazioni sperimentali” di una fisica che non appartiene allo spazio del razionale; e la funzione di questi esperimenti percettivi diviene semmai quella di “aprire uno spiraglio nella percezione” (Nuno Faria). Esempio tipico è Dream of a ray fish, sequenza pseudo-ittiologica che descrive il trionfo della dimensione onirica, in un gioco dello specchio che rivela, distorce e annulla l’oggetto riflesso.

João Maria Gusmão e Pedro Paiva - Hand smaller than hand

Nell’intrecciarsi di temi e proposte di riflessione, una (possibile) guida interpretativa è il concetto di movimento. Movimento meccanico, in primo luogo, della 16mm che scorre davanti all’arco voltaico; movimento ripetuto e sovrapposto di servomeccanismi, ruote e burattini; ma anche gesti di esseri umani (come in Getting into bed, che riprende la celebre sequenza fotografica di Muybridge), azioni di animali (Cowfish), raggi di luce (Heat Ray) e onde marine (Wave), protratte in slow-motion dilatati e analitici. E al culmine (o al principio) di questo processo giunge la stasi della forma: ideale momento di congiunzione con il museo “in superficie”, attraverso la scultura che apre la visita, concretizzazione del video Spaghetti Tornado.
In questa nostra “epoca della riproducibilità tecnica”, Gusmão e Paiva giocano con il suo strumento riproduttore primigenio, il cinema, privilegiandone però l’impatto diretto sulla materia, e suscitando nello spettatore il dubbio se l’evento cui partecipa sia nella realtà rappresentata o in quella percepita.

João Maria Gusmão e Pedro Paiva - Horse of the prophet

L’allestimento al Museo Marini si distingue per equilibrio e sobrietà, guidando il visitatore in un percorso suggestivo, ben calibrato nelle distanze e negli intervalli di luce e di buio. L’intento può dirsi pienamente raggiunto, laddove lo spettatore intuisce che il potenziale comunicativo di queste pellicole colte “dal vivo” non potrà mai essere eguagliato da una loro riproduzione, sia essa digitale, fotografica o anche, paradossalmente, filmica.

Simone Rebora

Firenze // fino al 14 gennaio 2012
João Maria Gusmão e Pedro Paiva – Non c’è più niente da raccontare perché questo è piccolo, come ogni fecondazione
a cura di Nuno Faria e Alberto Salvadori
MUSEO MARINO MARINI
Piazza San Pancrazio
055 219432
[email protected]
www.museomarinomarini.it


CONDIVIDI
Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.
  • http://temi.repubblica.it/micromega-online/addio-postmoderno-benvenuti-nellera-dellautenticita/

    Anche se l’arte è sempre rappresentazione. E’ autentica? Lo può essere? Secondo me si, ma NON scimmiottando le “poetica delle piccole cose della vita”. Perchè così facendo (ovviamente attraverso il solito immaginario pseudo vintage che ha veramente sfracellato) conserva qualcosa di “teatrale” e non autentico. Per quanto si stia facendo il pelo alle mosche.

    Alla fine quello che rende VISIBILE questo progetto è il luogo corretto (museo marino marini) e le relazioni corrette (galleria zero, paolo zani e varie). Luogo e relazioni proteggono questo progetto da una rappresentazione satura e sovraprodotta; da una creatività ormai diffusa. Nulla di male. Ma la materia di questo progetto (che è un facile standard mainstream, forse leggermente sopra la media) viene fatta da LUOGO e RELAZIONI. L’alternativa a questo è uscire dallo standard, affrontare più profondamente il contenuto, ma questo è molto più difficile.

    luca rossi
    http://whitehouse.splinder.com/

    • Goran

      è vero, il lavoro non è abbastanza incisivo. Si tratta sicuramente di una bella esperienza visiva, ma il tutto si ferma lì. Personalmente ero rimasto colpito positivamente dalle opere presentate a Venezia nel 2009. Questo, invece, mi è sembrato più blando anche se, va detto, comunque di livello superiore alla media.

      Un piccolo considerazione sull’allestimento proposto al Museo Marini: capisco la necessità di rendere lo spazio completamente buio per permettere una migliore fruizione dei video, ma prendere una ginocchiata nello spigolo di uno scalino reso invisibile dall’assenza di illuminazione rischia di alterare completamente la fruizione della mostra. So che non è successo soltanto a me. Sono questioni da considerare.