L’Arte Povera? Viva e vegeta

La tappa milanese del progetto di Germano Celant sull’Arte Povera testimonia della vitalità del gruppo. Che si produce in una “jam session” di opere recenti. Ma c’è chi nell’orchestra si trova bene e chi rende meglio da solista. Alla Triennale, fino al 29 gennaio.

Opere di Jannis Kounellis ad Arte Povera 1967-2011 - Triennale, Milano 2011

Altro che storicizzata, altro che confinata al quinquennio 1967-71: i protagonisti dell’Arte Povera sono qui, oggi, e dimostrano di essere ancora capaci di “muoversi in gruppo”. La citazione è da Germano Celant, teorico del movimento, che nel 1972 reputò conclusa la fase di sperimentazione e decaduta la necessità dell’etichetta di Arte Povera, ma la mostra da lui curata alla Triennale di Milano dimostra il contrario. I protagonisti di quest’avventura, trattati da solisti nella prima parte dell’esposizione, nella seconda si producono a tratti in un’intensa “jam session” – sono di nuovo parole del curatore – di opere più o meno recenti.
Al pianterreno si apre una serie di quinte sceniche monografiche che propongono episodi significativi del lavoro dei singoli artisti. Fanno eccezione Giovanni Anselmo, Giuseppe Penone e Gilberto Zorio i quali, quasi a evocare l’opera esposta di Michelangelo Pistoletto, Sacra conversazione (1962-74 ), che li raffigura insieme, sono associati in un unico spazio centrale. E ancora, inaspettatamente e quasi come di passaggio, in un corridoio sono presentati l’approfondimento monografico di Pino Pascali e la silenziosa quanto polemica traccia di Emilio Prini: il catalogo della mostra appoggiato a terra e aperto alla pagina delle sue opere.

Opere di Mario Merz e Jannis Kounellis ad Arte Povera 1967-2011 - Triennale, Milano 2011

Al piano superiore, nel salone principale, Mario Merz e Jannis Kounellis insieme raddoppiano le forze e rubano la scena ai compagni, non fosse altro che per le dimensioni delle opere esposte. Ma dietro l’angolo si nasconde un incontro davvero speciale: il mare di Pascali (32 mq di mare circa, 1967) che sussurra alle pietre di Anselmo (Grigi che si alleggeriscono verso oltremare, 1982-84) in maniera talmente intima che solo per un attimo sfugge alle spalle la presenza delle bellissime mappe di Alighiero Boetti.
Pier Paolo Calzolari
, pur presente in mostra con opere significative, come Auricolari del 1968, Rapsodie inepte (infinito) del 1969 o un mastodontico sale combusto del 1989, soffre un po’ la dimensione spaziale imposta da una collettiva. Così come continua a dimostrare di avere una vocazione da solista Giulio Paolini, che con precisione maniacale si ri-produce in Early Dinastic, 1971.

Luciano Fabro - Attaccapanni di Parigi (cinque sensi) - 1984

Luciano Fabro, contenuto durante tutta l’esposizione, finalmente esplode nella sala conclusiva della mostra, con i cinque sensi di Attaccapanni di Parigi, 1984, opera che dialoga perfettamente con Amore e Psiche, 1982, di Paolini e Orchestra di stracci, 1968, di Pistoletto.
Marisa Merz, figura silente, per anni definita l’anima femminile dell’Arte Povera, presenta le opere più recenti in mostra: due grandi carte del 2010 le quali, insieme alla Scarpetta del 1968, dimostrano che il suo percorso di artista è ancora tutto aperto e vivo. Interessantissimi i contributi video, tutti di Luca Maria Patella: consigliabile ritagliarsi un po’ di tempo per gustarli.

Giovanna Procaccini

Milano // fino al 29 gennaio 2012
Arte Povera 1967-2011
a cura di Germano Celant
Catalogo Electa
TRIENNALE
Viale Alemagna 6
02 724341
www.artepovera2011.org


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Giovanna Procaccini
Giovanna Procaccini, napoletana, si laurea in architettura e si specializza in storia dell’arte all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Si diploma come addetto alla conservazione e restauro dei dipinti su tela. Critica e curatrice, si occupa d’arte contemporanea in ogni suo aspetto. Ha lavorato come assistente presso la Cardi Galleria d’Arte di Milano e la Galleria Alfonso Artiaco di Napoli. Ha svolto contratti a progetto con il PAN | Palazzo delle Arti Napoli e con la Fondazione Internazionale Studi Superiori di Architettura. Si è occupata di didattica per Progetto Museo e per gli Amici dei Musei – Sez. Giovanile Napoli. Ha curato mostre di architettura e di artisti emergenti presso spazi pubblici e private gallerie d’arte. È consulente tecnico d’ufficio per il Tribunale di Napoli e svolge ruolo di consulente per alcuni collezionisti d’arte. Dalla sua fondazione, nel 2011, collabora con Artribune. Precedentemente, dal 2005, ha collaborato con le piattaforme editoriali Exibart e Zero.
  • simone

    vi prego, basta!

    • francesca, milano

      l’arte povera vegeta da quando è nata.. adesso è finita nello ospizio, tra un pò finirà nel cimitero..

  • simone

    L’Arte povera viva e vegeata nello spizio di celant…

  • lucrezia

    se non ci fosse stata una certa Eva Hesse…

  • gipeto

    Celant é come il berlusca, un grande affabulatore.
    E’ stato capace di tenere in piede il nulla per anni e anni.
    Speriamo che segua le orme del suo alter ego!

    • Berlusca sarai tu… e i riccastri come te: vorresti tornare al neoclassicismo che così tanto fece per gli affabulatori fascisti imperanti oggi più di ieri? Tempi passati i tuoi e quelli del berlusca ignorante pure… Celant è la storia che rimarrà e che detterà altrettanta storia, quella progressita…

  • ignazio mortellaro

    non capisco questi commenti. ne nascessero mille di Celant… e di Kounellis, di Pascali, di Mattiacci, di Penone…

    • francesca, milano

      Ignazio, condivido il tuo pensiero..”ma se “ne nascessero mille di Celant.. e di
      Kounellis, di Pascali, di Mattiacci, di Penone – allora si che sarebbe un bel guaio: diventremmo tutti più poveri di corpo e di spirito !!

      • oreste

        che stolta che sei non amante dell’arte che non sei altro francesca da milano citta’ di berluschini e berlusconi

  • LorenzoMarras

    Mortellaro gli atti di stima verso gli autori che si prediligono sono sempre una bella cosa ma proprio ed in virtu’ di questo dovrebbero fare riflettere e domandarsi se è conveniente maltrattare questi autori , letteralmente esposti esclusivamente nella loro cosita’ (una forma inedita di mera spettacolarita’ ) naturalmente con-sacrata “liturgicamente” .
    A che gioco si sta giocando ? non siamo piu’ devastati da cio’ che ci circonda che siano scarti di materiali , cimiteri di industrie e quant’altro, siamo oggi piu’ che mai devastati nell’intimo e per l’esodo non basta evocare macerie, tra l’altro e , peggio ancora, idealizzate.

    piu’ che mille celant o kounellis pinco pallino , ogni giorno dovrebbe rinascere un Mortellaro oppure un Marras oppure tanti e tanti altri . Non trova?

  • silvano

    ….e ci manca solo che rinascono altri luciani marras…ma che cazzo dici, vuoi riprodurti in eterno?..guarda che berlusconi sta sovvenzionando una clinica per campare fino a 120 anni chiedi se ti ospita fottuto narcisista

    • francesca, milano

      silvano, ha fatto la richiesta per entrare anche tu nella clinica di berlusconi? Cosa diavolo aspetti. Vuoi che ti conducono in una clinica psichiatrica.. fai presto e non perdere altro tempo..

    • hm
    • LorenzoMarras

      rinascere scritto in quel contesto non ha quel significato idiota che gli attribuisci. (non è un morire e un nascere in senso stretto).
      Narciso sarai comunque tu se è cosi tanta la rabbia che hai nel farti notare.

  • silvano

    …lorenzi marras…so un cazzo come ti chiami

  • silvano

    ….aaaaaaaahhhhhhhh i marrasgremlinsssssss

  • chicca

    l’arte povera va letta in un contesto poetico e culturale che non tutti hanno, secondo me è fantastica è l’ultimo atto di forza politica, di messaggio nel sociale di rivisitazione dei criteri comuni, grazie alla poesia degli oggetti comuni, è così difficile per l’arte non sprofondare nell’immaginazione soggettiva e diventare invece un messaggio di critica e di riscoperta di nuovi valori…forse non c’è altro movimento che sia riuscito in questo….

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

      Un buon modo per minare “la poesia degli oggetti comuni” è quello di metterli in mostra. Il che implica (prima di esporli)ambiguità di interpretazioni.

      Alcuni critici, ovviamente, fanno a gara nell’attribuire valore artistico ad ogni ordinario oggetto d’uso, secondo teorie convenzionali e canoni formali e poetici che erano completamente estranei alla prassi artistica dadaista.

      Perciò, l’Arte Povera, (a differnza di Dadà) è sempre stata vincolata alla poetica degli oggetti: una vera e propria reificazione della critica radicale condotta dai dadaisti contro il sistema dell’arte mercificatoria.

  • paolo

    personalmente vedo l’arte povera come una visione in più che l’artista per primo ha percorso e poi ci mostra…è come se ci avessero spiegato il trucco che stà dietro la
    magia… siamo tutti inevitabilmente arricchiti ma lo stupore è finito.