Kusama mania

Pallini e forme falliche ovunque, non c’è quasi bisogno di dirlo. Nonostante la ripetizione di forme e motivi, Yayoi Kusama riesce a sorprendere ed entusiasmare con la sua ragionata follia. Una grande retrospettiva dedicata all’artista giapponese è allestita al Centre Pompidou di Parigi, fino al 9 gennaio.

Yayoi Kusama - Aggregation: One Thousand Boats Show - 1963 - Stedelijk Museum, Amsterdam - photo Rudolph Burckhardt

Tappa parigina per la retrospettiva consacrata all’artista giapponese Yayoi Kusama (Matsumoto, 1929) che, dopo il Reina Sofia di Madrid, sbarca al Pompidou con più di 150 opere realizzate tra il 1949 e il 2011. Prossime destinazioni, la Tate Modern a Londra e il Whitney Museum of American Art di New York. Si tratta della prima retrospettiva francese dedicata alla Kusama e ripercorre tutta la sua parabola artistica: dalle opere in piccolo formato realizzate in Giappone, mai esposte in Europa prima d’ora, alle sperimentazioni sulla monocromia di New York, dove l’artista decide di stabilirsi nel 1958.
All’illusione del vuoto, espressa nelle immense tele monocromatiche, si sostituisce poi in maniera quasi automatica la provocazione del pieno. L’accumulazione di oggetti e forme diventa un’ossessione che investirà tutta la produzione della Kusama: pittura, scultura e performance. L’assenza di spazi vuoti, la volontà ossessiva di rivestire tutte le forme, gli ambienti, i corpi, deriva dall’esigenza di recuperare la propria identità tramite una nuova, originale dimensione di riappropriazione degli oggetti: “Le mie opere provengono dall’impulso di realizzare in forma visiva l’immagine ripetitiva che è in me”.

Yayoi Kusama - Eyes of mine - 2010 - courtesy Yayoi Kusama Studio, Tokyo

Ma l’allucinazione del pois, del punto, costituisce in realtà un’estetica dell’annullamento. Creando un continuum indistinto tra sfondo e soggetto, corpo e cosa, essa denota la perdita di una prospettiva soggettiva sul mondo – “la mia vita è come un pois perduto tra mille pois”, scrive l’artista nel 1960 – e allo stesso tempo ne costituisce l’unica griglia di lettura ancora plausibile.
Scriveva Roland Barthes riferendosi all’haiku giapponese: “La quantità, la dispersione di haiku da un lato, la brevità, la concisione di ciascuno d’essi dall’altro, sembrano dividere, classificare all’infinito il mondo, costituire uno spazio di puri frammenti, una polvere di eventi, che nulla – per una sorta di mancanza di eredi della significazione – può né deve coagulare, comporre, dirigere, concludere. Ciò dipende dal fatto che il tempo dello haiku è senza soggetto”.

Yayoi Kusama - Dots obsession, Infinity mirrored Room - 1998 - Les Abattoirs, Tolosa - photo Jean-Luc Auriol

Yayoi Kusama rientrerà in Giappone nel 1973, in uno stato psichico fragile. Deciderà di farsi internare in una clinica psichiatrica, reclusione che continua tuttora e che le permette tuttavia di lavorare quotidianamente nel suo atelier. L’ultima sala dell’esposizione è dedicata alle produzioni contemporanee dell’artista. Le sue opere, haiku visivi di estrema bellezza e fragilità, per citare di nuovo Barthes, “ci fanno rimemorare ciò che non ci è mai capitato: in essi noi riconosciamo una ripetizione senza origine, un evento senza causa, una memoria senza persona, una parola senza ormeggi.”

Greta Travagliati

Parigi // fino al 9 gennaio 2012
Yayoi Kusama
CENTRE POMPIDOU
Place Georges Pompidou

+33 0144781233
[email protected]
www.centrepompidou.fr


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Greta Travagliati
Greta studia semiotica a Bologna e si laurea con una tesi sul concetto di rappresentazione nell'arte contemporanea. Appassionata di Maigret, scappa a Parigi dove inizia a lavorare nel campo della comunicazione e delle ricerche di mercato. Non sa scrivere autobiografie.