Il Rinascimento a Roma, lo spettro di una mostra mitica

Capitolo grandi mostre, ancora una volta. Siamo a Roma, a Palazzo Sciarra, dove fino a febbraio si mette in scena nientemeno che il Rinascimento. E, come spesso capita in queste occasioni, emerge qualche problema.

Il Rinascimento a Roma
 - veduta della mostra presso Palazzo Sciarra, Roma 2011 - photo Claudio Raimondo

La Fondazione Roma Museo lancia al pubblico la sua proposta per la stagione autunnale: un grande classico, un classico dall’insostenibile peso specifico. Due sfere di polarizzazione culturale, Roma e Rinascimento, che da sole si schiudono su campi sterminati di significanti e che, accostate, si riflettono reciprocamente duplicando la potenza d’azione. Non è finita. Il progetto espositivo si snoda in sette sezioni, ognuna delle singole frazioni potrebbe da sola valere il progetto scientifico per una complessissima esposizione.
Curatori – Maria Grazia Bernardini e Marco Bussagli – e comitato scientifico si sono scelti una bella gatta da pelare. Prima di stringere sulla mostra, vale la pena lanciare uno sguardo seppur fugace su uno dei fenomeni più complessi della storia dell’arte: Rinascimento nella sua versione capitolina.
Italia centrale, primi decenni del XV secolo. I centri di produzione culturale raccolgono i frutti una straordinaria coincidenza. Corti, accademie e università sono iniettate della vitale linfa del primo neoclassicismo nelle forme del neoplatonismo, di dottrine alchemiche, astrologiche ed esoteriche. Filosofi e teologi cercano energicamente di concertare Atene con Gerusalemme, Bisanzio con Roma.

Giulio Romano - Amanti - 1530 ca. - Budapest, Szépmüvészeti Múzeum

Dopo secoli di stretta osservanza all’austera “maniera” gotica e bizantina, artisti e botteghe possono attingere dal bacino dell’immaginario profano e dei motivi classici. Dopo il massacro della peste trecentesca, si affaccia sul nuovo secolo una rinnovata società cortese che conta sulle prospettive di un’economia rinvigorita. Roma cerca di stare al passo. Nei secoli, la città augusta è sopravvissuta ai saccheggi di Roberto il Guiscardo, alle minacce di Enrico IV, alla cattività avignonese e ai Cola di Rienzo. Nonostante tutto, il Papa si è sempre imposto sullo scenario continentale; riuscirà a farlo ancora, seppur zoppicante per l’arretratezza economica della città eterna.
Roma non cessa d’essere il più alto centro politico e decisionale del continente. A Roma accorre la nobiltà europea per garantirsi una buona visuale sul futuro, per fare di Roma la prima e autentica Piazza Affari, alla corte del Papa. A ciò la città deve la sua immensa fortuna artistica.
Slegata dalla secolare committenza ecclesiastica, si affacciano sullo scenario artigianale e artistico nuovi committenti di spicco: sono i rampolli del vegeto capitalismo mercantile, sono i ricchi banchieri toscani, sono le famiglie delle cento corti europee che riescono presto a inserirsi negli ingranaggi della Chiesa e in breve scalano il soglio pontificio. Aldobrandini, Corsini, Barberini.

Il Rinascimento a Roma
 – veduta della mostra presso Palazzo Sciarra, Roma 2011 – photo Claudio Raimondo

Non è azzardato vedere nello scenario economico e culturale del XV e XVI secolo alcune tangenze col quadro dell’Europa del secondo dopoguerra. La ricostruzione lancia il boom economico e apre i mercati al capitalismo consumista. Sul fronte culturale, il vecchio continente scopre gli esiti freschissimi della matrice americana. Rock’n’roll, espressionismo astratto, beat generation.
Quanto descritto è solo il commento tascabile di un fenomeno vastissimo e alimentato da mille rivoli, conoscenze, esperienze. Per comprendere Roma e il Rinascimento è necessaria una forma mentis ben predisposta, tempo e volontà di muoversi tra le chiese, i palazzi, le collezioni e le biblioteche.
Il prodotto-mostra, si parla in questo caso di Palazzo Sciarra, si conferma insufficiente a esaurire gli argomenti di un periodo storico o di un fenomeno culturale. Prefiggendosi obiettivi così ambiziosi, la mostra non riesce a entrare nel merito delle questioni, non delinea in maniera esaustiva nessuno dei sette punti. Le opere, a volte meravigliose, diventano punti anonimi in uno schema slacciato, la loro scelta pretestuosa. Le parole rimangono importanti, più importanti delle strategie di marketing.
Più del 50% delle opere proposte a sono custodite nel raggio di un paio di chilometri dalla sede di via Minghetti 22. È allora consigliabile agli avventori della mostra una più approfondita visita alle collezioni Barberini, Corsini, Borghese, Spada, Doria Pamphilj.

Il Rinascimento a Roma
 – veduta della mostra presso Palazzo Sciarra, Roma 2011 – photo Claudio Raimondo

La mostra della Fondazione Roma rivela inoltre gravi deficienze sul piano dell’allestimento. Il ritmo del percorso risulta grumoso e sincopato. A quadri di medie dimensioni e di straordinario valore storico è riservato lo spazio di un corridoio di un paio di metri di larghezza; difficile è quindi goderne la visione complessiva. Quando non compresse in spazi devitalizzanti, le opere sono invece concesse al lugubre abbraccio delle scenografie.
La Fondazione non è di certo la prima a farne uso, restano in ogni caso diversi modi di procedere. Gli interventi minimali nell’allestimento alle Scuderie del Quirinale durante la mostra del Lotto, per fare l’esempio più semplice, si pongono un passo indietro rispetto alla centralità indiscussa dell’opera. Ornamento e delitto. A Palazzo Sciarra, la flessibilità del compensato rasenta i limiti del protagonismo di gusto kitsch; le paretine carta da zucchero interrompono prima i pochi spazi generosi che la sede consente per poi farsi nicchie, volte, androni, pilastri e capitelli, con tanto di finti fregi.
Less is better, less is better, tre volte less is better.

Luca Labanca

Roma // fino al 12 febbraio 2012
Il Rinascimento a Roma

FONDAZIONE ROMA MUSEO – PALAZZO SCIARRA
Via Marco Minghetti 22
06 697645599
[email protected]
www.museodelcorso.it

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Luca Labanca
Luca Labanca si muove nel 2006 da Varese a Bologna per iniziare il percorso di studi del DAMS, curriculum Arte. Negli anni di residenza bolognese collabora stabilmente col bimestrale d’arte e cultura ART Journal, contemporaneamente idea e sviluppa progetti ed eventi di contaminazione culturale tra il Lago Maggiore e Lugano assieme allo scrittore e musicista Tibe. Nel 2010 ottiene la laurea con la tesi Fiat Lux sviluppata al fianco della docente in Semiotica dell’Arte, Prof.ssa Lucia Corrain. Nell’ottobre dello stesso anno si trasferisce a Roma per intraprendere il percorso magistrale in Studi storico artistici dell’Università la Sapienza, fin dai suoi esordi partecipa al progetto editoriale Artribune.
  • silvano man.

    Scusate ma l’autore del pezzo su quali libri ha studiato? sembra scritto sotto stupefacenti…
    Si confonde Quattrocento e Cinquecento, si parla di un inizio XV secolo inesistente, tra corti e accademie (ricordo che la prima al mondo fu fondata sì a roma, ma da federico zuccari nel 1593! a meno che non si parli di accedermi “letterarie”) ed un’economia mercantile che in città ancora non esiste, di Aldobrandini, Corsini e Barberini come famiglie di spicco del primo rinascimento romano (la prima è giunta a roma nel 1548, la seconda a inizio ‘500 ma avranno un papa solo nel ‘700, la terza poi è legata, con Urbano viii al ‘600)… e poi che c’azzecca il rapporto europa-usa del secondo dopoguerra?? con “la ricostruzione [che] lancia il boom economico e apre i mercati al capitalismo consumista”… parole in libertà!

    • And

      Hai davvero ragione, è la prima cosa che ho pensato anche io dopo aver letto questo pezzo! Ma quale inizio di XV secolo, la mostra è tutta sul ‘500 (e infatti l’obiettivo è di farne un sequel di quella sul ‘400 a Roma, di due anni fa al museo di via del Corso) e poi le “tangenze col quadro dell’Europa del secondo dopoguerra” quali sarebbero che mi sfuggono??

  • Mastino

    per la cronaca: accademie filosofiche ne esistono a Firenze alla fine del XV sec mentre la prima Accademia non è quella di San Luca fondata da Zuccari ma quella del Disegno fondata a Firenze nel 1564 da Cosimo I con il determinante ruolo di Giogio Vasari…un po’ di fretta giornalistica fa male nella scrittura ma la critica alla mostra nel complesso invece è corretta e giustamente censoria.

  • Non credo che il punto nodale dell’intervento di Luca Labanca debba considerarsi quello delle accademie o della cronologia dei papi, benché questioni non secondarie per chi vuole fare storia e specificamente storia dell’arte (o critica d’arte) bensì la modalità degli allestimenti. Le mostre non dovrebbero mai essere occasione o pretesto di esibizione scenografica ma l’esito esposto al pubblico di un risultato significativo della ricerca, una acquisizione insomma che val la pena aggiungere alle conoscenze d’archivio. Che senso ha altrimenti spostare da un luogo ad un altro opere impegnative e delicate dal momento che tale operazione richiede un impiego di risorse sproporzionato agli esiti di una sola esibizione scenografica? Si finirebbe per arricchire le assicurazioni senza rendere alcun vero servizio alla cultura. Non è forse del tutto il caso di Roma palazzo Sciarra ma sembra che sussista anche un eccesso di questo genere. Ora, in tempi difficili in cui si chiede di investire nella cultura è opportuno concentrarsi semmai sul restauro e manutenzione delle opere, operazioni che comportano approfondimento e studio anche d’archivio, a tutto campo. Da qui può nascere l’esigenza di comunicare un risultato alla comunità scientifica ma anche al pubblico.

  • Eccettuati i punti problematici emersi nei commenti precedenti, sono sostanzialmente d’accordo con questa recensione. Aggiungo un quarto “less is better”. E segnalo la recensione della mostra pubblicata sul sito dell’Osservatorio Mostre e Musei, parimenti critica: http://mostreemusei.sns.it/index.php?page=_layout_mostra&id=939&lang=it

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