La Cina è vicina. Anche troppo

Una riflessione sulla contraffazione, alla luce della diffusione dell’invisibile forza cinese, che come un giallo blob invade i mercati e non solo. Succede questo e non solo ad Asolo. Siamo alla Galleria Browning, fino al 25 ottobre.

Antonio Guiotto - Contemporary Art VS IKEA - 2011

Apparentemente la mostra Made in China, curata da Daniele Capra e Maura Celant e con i lavori di tre italiani (anche se, a questo punto, è meglio dubitarne: si esige dicitura DOC), Matteo Attruia, Nicola Genovese e Antonio Guiotto, tratta “solo” di Cina e contraffazione.
Guiotto e il suo mobile impossibile portano al paradosso l’idea di funzionalità, che nella copia è limitata e limitante, proprio perché frutto di una mimesi superficiale; Genovese gioca con la pazienza del visitatore, che non sa se sentirsi stupido o ignorante mentre aspetta invano e atterrito che da Moo Cow in the Box fuoriesca un branco di mucche impazzite. L’ambiguità dei due padovani, giocata sul concetto di imitazione/falsificazione, diventa metafora di una problematica economica quanto mai pressante, pertinente non solo al sistema-paese, ma all’intero business mondiale.
Ma è solo con Attruia e il suo (rubato o copiato?) tappeto di Adro, il paese a marchio Lega Nord, che si innesca un secondo ragionamento. Un piccolo particolare. Eh sì, proprio come il monogramma della Louis Vuitton, di cui solo gli esperti riconoscono l’originale, c’è una piccola discrasia, che insinua il dubbio che la critica finisca qua, non sia diretta generalmente a un sistema economico mondiale, ma a qualcosa di più vicino, molto vicino. Girando un po’ per Asolo si scopre che il giorno dell’inaugurazione della mostra coincide con l’ultimo giorno dell’AIAF, storico festival dedicato al cinema d’arte (dicitura con un suo fascino storico), giunto ormai alla sua 30esima edizione.

Matteo Attruia - Squola. Asciugapassi - 2010

Scelta apparentemente poco furba quella di fissare la vernice l’ultimo giorno della rassegna, perché implica di non godere dell’afflusso, sicuramente più cospicuo, durante la settimana del festival. Ma se si guarda un po’ più da vicino, se si apre la borsa e si scrutano le cuciture, la questione acquisisce senso: guarda caso, quest’anno il festival viene dedicato ad Ai Wei Wei, con un’intera sezione consacrata alla Cina e a Taiwan, e attesta la presenza di Jui-Jen Shih in giuria.
Alla luce del contesto – sì, proprio quello, lo stesso che fa la differenza nel vedere una Gucci sul bancone di un negozio in centro o spacciata in modo furtivo dal nigeriano in spiaggia – Made in China pare essere una critica verso una forma di fast culture, versione contemporanea, malata e facilitatoria dell’orientalismo di Said, che porta all’uso di codici, personaggi, vicende del lontano (non così tanto) Oriente come facile specchio per le allodole, per dar la parvenza di proporre qualcosa di diverso, innovativo… solo perché lontano geograficamente. Ma non è tutto olo, pardon, oro, quel che luccica.

Giulia De Monte

Asolo // fino al 25 ottobre 2011
Made in China
a cura di Daniele Capra e Maura Celant
[email protected]


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Giulia De Monte
Classe 1986, studi in Storia dell’Arte Contemporanea, scorazza liberamente per tutta l’Italia, possibilmente anche per il mondo; gestisce il blog Arte Libera Tutti, che si occupa di documentare il lato B dell’arte contemporanea, fatto di associazioni, collettivi e gruppi informali, tra nuovi modelli curatoriali e fruitivi. Ha pubblicato una serie di articoli per AAA TAC, rivista edita dalla Fondazione Cini di Venezia. Dal 2010 collabora con la neonata Venice Design Week, evento collaterale alla Biennale che si occupa di promuovere e investigare le relazioni tra arte, design e artigianato.
  • Una precisazione doverosa a margine dell’articolo. La mostra si è aperta in concomitanza con l’Asolo Film Festival il giorno 20 di agosto, mentre il 27 è stata fatta l’inaugurazione. Questo per godere del pubblico del festival durante la settimana clou. Tra l’altro la doppia occasione, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, ha portato ancora più visitatori in galleria nei due sabati.

  • giulia de monte

    Caro Daniele,
    diciamo la stessa cosa: apertura il 20, inaugurazione/vernice il 27.

  • alejandro

    Una precisazione doverosa a margine dell’articolo: i nigeriani spacciano borse davanti alle scuole che poi i nostri figli si fanno le siringhe di prada e diventano recchioni.

  • al limite

    Che vuol dire : “Made in China pare essere una critica verso una forma di fast culture, versione contemporanea, malata e facilitatoria dell’orientalismo di Said,..” ?
    In Said “orientassimo” è praticamente sinonimo di “colonialismo” ed inoltre Said, quando diceva “oriente” aveva in mente il medioriente a cui “accorpava” idealmente Marocco, Algeria, Tunisia ed Egitto (in pratica tutto il mondo Arabo-Islamico) e non certo l’estremo oriente di cui non mi risulta si sia mai occupato. Ma, a parte questo, l’esempio di “fast culture”, nel caso di specie, sarebbe l’AIAF ?

  • Mio caro al limite, tutta giusta la tua lezione su Said, ma prova a leggerla da un altro punto di vista. La definizione, giustissima per carità, che tu hai dato dell’orientalismo, era il meccanismo così come era visto da Said, visto e considerato nel momento in cui Said scriveva. L’orientalismo, così come considerato da Said, era una lettura sull’Oriente; ma una lettura dell’orientalismo – che è un paesaggio ulteriore -porta ad un ulteriore step: l’uso di strutture, codici visuali – vedi ad esempio la produzione fotografica – facenti parte di un fantomatico Oriente (stilizzato, esacerbato ecc…), che diventavano un fattore in più, qualcosa che veniva usato per dare un’aurea di esoticità a qualcosa che esotico non era. Io, in questo caso, quando parlo di orientalismo, mi riferisco a questo: l’uso dell’esoticità come specchietto per le allodole, per il semplice meccanismo che ciò che è altro “attira più facilmente”. Inoltre, per rispondere alla tua seconda domanda, l’obiettivo critico non è l’AIAF – o perlomeno, non solo lui -, ma piuttosto l’uso di una cultura altra nei suoi schematismi, mettendo in atto quello stesso meccanismo evidenziato nel processo di orientalismo. Chiaro?

  • al limite

    Cara Giulia, la mia non voleva assolutamente essere una lezione, se ti ha dato quest’impressione me scuso. Le mie due dande non erano retoriche, semplicemente non avevo capito il significato della prima frase, che dopo la tua replica risulta un po’ piú chiaro e non avevo (e non ho ancora) ben capito quale fosse la “fast culture” criticata e chi la criticasse, ma non importa, ti ringrazio comunque per la cortese precisazione.

  • Caro al limite, non l’ho considerata una lezione, anzi…mi fa piacere che ci sia dibattito, e mi fa piacere se qualcuno – ovviamente quando i commenti hanno una logica ben costruita, come nel tuo caso -osserva, anche in modo critico, anche spinto. Grazie a te!

  • LEONA DE BASSIA

    SEI FORTE GIULIA